GUADALUPE PLATA – Guadalupe Plata (Everlasting)  

0

Si intitola semplicemente Guadalupe Plata, il nuovo disco dei Guadalupe Plata.

Come quello precedente.

E come quello prima.

E come quello prima ancora, che aveva lo stesso titolo del disco di debutto del 2011.

Il terzetto di Ubeda, piccola e accogliente cittadina dell’Andalucia, non ne vuole sapere di cambiare titolo al proprio programma. Come del resto non pensa neppure lontanamente di cambiare gli ingredienti della sua miscela il cui elemento principale rimane tanto zolfo rock ‘n’ roll, suonato però con la stessa attitudine corrosiva, disturbante, straniante dei Suicide.

Ascoltare ogni loro disco, e questo non fa eccezione alcuna, è come vedere il vascello fantasma dei Gallon Drunk fare rientro al porto dopo essere stato devastato da una di quelle tempeste che ti fanno capire che il Diavolo può anche essere di acqua e non necessariamente di fuoco.

I Guadalupe Plata mettono in piedi l’ennesima cerimonia per ingraziarsi il Gran Met, solleticandogli i piedi con cento piccole punte di metallo arrugginito.

Il Dio voodoo sale dagli inferi e si contorce muovendo il bacino come Elvis.

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

 

Annunci

SMASHING PUMPKINS – Shiny and Oh So Bright #1/LP – No Past, No Future, No Sun (Napalm)             

0

L’ultima volta che gli Smashing Pumpkins hanno parlato di volumi 1 e 2, è stato l’inizio del disastro. Era l’alba del nuovo millennio e gli Smashing Pumpkins arrivavano all’appuntamento sgonfi come un palloncino che aveva toccato quasi le stelle e che ora stava ripiombando sulla terra smunto come un profilattico usato.

Un terribile presagio incombe dunque su questo nuovo disco della band di Billy Corgan, una delle star meno simpatiche dello show-biz, uno convinto che avrebbe conquistato il mondo e che invece da quei maledetti due volumi di Machina sopravvive a stento a se stesso e cerca di ricucire il mito degli Smashing Pumpkins con un banale rotolo di scotch, come quando ne mettevi una piccola striscia sulla linguetta staccata della tua cassetta pirata per ri-registrare sui nastri che avevi amato e che adesso ti apprestavi a cancellare per sempre.  

Shiny and Oh So Bright ci riporta sulla terra il disco volante dei Pumpkins e ce li riporta su un disco inconsistente. Davvero, non lo dico perché nutra una qualche antipatia per il loro pilota. O perché odi i Pumpkins per partito preso, anzi: ho amato i loro primi due album alla follia e ho riconosciuto in Mellon Collie mille anime di cui almeno la metà erano in sintonia con le mie.

E del resto anche io non sono un tipo affatto simpatico, per cui dovrei prendere Corgan sottobraccio e, come il Maggiore Campbell davanti all’occhio glaciale di Tommy Shelby, dirgli che il nostro è un destino comune: quello di disprezzare il mondo e, di contro, di risucchiare tutto il disprezzo del mondo come un enorme magnete di odio. Lontani ma simili in qualche modo tragico ed inevitabile. Come quegli infelici che si riuniscono in sette segrete per lasciare detonare il loro malessere comune.

E dunque il mio giudizio non è inquinato in alcun modo da ciò che con la musica c’entra solo relativamente. È solo l’opinione di chi oggi compra un disco e cerca in qualche modo di farlo aderire alla sua anima. O che ne compra uno per tirargliela fuori, quell’anima, anche quando non c’è. E invece si ritrova in mano un trasferello buono per i nostalgici degli anni Novanta, quelli che si ritrovano oggi nelle reunion di band esangui, ai concerti-tributo alla memoria, a celebrare il rito funebre del rock e postandolo su Instagram, per dire al mondo che loro hanno partecipato ad un rituale che tutti sognavano di celebrare quando erano giovani e vivi. Riuscendoci alla fine quando tutti, pubblico ed artisti, erano oramai diventati dei cadaveri ambulanti.   

Eppure, a ben guardare, questo giudizio è viziato in qualche modo. Lo è nella misura in cui l’incapacità di sorprendere di un artista si scontra con la nostra disposizione d’animo nel lasciarci sorprendere, con la nostra pregiudizievole certezza che il già sentito è di per se un assunto difficile da confutare, una corteccia impossibile da scalfire con una lama nuova. Ed è questo che alla fine, seppur nella consapevolezza che qui dentro non troveremo mai una nuova Zero, una nuova Disarm, una nuova Siva, una nuova Tonight Tonight, una nuova Bury Me, una nuova Silverfuck o una nuova Soma, ci fa ammettere controvoglia che l’avarizia di Corgan è perfettamente speculare alla nostra.     

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

DAVE-ID BUSARAS & GIANCARLO FERRARI – I Am, You Are (Easy Action) 

0

Dave-iD Busaras è cantante sgraziato. Anzi, non è cantante affatto.

È un uomo sotto terapia. E quella terapia è la musica.

Il suo canto è un pianto. Un pianto fuori fase senza nessuna correzione all’autotune.  

Giancarlo Ferrari è un tastierista di Vercelli balzato agli onori delle cronache anni fa per aver composto quella che al momento è considerata la canzone più lunga della storia: una prolungata divagazione per sintetizzatore, batteria elettronica e voce intitolata Apparente libertà che non so quanti temerari abbiano avuto l’ardire di ascoltare fino in fondo. Quegli stessi suoni fanno da tappeto per le deliranti performance vocali di Dave-iD Busaras, già uomo-criceto dei Virgin Prunes e da ormai venti e passa anni artista (quasi) in proprio.

Due mondi apparentemente impenetrabili ed inintelligibili che si incontrano (forse solo in un universo immateriale, perché non so se questo progetto abbia previsto delle registrazioni in sincrono e nella medesima congiunzione spazio-temporale) per realizzare un lavoro sicuramente periferico ad ogni perimetro musicale, dopo un primo esperimento intitolato Requiem for a Holy Soul (qui semplicemente Holy Soul).    

Due vite segnate da destini malevoli ed ostili (la meningite che colpisce Busaras nell’infanzia e che lo costringe ad essere oggetto di scherno dai suoi coetanei per tantissimi anni, l’incidente stradale che costringe Ferrari ad abbandonare la carriera di musicista per diverso tempo). Due vite ai margini, anche nel mondo dell’interconnessione e della visibilità a tutti i costi (Ferrari è uno che non ha ancora internet a casa, NdLYS) e che infatti mettono mano ad un disco che è marginale. Volutamente marginale.

Disturbante, spessissimo addirittura irritante. Di proposito. Come il pianto inconsolabile di un bambino, come una consolle per videogames dimenticata accesa, come un cane che non smette di reclamare il suo osso, come John Lydon che frigna per avere indietro il suo vecchio soprannome. E intanto ululando come un coyote Busaras saluta amici e amori immaginari, quelli andati e quelli che arriveranno. Mentre Ferrari aziona i suoi gingilli elettronici, come su un tappeto di un negoziante di giocattoli. Facendo compagnia al suo amico del cuore. Del poco cuore che rimane dopo anni di attesa.

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

THE REACTION – Message in the Fire (Handclap) 

0

L’Olanda ha una tradizione di efferatezze teen-punk non indifferente.

Sono i nomi cui state pensando nell’attimo stesso in cui leggete e a cui i Reaction, anagraficamente loro nipoti, si riallacciano in qualche modo, pur con una deviazione molto british (Down and Out e Eyyy! tracimano nel beat dionisiaco dei Prisoners ad esempio, mentre in un altro paio di tracce sono evidenti i richiami al banghra-pop che dai Beatles ai Kula Shaker ha sempre affascinato l’Inghilterra).

Il loro disco di debutto è un album di chiara ispirazione retroattiva. Non solo il garage, il beat e l’R ‘n B bianco e cisposo ma pure certo soul-punk e certo blues-rock vengono aggiunti alla miscela, tanto da non disdegnare un certo protagonismo strumentale che spesso viene perseguitato come la peste in produzioni di estrazione più garage in senso stretto.

Pezzi come I’m Gonna Love Ya, Message in the Fire, The Nunnery devono tutto alla riuscita connivenza fra questi due elementi, a questo approccio per nulla fanatico ma pronto al compromesso costruttivo.

Forse non ancora pronto a bruciare le carni ma destinato a lasciare qualche segno sicuramente si.  

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

THE EMBROOKS – We Who Are (State)

0

Mi accorgo solo adesso che gli Embrooks mancavano dai miei scaffali di dischi da più di un decennio. Devono aver litigato mentre ero distratto, mi auguro da una bella donna. Apprendo adesso, grazie a questo disco arrivato caldo caldo, che hanno però fatto pace. Beati loro, che io ho gente che non saluto da un ventennio.

La rinnovata sintonia dà vita a questo We Who Are, quarto album in venti anni di carriera. E a vederli, confrontando la foto di copertina con quella del disco di debutto, direi che non se ne può nascondere neppure uno. La loro musica che, per così dire, era nata già “vecchia” ne esce fuori invece in maniera gagliarda.

Una dozzina di pezzi quasi tutti farina del loro sacco e tutti di ottima fattura sono il repertorio allestito per We Who Are.

Come se da quel ’67 non fossero passati cinquant’anni suonati, gli Embrooks ci offrono un tour sul Magic Bus per guardare le meraviglie dei rigogliosi cespugli dei giardini freakbeat, andando a finire un paio di volte (Nightmare ad esempio ma soprattutto l’Hammond-groove di Hang Up) e con mio sommo piacere sulle aiuole dei Prisoners.

Sembrano fare tutto senza il minimo sforzo e al massimo dell’entusiasmo, mentre qui da noi facciamo ancora i referendum per sapere a chi affidare i nostri, di trasporti. Oppure, come aveva predetto Gaber, per sapere dov’è che i cani devono pisciare.

Bravi Embrooks, ancora una volta la vostra macchina del tempo ha funzionato.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

THE REVOX – In Mono (Soundflat) 

0

Raro esempio di band garage triangolare gli svizzeri Revox arrivano al terzo album sotto la supervisione di Mr. Robert Butler (Untold Fables/Miracle Workers/Get Lost!) in persona. Il suono è certamente meno rabbioso rispetto a quello piacevolmente disordinato del disco precedente ma rispetto a quello ha completamente reciso i residui trash-a-billy degli esordi per buttarsi a capofitto in un garage-sound che predilige le tinte brillanti, lo scintillio delle chitarre semiacustiche salvo poi lanciarsi in improvvise fughe elettriche che ti straziano le carni (Never Ending Trip, I Need Love, Axis, She’s So Fine ma in genere tutti i brani del disco sono “infettati” in egual misura da questo velenoso sputo di veleno fuzz).  

In questo lussureggiante e lussurioso giardino di primizie sixties-punk, Father in Low -urticante cespuglio di ortica che sembra tirata via da una siepe dove pisciavano giovani punk come Nobody’s Children, Nomads, Adolescents o Alarm Clocks- fa categoria a sé, facendovi venire le vesciche alle dita non appena poggiate la puntina sul disco. Come ad avvisarvi che c’è il pericolo che ve ne possiate innamorare.

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

KRISTIN HERSH – Possible Dust Clouds (Fire)  

0

C’erano una volta i Throwing Muses e c’era una biondina quattordicenne chiamata Kristin Hersh.

Kristin è adesso una bionda ultracinquantenne affetta da schizofrenia e disturbi bipolari con un divorzio alle spalle e quattro figli. Sempre su quelle esili spalle. Una carriera solista iniziata a metà degli anni Novanta e che io ho seguito distrattamente. Della schizofrenia che l’affligge da anni Kristin ha saputo fare tesoro, trasferendo nella sua musica un’anima languidamente acustica e un’altra dilaniata dall’elettricità, entrambe inquiete. Anche in Possible Dust Clouds convivono entrambe, simbiotiche. Si affrontano senza mai addivenire allo scontro e rendono avvincente una scaletta tra le più riuscite della sua carriera, Throwing Muses compresi. Una sorta di velo grunge alla PJ Harvey si stende su buona parte delle canzoni, con una distorsione sporca e pesante sul basso ed una più sfrangiata e tremolante sulle chitarre a deformare canzoni come Fox Point, Breathe In e Loud Mouth che sono un tripudio dell’indie-rock americano più classico. Come lo amammo quando eravamo minorenni quanto lei. E come ci piace farcelo raccontare da due occhi che ti guardano nascondendo il tormento che si muove dietro l’opalescenza delle sue iridi di ghiaccio.

 

                                   

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

THE DI MAGGIO CONNECTION – Rowdy (Thunderball)  

0

Marco Di Maggio suona la chitarra come Guglielmo Tell usava la balestra.

Al di là dei riconoscimenti internazionali che ormai credo occupino tutte le pareti del suo studio domestico, l’arte di Di Maggio è, oltre che strabiliante, altamente godibile. Rockabilly, swing, country e un certo gusto western colano come salsa BBQ su ogni suo nuovo disco e anche questo Rowdy ne è pieno. Uno di quei dischi in cui niente accade a caso e che pure ti trasmettono un senso di contagiosa, positiva spontaneità. Roba come The Red Bridge, Rock’A’Tango,To and Frò o la corsa alle calcagna di Smoke on the Water danno davvero le pacche sul culetto di tanti artistucoli da quattro soldi che si spacciano per supereroi.

Bravo Di Maggio.  

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

SUEDEHEAD – Constant Frantic Motion (Mad Butcher Classics)  

2

Il nome e la copertina non mi dicevano nulla. O meglio, quel che mi dicevano non mi piaceva. Pensavo all’ennesima band devota a Mr. Morrissey. Ad una sorta di pantomima dei Belle and Sebastian e di altre soap-opera inglesi di forma rotonda.

E così questo Constant Frantic Motion è finito per sostare sulla colonna dei miei dischi da ascoltare per almeno un paio di stagioni. Finché in una giornata più umida delle altre mi sono detto che forse era il momento di aprire le imposte ad un po’ di rovescio inglese.

Ed ecco avvertire subito tutto il colpevole peso del senso di colpa del pregiudizio.

Perché, sebbene siano americani e di inglese abbiano davvero tanto, i Suedehead sono distantissimi da quel che immaginavo. Qui si vola, altissimi, dalle parti di Jam, Purple Hearts, Dexys Midnight Runners, Joe Jackson Band, degli Housemartins più tirati. Addirittura, pur senza raggiungerlo, nei pressi del nido inviolato dei Redskins.  

Il senso di colpa raddoppia scoprendo che questo album BELLISSIMO non è altro che la raccolta dei dischi su piccolo formato realizzati in proprio dalla formazione californiana “scoperta” da Mike Ness dei Social Distortion e che vede tra le sue nutrite fila anche alcuni membri di band come T.S.O.L., Beat Union ed Hepcat.

Un disco dove vi può capitare di incrociare la Waiting Room dei Fugazi e di non riconoscerla oppure di tornare a tormentare i vicini con uno dei più bei pezzi soul scritti da qualcuno con la pelle bianca come Gimme Some Lovin’. E dove vi può capitare di fare la conoscenza con una serie di canzoni che possono svoltarvi ben più che una singola giornata come New Traditions, Young and In Love, Small Town Hero, Long Hot Summer, Can’t Stop, Trevor.

Non siate stolti come me, quando vi capiterà fra le mani il disco dei Suedehead.

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

 

 

 

DI VIOLA MINIMALE – La dinamica degli addii (autoproduzione)  

0

Sei canzoni lunghe un anno. È questo il bottino del nuovo mini album dei Di Viola Minimale, composto e registrato tra il Marzo del 2017 e il Marzo successivo. Il suono della band ragusana scorre piacevolmente dentro quella corrente di suono elettrico di band come Estra, Marlene Kuntz, Moltheni e Santo Niente che è da sempre il loro marchio di fabbrica. C’è una certa predilezione per il passo lento, codeinico, per i climax sonori rilassati ma inquieti anche se a mio parere è quando il gruppo sovverte la disciplina che si è autoimposto che viene fuori il lato migliore, come nel vortice noise de La trappola o nelle sequenze conclusive di Torneremo a vivere dove nervi e muscoli vengono mostrati senza eccedere nell’esibizionismo fine a sé stesso, lasciando sempre socchiuso un minuscolo varco verso il dissonante e il disarmonico, come se nulla fosse veramente accessibile, realmente agevole.

C’è sempre, nella musica dei Di Viola Minimale, un voluto senso di incompiutezza (come nel finale evirato di L’anamnesi), di inappagamento, di scomodo confronto con le emozioni proprie ed altrui, di serenità conquistata a fatica, di scivolosa discesa nel torbido e di fiera consapevolezza della propria incalpestabile dignità morale, una ammaestrata capacità di non lasciarsi umiliare dalle bruttezze della vita così come da non lasciarsi incantare dalle sue frivolezze.         

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro