TIEDBELLY AND MORTANGA – Satan Built a House (Goodfellas)  

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E così anche l’Ospedale Cannizzaro di Catania ha ora il suo blues. Probabilmente frutto dolceamaro di una degenza o di un parto avvenuto nel rinomato nosocomio siciliano.

A scriverlo e a farcirlo di risate sinistre sono TiedBelly e Mortanga, anime blues sputate fuori dallo zolfo dell’Etna, buskers nomadi armati di chitarra e tamburo che adesso scavano qualche solco su una lastra di vinile per documentare come il diavolo metta lo zampino ovunque, quando gliene si da occasione. E che è pronto a metter su casa dove cazzo gli pare.

Ecco dunque Satan Built a Home, il disco che offre ospitalità prima e condono edilizio poi alla nuova dimora di Satana da parte di TiedBelly e Mortanga.

Ma, al di là della fin troppo facile retorica sui luoghi comuni del blues che siamo capaci di tirar fuori quando si tratta di descrivere la musica del diavolo, Satan Built a House va lodato per sapersi appropriare di uno stile usando una calligrafia credibile ma non scolastica, sviscerando del blues non un’anima univoca ma le sue anime molteplici. Che anche il Diavolo si incazza, e pure spesso. E a volte anche lui si ammala di malinconia, più di quanto siamo abituati a pensare.

E tante altre volte sghignazza pensando a quante volte si uccida in nome del suo rivale tacendo il nome del vero mandante: il suo.     

 

                                                                       Franco “Lys” Dimauro

THE ROUTES – Driving Round in Circles (Ghost Highway) / L’ESPERIMENTO DEL DR. K – L’esperimento del Dr. K (Flamingo) / THE NIGHT TIMES – Watch Your Step/I Got My Mind on You (State) / TONI CRIMINE – Tocco il fondo (Area Pirata) / THE UNCLAIMED – You Never Come (Groovie)  

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Quattro nuovi schizzi di seme garage-punk dai Routes, in attesa del loro settimo album in dirittura d’arrivo per Groovie Records. L’EP in piccolo formato esce invece per la spagnola Ghost Highway e in soli otto minuti spiega al mondo intero quello che molte band faticano a far capire in ottanta, a dimostrazione che la band nippo-inglese è ormai da una dozzina d’anni una delle formazioni più agguerrite del genere, con un repertorio solidissimo e un suono roccioso e ultra-riverberato che esplode anche in queste quattro tracce fra accordi legnosi e grugniti da cavernicoli.

Italianissimi sono invece L’esperimento del Dr. K, all’esordio con un 4-pezzi con cui si professano eredi dei Misfits. Un’influenza dichiarata, per il gruppo di Genova. Ma che trovo limitante. La sorpresa sta nel fatto che, derivativi quanto si vuole (poche cose non lo sono), i quattro pezzi del singolo sono strepitosi e lo sono ancor di più quando la lingua scelta è l’italiano.

Accomodatevi pure, lo spaghetti-horror è servito.

Il nuovo singolo dei Night Times conferma le ottime impressioni del loro album: siamo di fronte ad una delle migliori band sixties-oriented uscite in questo ultimo scorcio di decennio. Suoni ricercatissimi e allo stesso tempo esasperati, come il fuzz che frigge come le ali di un’ape sui vetri sul ponte strumentale di Watch Your Step.

Atmosfere analoghe per l’atteso ritorno in studio degli Unclaimed, alfieri del neo-garage che dopo diversi tentativi, riescono finalmente a fermare su lacca quattro pezzi nel loro classico stile, rispolverando anche quella You Never Come suonata decenni fa negli studi di It’s Happening e mai messa su disco. 

Tornano pure, purtroppo solo in digitale, i Toni Crimine di Jenny la motociclista, con due pezzi fortissimi che dovrebbero anticipare un intero album: Tocco il fondo e soprattutto Collezione di vizi sono due sequenze micidiali di riff a manetta, piccoli anthem di punk underground orgoglioso dei suoi vizi e invece prodigo di grandi virtù. In attesa che la loro “collezione di whisky” sia un preludio a una nuova lastra di vinile da aggiungere alla nostra “collezione di dischi”.    

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

 

SCREAMIN’ JAY HAWKINS – Are You One of Jay’s Kids? (Edsel)  

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Decisamente non il periodo migliore di Screamin’ Jay Hawkins, quello dell’epoca Bizarre, etichetta il cui nome sembra calzare perfettamente per il personaggio e il cui A&R man di quegli anni, tal Robert Duffey, si imbatte nel gigante Hawkins quasi per caso, al banco di un bar di Hollywood dove il musicista vive facendo qualche particina su film come Two Moon Junction o Mystery Train e continua a procrearsi come un mandrillo della giungla (si vocifera che il numero totale della prole “illegale” si aggiri sulle settanta unità, il che spiega l’inquietante domanda che intitola questa raccolta, NdLYS).

Discograficamente invece la sua carriera si è inceppata già alla fine degli anni Settanta, salvo un estemporaneo momento di fama underground dovuta ai Fuzztones che ne celebreranno più volte il mito fino a trascinarlo in studio per un singolo a metà degli anni Ottanta.

La trilogia Bizarre, qui raccolta in doppio cd, ne legittima in qualche modo l’oblio. Il tentativo di riportare Hawkins all’attenzione del grande pubblico spinge etichetta e produttori a forzare il piede sull’acceleratore del cattivo gusto, manifestato già da un’orribile versione rap/dance di I Put a Spell On You (unico successo del musicista dell’Ohio) da far inorridire pure i Milli Vanilli.

Tra i crediti dei primi due album (Black Music for White People e Stone Crazy) compare alla chitarra un tale Bo Diddley Junior che però è un semplice turnista il cui stile è quanto di più lontano dal beat tribale del Diddley originale mentre un po’ meglio fa su Somethin’ Funny Goin’ On Buddy Blue dei Beat Farmers, riscattando il disco dal disastro con un suono roots che però spesso cozza con arrangiamenti in stile Kid Creole and The Coconuts. A salvarsi sono infatti le canzoni dal suono più asciutto come la bella Brujo o il canonico blues di When You Walked.

Davvero molto poco per parlare artisticamente di una seconda giovinezza così come per parlare di una vecchiaia dignitosa e anche raccattando fra la spazzatura per salvare dal compattatore Swamp Gas o Ice Cream Man non abbastanza per giustificarne l’acquisto.  

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

IDLES – Joy as an Act of Resistance (Partisan)  

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La gioia come atto estremo di resistenza allo schifo che ci sommerge come merda che sgorga dal pozzo nero del mondo 2.0, quello delle derive nazionaliste, populiste, razziste, maschiliste e sovraniste. Quello per cui quello che mangio è mio e solo mio mentre quello che caco è di tutti. Quello per cui se sei considerato minoranza noi bianchi-maschi-benestanti-samaritani ti diamo una mano per raggiungere la nostra maggioranza, a patto che tu accetti di restare un sottoprodotto e che sia consapevole di essere feccia.

Questo è lo status quo, dentro cui galleggiano delle sacche di resistenza tenute lontane dai riflettori. Gli Idles di Bristol sono una di queste sacche. E il loro secondo album che sembra riadattare nel titolo il vecchio motto di Bakunin è un disco di punk lacerante, scontroso e consapevole. Senza divise di ordinanza, con le facce di una ciurma di filibustieri che una volta scesi al pub del porto si sono dimenticati di doversi nuovamente imbarcare.

Fall nel linguaggio e Clash nell’anima.

Joy as an Act of Resistance è un disco di chitarre sbrindellate e anthem tanto obliqui quanto taglienti (Danny Nedelko, I’m Scum e Colossus destinate ad accendere il pogo nei concerti, oltre che a far brillare qualche neurone nel nostro cervello, NdLYS) che ricorda nei risultati ma non nelle intenzioni quel capolavoro che fu Tournament of Hearts dei Constantines e a metà del quale gli Idles piazzano un’intima confessione di dolore come June che riesce a penetrare la pelle quanto le altre 11 coltellate, nonostante sia condotta da un organo funereo che accompagna i passi muti di Agatha, la figlia di Joe Talbot, obbligata dal destino a dover percorrere solo quelli.

Un disco che ti fa sentire per mezz’ora dalla parte giusta del mondo. Poi torneremo a fare i conti con le restanti quarantasette mezz’ore e mezza che ci restano.      

           

                                                                          Franco “Lys” Dimauro                                       

 

           

                                                                                         

SALMO – Playlist (Sony Music)  

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Meno arrabbiato e più consapevole delle sue capacità (artistiche ma anche carismatiche e di marketing), il buon Salmo mette in piedi il disco destinato a conquistare anche il pubblico dei bimbiminkia, in virtù dei featuring azzeccati e dei suoni a la page che tendono la “trap”pola per attirarli nella sua tela di ragno, fino a sfociare nel footwork ossessivo di Ora che fai?. E il disegno della copertina mi pare abbastanza eloquente e anche azzeccato.  

Il suo spirito hardcore non è però avvizzito, pur riadeguando il suo stile.  

Sa di essere nel mirino e non ha intenzione di scansarsi. Che è un po’ il ruolo imposto a tutti i rapper, di qualunque epoca e a qualsiasi latitudine. Ma sa anche che, dopo aver tastato il terreno, è il momento per tirare l’affondo e battere cassa, al flow di “suono solo per i soldi, vivo solo per il grano, solo per il cash” ostentando quell’ingordigia per il denaro che fa arricciare il naso a tanti puristi rockettari che inviterei volentieri a chiedere ad un qualunque gruppetto alternative o cantautore indie ad abbassare il proprio cachet e a girarmi la loro risposta, se mai la ricevessero. Ecco dunque spuntare le prime crepe in quel muro eretto dal rapper cagliaritano, quelle da cui possono sbocciare (e sbocciano) canzoni dai toni morbidi come Il cielo nella stanza (con lo zampino del team 2nd Roof, da tempo dietro il rap da classifica dei vari Guè Pequeno, Rocco Hunt, Gemitaiz) o Lunedì che servono per circuire il mercato degli adolescenti, evidentemente il nuovo target cui Salmo mira adesso spudoratamente, giocando ad evocarne i demoni come con una tavola Ouija e allo stesso tempo farsene beffe quando questi si siano manifestati.

Il resto è la solita orgogliosa manifestazione di appartenenza ad una tribù che nel giro di qualche anno si è presa tutto quello cui ambiva e che è riuscita a scardinare il mercato e a far invecchiare di colpo di almeno venti anni i soliti nomi del circuito musicale. Muovendo numeri da paura. Perché ormai “tutti sanno il nome”. Che piaccia o meno.

È la tribù che si sente a suo agio dentro quel mondo immenso e superficiale dell’età di internet, quello in cui puoi fluttuare senza soluzione di continuità da un sito porno ad un social, da un video musicale a un gioco virale, da una fake news ad una dichiarazione politica, da una chat ad un trailer di Netflix assegnando ad ogni clic del puntatore lo stesso valore, quasi sempre prossimo allo zero, appiattendo le coscienze e riducendo tutto ad una serie paritetica di hashtag, citazioni, richiami che sono mnemonici e sintattici, di costume o di tendenza ma mai realmente emozionali. Dove la curiosità è semplice gusto voyeuristico o al massimo presa di posizione fine a se stessa giustificata solo dal bisogno di esibizione. Così che quando Salmo cita Franco Micalizzi, il suo pubblico finisce per assorbirne il nome come semplice elemento metrico di assonanza sillabica ma senza sentire alcuna necessità di approfondirne la conoscenza. Di questo mondo onnivoro ma senza appetito e di questi tempi in cui tutti siamo connessi senza essere legati a nessuno Playlist legittima Salmo come uno dei rappresentanti più credibili, disinvolti e capaci, con pezzi come 90min, Perdonami, Stai zitto, Prega per me, Dispovery Channel destinati a fare da innesto per i candelotti di un disgusto che si risolve sempre più spesso in una misantropia e uno strisciante, tacito, subliminale mito del super-uomo che per nostra fortuna resta spesso difficile da decifrare anche a coloro che ne sono vittime.     

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

GUADALUPE PLATA – Guadalupe Plata (Everlasting)  

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Si intitola semplicemente Guadalupe Plata, il nuovo disco dei Guadalupe Plata.

Come quello precedente.

E come quello prima.

E come quello prima ancora, che aveva lo stesso titolo del disco di debutto del 2011.

Il terzetto di Ubeda, piccola e accogliente cittadina dell’Andalucia, non ne vuole sapere di cambiare titolo al proprio programma. Come del resto non pensa neppure lontanamente di cambiare gli ingredienti della sua miscela il cui elemento principale rimane tanto zolfo rock ‘n’ roll, suonato però con la stessa attitudine corrosiva, disturbante, straniante dei Suicide.

Ascoltare ogni loro disco, e questo non fa eccezione alcuna, è come vedere il vascello fantasma dei Gallon Drunk fare rientro al porto dopo essere stato devastato da una di quelle tempeste che ti fanno capire che il Diavolo può anche essere di acqua e non necessariamente di fuoco.

I Guadalupe Plata mettono in piedi l’ennesima cerimonia per ingraziarsi il Gran Met, solleticandogli i piedi con cento piccole punte di metallo arrugginito.

Il Dio voodoo sale dagli inferi e si contorce muovendo il bacino come Elvis.

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

 

SMASHING PUMPKINS – Shiny and Oh So Bright #1/LP – No Past, No Future, No Sun (Napalm)             

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L’ultima volta che gli Smashing Pumpkins hanno parlato di volumi 1 e 2, è stato l’inizio del disastro. Era l’alba del nuovo millennio e gli Smashing Pumpkins arrivavano all’appuntamento sgonfi come un palloncino che aveva toccato quasi le stelle e che ora stava ripiombando sulla terra smunto come un profilattico usato.

Un terribile presagio incombe dunque su questo nuovo disco della band di Billy Corgan, una delle star meno simpatiche dello show-biz, uno convinto che avrebbe conquistato il mondo e che invece da quei maledetti due volumi di Machina sopravvive a stento a se stesso e cerca di ricucire il mito degli Smashing Pumpkins con un banale rotolo di scotch, come quando ne mettevi una piccola striscia sulla linguetta staccata della tua cassetta pirata per ri-registrare sui nastri che avevi amato e che adesso ti apprestavi a cancellare per sempre.  

Shiny and Oh So Bright ci riporta sulla terra il disco volante dei Pumpkins e ce li riporta su un disco inconsistente. Davvero, non lo dico perché nutra una qualche antipatia per il loro pilota. O perché odi i Pumpkins per partito preso, anzi: ho amato i loro primi due album alla follia e ho riconosciuto in Mellon Collie mille anime di cui almeno la metà erano in sintonia con le mie.

E del resto anche io non sono un tipo affatto simpatico, per cui dovrei prendere Corgan sottobraccio e, come il Maggiore Campbell davanti all’occhio glaciale di Tommy Shelby, dirgli che il nostro è un destino comune: quello di disprezzare il mondo e, di contro, di risucchiare tutto il disprezzo del mondo come un enorme magnete di odio. Lontani ma simili in qualche modo tragico ed inevitabile. Come quegli infelici che si riuniscono in sette segrete per lasciare detonare il loro malessere comune.

E dunque il mio giudizio non è inquinato in alcun modo da ciò che con la musica c’entra solo relativamente. È solo l’opinione di chi oggi compra un disco e cerca in qualche modo di farlo aderire alla sua anima. O che ne compra uno per tirargliela fuori, quell’anima, anche quando non c’è. E invece si ritrova in mano un trasferello buono per i nostalgici degli anni Novanta, quelli che si ritrovano oggi nelle reunion di band esangui, ai concerti-tributo alla memoria, a celebrare il rito funebre del rock e postandolo su Instagram, per dire al mondo che loro hanno partecipato ad un rituale che tutti sognavano di celebrare quando erano giovani e vivi. Riuscendoci alla fine quando tutti, pubblico ed artisti, erano oramai diventati dei cadaveri ambulanti.   

Eppure, a ben guardare, questo giudizio è viziato in qualche modo. Lo è nella misura in cui l’incapacità di sorprendere di un artista si scontra con la nostra disposizione d’animo nel lasciarci sorprendere, con la nostra pregiudizievole certezza che il già sentito è di per se un assunto difficile da confutare, una corteccia impossibile da scalfire con una lama nuova. Ed è questo che alla fine, seppur nella consapevolezza che qui dentro non troveremo mai una nuova Zero, una nuova Disarm, una nuova Siva, una nuova Tonight Tonight, una nuova Bury Me, una nuova Silverfuck o una nuova Soma, ci fa ammettere controvoglia che l’avarizia di Corgan è perfettamente speculare alla nostra.     

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

DAVE-ID BUSARAS & GIANCARLO FERRARI – I Am, You Are (Easy Action) 

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Dave-iD Busaras è cantante sgraziato. Anzi, non è cantante affatto.

È un uomo sotto terapia. E quella terapia è la musica.

Il suo canto è un pianto. Un pianto fuori fase senza nessuna correzione all’autotune.  

Giancarlo Ferrari è un tastierista di Vercelli balzato agli onori delle cronache anni fa per aver composto quella che al momento è considerata la canzone più lunga della storia: una prolungata divagazione per sintetizzatore, batteria elettronica e voce intitolata Apparente libertà che non so quanti temerari abbiano avuto l’ardire di ascoltare fino in fondo. Quegli stessi suoni fanno da tappeto per le deliranti performance vocali di Dave-iD Busaras, già uomo-criceto dei Virgin Prunes e da ormai venti e passa anni artista (quasi) in proprio.

Due mondi apparentemente impenetrabili ed inintelligibili che si incontrano (forse solo in un universo immateriale, perché non so se questo progetto abbia previsto delle registrazioni in sincrono e nella medesima congiunzione spazio-temporale) per realizzare un lavoro sicuramente periferico ad ogni perimetro musicale, dopo un primo esperimento intitolato Requiem for a Holy Soul (qui semplicemente Holy Soul).    

Due vite segnate da destini malevoli ed ostili (la meningite che colpisce Busaras nell’infanzia e che lo costringe ad essere oggetto di scherno dai suoi coetanei per tantissimi anni, l’incidente stradale che costringe Ferrari ad abbandonare la carriera di musicista per diverso tempo). Due vite ai margini, anche nel mondo dell’interconnessione e della visibilità a tutti i costi (Ferrari è uno che non ha ancora internet a casa, NdLYS) e che infatti mettono mano ad un disco che è marginale. Volutamente marginale.

Disturbante, spessissimo addirittura irritante. Di proposito. Come il pianto inconsolabile di un bambino, come una consolle per videogames dimenticata accesa, come un cane che non smette di reclamare il suo osso, come John Lydon che frigna per avere indietro il suo vecchio soprannome. E intanto ululando come un coyote Busaras saluta amici e amori immaginari, quelli andati e quelli che arriveranno. Mentre Ferrari aziona i suoi gingilli elettronici, come su un tappeto di un negoziante di giocattoli. Facendo compagnia al suo amico del cuore. Del poco cuore che rimane dopo anni di attesa.

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

THE REACTION – Message in the Fire (Handclap) 

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L’Olanda ha una tradizione di efferatezze teen-punk non indifferente.

Sono i nomi cui state pensando nell’attimo stesso in cui leggete e a cui i Reaction, anagraficamente loro nipoti, si riallacciano in qualche modo, pur con una deviazione molto british (Down and Out e Eyyy! tracimano nel beat dionisiaco dei Prisoners ad esempio, mentre in un altro paio di tracce sono evidenti i richiami al banghra-pop che dai Beatles ai Kula Shaker ha sempre affascinato l’Inghilterra).

Il loro disco di debutto è un album di chiara ispirazione retroattiva. Non solo il garage, il beat e l’R ‘n B bianco e cisposo ma pure certo soul-punk e certo blues-rock vengono aggiunti alla miscela, tanto da non disdegnare un certo protagonismo strumentale che spesso viene perseguitato come la peste in produzioni di estrazione più garage in senso stretto.

Pezzi come I’m Gonna Love Ya, Message in the Fire, The Nunnery devono tutto alla riuscita connivenza fra questi due elementi, a questo approccio per nulla fanatico ma pronto al compromesso costruttivo.

Forse non ancora pronto a bruciare le carni ma destinato a lasciare qualche segno sicuramente si.  

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

THE EMBROOKS – We Who Are (State)

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Mi accorgo solo adesso che gli Embrooks mancavano dai miei scaffali di dischi da più di un decennio. Devono aver litigato mentre ero distratto, mi auguro da una bella donna. Apprendo adesso, grazie a questo disco arrivato caldo caldo, che hanno però fatto pace. Beati loro, che io ho gente che non saluto da un ventennio.

La rinnovata sintonia dà vita a questo We Who Are, quarto album in venti anni di carriera. E a vederli, confrontando la foto di copertina con quella del disco di debutto, direi che non se ne può nascondere neppure uno. La loro musica che, per così dire, era nata già “vecchia” ne esce fuori invece in maniera gagliarda.

Una dozzina di pezzi quasi tutti farina del loro sacco e tutti di ottima fattura sono il repertorio allestito per We Who Are.

Come se da quel ’67 non fossero passati cinquant’anni suonati, gli Embrooks ci offrono un tour sul Magic Bus per guardare le meraviglie dei rigogliosi cespugli dei giardini freakbeat, andando a finire un paio di volte (Nightmare ad esempio ma soprattutto l’Hammond-groove di Hang Up) e con mio sommo piacere sulle aiuole dei Prisoners.

Sembrano fare tutto senza il minimo sforzo e al massimo dell’entusiasmo, mentre qui da noi facciamo ancora i referendum per sapere a chi affidare i nostri, di trasporti. Oppure, come aveva predetto Gaber, per sapere dov’è che i cani devono pisciare.

Bravi Embrooks, ancora una volta la vostra macchina del tempo ha funzionato.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro