THE EMBROOKS – We Who Are (State)

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Mi accorgo solo adesso che gli Embrooks mancavano dai miei scaffali di dischi da più di un decennio. Devono aver litigato mentre ero distratto, mi auguro da una bella donna. Apprendo adesso, grazie a questo disco arrivato caldo caldo, che hanno però fatto pace. Beati loro, che io ho gente che non saluto da un ventennio.

La rinnovata sintonia dà vita a questo We Who Are, quarto album in venti anni di carriera. E a vederli, confrontando la foto di copertina con quella del disco di debutto, direi che non se ne può nascondere neppure uno. La loro musica che, per così dire, era nata già “vecchia” ne esce fuori invece in maniera gagliarda.

Una dozzina di pezzi quasi tutti farina del loro sacco e tutti di ottima fattura sono il repertorio allestito per We Who Are.

Come se da quel ’67 non fossero passati cinquant’anni suonati, gli Embrooks ci offrono un tour sul Magic Bus per guardare le meraviglie dei rigogliosi cespugli dei giardini freakbeat, andando a finire un paio di volte (Nightmare ad esempio ma soprattutto l’Hammond-groove di Hang Up) e con mio sommo piacere sulle aiuole dei Prisoners.

Sembrano fare tutto senza il minimo sforzo e al massimo dell’entusiasmo, mentre qui da noi facciamo ancora i referendum per sapere a chi affidare i nostri, di trasporti. Oppure, come aveva predetto Gaber, per sapere dov’è che i cani devono pisciare.

Bravi Embrooks, ancora una volta la vostra macchina del tempo ha funzionato.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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THE REVOX – In Mono (Soundflat) 

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Raro esempio di band garage triangolare gli svizzeri Revox arrivano al terzo album sotto la supervisione di Mr. Robert Butler (Untold Fables/Miracle Workers/Get Lost!) in persona. Il suono è certamente meno rabbioso rispetto a quello piacevolmente disordinato del disco precedente ma rispetto a quello ha completamente reciso i residui trash-a-billy degli esordi per buttarsi a capofitto in un garage-sound che predilige le tinte brillanti, lo scintillio delle chitarre semiacustiche salvo poi lanciarsi in improvvise fughe elettriche che ti straziano le carni (Never Ending Trip, I Need Love, Axis, She’s So Fine ma in genere tutti i brani del disco sono “infettati” in egual misura da questo velenoso sputo di veleno fuzz).  

In questo lussureggiante e lussurioso giardino di primizie sixties-punk, Father in Low -urticante cespuglio di ortica che sembra tirata via da una siepe dove pisciavano giovani punk come Nobody’s Children, Nomads, Adolescents o Alarm Clocks- fa categoria a sé, facendovi venire le vesciche alle dita non appena poggiate la puntina sul disco. Come ad avvisarvi che c’è il pericolo che ve ne possiate innamorare.

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

KRISTIN HERSH – Possible Dust Clouds (Fire)  

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C’erano una volta i Throwing Muses e c’era una biondina quattordicenne chiamata Kristin Hersh.

Kristin è adesso una bionda ultracinquantenne affetta da schizofrenia e disturbi bipolari con un divorzio alle spalle e quattro figli. Sempre su quelle esili spalle. Una carriera solista iniziata a metà degli anni Novanta e che io ho seguito distrattamente. Della schizofrenia che l’affligge da anni Kristin ha saputo fare tesoro, trasferendo nella sua musica un’anima languidamente acustica e un’altra dilaniata dall’elettricità, entrambe inquiete. Anche in Possible Dust Clouds convivono entrambe, simbiotiche. Si affrontano senza mai addivenire allo scontro e rendono avvincente una scaletta tra le più riuscite della sua carriera, Throwing Muses compresi. Una sorta di velo grunge alla PJ Harvey si stende su buona parte delle canzoni, con una distorsione sporca e pesante sul basso ed una più sfrangiata e tremolante sulle chitarre a deformare canzoni come Fox Point, Breathe In e Loud Mouth che sono un tripudio dell’indie-rock americano più classico. Come lo amammo quando eravamo minorenni quanto lei. E come ci piace farcelo raccontare da due occhi che ti guardano nascondendo il tormento che si muove dietro l’opalescenza delle sue iridi di ghiaccio.

 

                                   

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

THE DI MAGGIO CONNECTION – Rowdy (Thunderball)  

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Marco Di Maggio suona la chitarra come Guglielmo Tell usava la balestra.

Al di là dei riconoscimenti internazionali che ormai credo occupino tutte le pareti del suo studio domestico, l’arte di Di Maggio è, oltre che strabiliante, altamente godibile. Rockabilly, swing, country e un certo gusto western colano come salsa BBQ su ogni suo nuovo disco e anche questo Rowdy ne è pieno. Uno di quei dischi in cui niente accade a caso e che pure ti trasmettono un senso di contagiosa, positiva spontaneità. Roba come The Red Bridge, Rock’A’Tango,To and Frò o la corsa alle calcagna di Smoke on the Water danno davvero le pacche sul culetto di tanti artistucoli da quattro soldi che si spacciano per supereroi.

Bravo Di Maggio.  

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

SUEDEHEAD – Constant Frantic Motion (Mad Butcher Classics)  

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Il nome e la copertina non mi dicevano nulla. O meglio, quel che mi dicevano non mi piaceva. Pensavo all’ennesima band devota a Mr. Morrissey. Ad una sorta di pantomima dei Belle and Sebastian e di altre soap-opera inglesi di forma rotonda.

E così questo Constant Frantic Motion è finito per sostare sulla colonna dei miei dischi da ascoltare per almeno un paio di stagioni. Finché in una giornata più umida delle altre mi sono detto che forse era il momento di aprire le imposte ad un po’ di rovescio inglese.

Ed ecco avvertire subito tutto il colpevole peso del senso di colpa del pregiudizio.

Perché, sebbene siano americani e di inglese abbiano davvero tanto, i Suedehead sono distantissimi da quel che immaginavo. Qui si vola, altissimi, dalle parti di Jam, Purple Hearts, Dexys Midnight Runners, Joe Jackson Band, degli Housemartins più tirati. Addirittura, pur senza raggiungerlo, nei pressi del nido inviolato dei Redskins.  

Il senso di colpa raddoppia scoprendo che questo album BELLISSIMO non è altro che la raccolta dei dischi su piccolo formato realizzati in proprio dalla formazione californiana “scoperta” da Mike Ness dei Social Distortion e che vede tra le sue nutrite fila anche alcuni membri di band come T.S.O.L., Beat Union ed Hepcat.

Un disco dove vi può capitare di incrociare la Waiting Room dei Fugazi e di non riconoscerla oppure di tornare a tormentare i vicini con uno dei più bei pezzi soul scritti da qualcuno con la pelle bianca come Gimme Some Lovin’. E dove vi può capitare di fare la conoscenza con una serie di canzoni che possono svoltarvi ben più che una singola giornata come New Traditions, Young and In Love, Small Town Hero, Long Hot Summer, Can’t Stop, Trevor.

Non siate stolti come me, quando vi capiterà fra le mani il disco dei Suedehead.

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

 

 

 

DI VIOLA MINIMALE – La dinamica degli addii (autoproduzione)  

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Sei canzoni lunghe un anno. È questo il bottino del nuovo mini album dei Di Viola Minimale, composto e registrato tra il Marzo del 2017 e il Marzo successivo. Il suono della band ragusana scorre piacevolmente dentro quella corrente di suono elettrico di band come Estra, Marlene Kuntz, Moltheni e Santo Niente che è da sempre il loro marchio di fabbrica. C’è una certa predilezione per il passo lento, codeinico, per i climax sonori rilassati ma inquieti anche se a mio parere è quando il gruppo sovverte la disciplina che si è autoimposto che viene fuori il lato migliore, come nel vortice noise de La trappola o nelle sequenze conclusive di Torneremo a vivere dove nervi e muscoli vengono mostrati senza eccedere nell’esibizionismo fine a sé stesso, lasciando sempre socchiuso un minuscolo varco verso il dissonante e il disarmonico, come se nulla fosse veramente accessibile, realmente agevole.

C’è sempre, nella musica dei Di Viola Minimale, un voluto senso di incompiutezza (come nel finale evirato di L’anamnesi), di inappagamento, di scomodo confronto con le emozioni proprie ed altrui, di serenità conquistata a fatica, di scivolosa discesa nel torbido e di fiera consapevolezza della propria incalpestabile dignità morale, una ammaestrata capacità di non lasciarsi umiliare dalle bruttezze della vita così come da non lasciarsi incantare dalle sue frivolezze.         

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

 

ROBERTO MANFREDI – Cesare Monti: l’immagine della musica (Crac Edizioni)  

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Storie e foto sono in gran parte “prelevate” dal blog dello stesso Cesare Monti, attivo dal Gennaio del 2012 e da lui stesso aggiornato fino al giorno della sua morte.

È dunque un Cesare Monti che si racconta in prima persona quello de L’immagine della musica. Ma è anche un Cesare Monti di cui parlano alcuni tra quelli che hanno incontrato per caso o su accordo stabilito uno dei più grandi innovatori della cultura pop, da Branduardi a Rettore, da Finardi a Cattaneo, da Vittorio Nocenzi a Maurizio Vandelli. Roberto Manfredi, grazie all’apporto della vedova Monti e della loro figlia Alice Montalbetti raccoglie queste testimonianze e altri cocci di memoria e, proprio come aveva fatto Cesare con la spilla presa in prestito da Gianni Sassi, prova a rimetterli insieme usando una colla rapida.

Non è facile, ma ci prova. Non è facile perché quando si parla di personaggi così visionari che prendono il loro posto nella storia proprio in un momento in cui la storia si sta scrivendo (ed è una storia importante: quella della musica “alternativa” degli anni Settanta del Banco, di De André, di Eugenio Finardi, di Edoardo Bennato, di Enzo Jannacci, Roberto Manfredi, Dedalus, Pepe Maina, Pino Daniele, del Parco Lambro, di Re Nudo) occorrerebbe avere uno spazio infinito su cui scrivere aneddoti e curiosità che sono memoria collettiva infinita. Un’epoca difficile sopra e sotto i palchi, di fermento e paura che Cesare Monti ha la capacità di descrivere e fissare nella nostra memoria con immagini forti, contrasti brutali, scatti grotteschi, fotomontaggi surreali e che Manfredi si prende la briga di riportare in forma scritta, in un omaggio sentito ad un amico col “sorriso da ippopotamo” e una fantasia paragonabile a poco altro.    

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

NERO KANE – Love in a Dying World (American Primitive)  

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Prima furono i Doggs, ovvero il rumore del pisello di Iggy mentre si scopava le groupie nei camerini del Michigan Palace. Quindi fu la volta di Lust Soul, esordio solista in abiti neri e attillati da Corvo metropolitano. Un gusto gotico che permane anche in questa nuova produzione, cambiandosi però d’abito e infilandosi dentro il miglior gotico americano, che è quello degli spazi aperti, dello spirito che si smarrisce nell’agorafobia delle distese desertiche che sono un balcone di roccia e sabbia aperto sull’anima, delle campagne battute da venti sempre più implacabili.

La musica di Nero Kane è carica di presagi sinistri e armata di una tristezza affilata, di un amore che sta appassendo assieme al mondo che lo accoglie in un ultimo abbraccio e che odora di morte come lui. Nero raccoglie questo amore esanime e lo porta in braccio, senza curarsi di prestargli soccorso. Ne mostra il cadavere e ne rimane sedotto anche quando non respira più, intonando un canto d’amore che è un canto da veglia funebre che impregna tutto il suo disco, abisso nero di amore e morte.

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

THE GOOD, THE BAD AND THE QUEEN – Merrie Land (Studio 13)   

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The Good, the Bad and the Queen hanno fatto un altro disco che fra un paio d’anni non ascolterà più nessuno, forse neppure loro. Un album che si regge sull’attualità del tema (quello della Brexit) e che su quel tema costruisce una musica cinematografica nella quale sembra davvero di vedere l’isola britannica andare alla deriva con tutto il suo carico di anime, come una nave da crociera che ha spento i motori proprio mentre nella sala-teatro si tiene uno spettacolo da circo. Attori, marionette e suonatori sembrano disorientati. Lo show diventa zoppicante, le musiche si ingrigiscono, tutto diventa una baldoria triste, come un disco dei Madness che si inceppa, un carillon fuori fase.

Le canzoni di Merrie Land sono prive di ritornelli, di motivetti da cantare. Galleggiano indossando un Wurlitzer di salvataggio e annegano nella cristalleria evocata dai suoni della marimba, di un oboe, dei flauti. Sono canzoni con la spina nel fianco, drammatiche e goffe come degli Smiths sgonfiati o il Sandinista! stantio di Broadway e Hitsville U.K..  

Come Ribbons e The Poison Tree, naufragio definitivo dei Blur di The Universal e Tender.

L’Inghilterra, orfana più che di Europa di veri capolavori autoctoni, ve lo paragonerà a qualche disco dei Kinks o addirittura dei Beatles. Invece sembra il locale caldaie dello Yellow Submarine invaso dalle alghe.

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

 

MARSHMALLOW OVERCOAT – songs from the motion picture All You Need Is Fuzz (Area Pirata)  

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Che la musica rock si sia stancata da qualche anno di prendere polvere sugli scaffali dei negozi di dischi e si sia spostata tra i ripiani delle librerie e sugli schermi di cinema e tv è un fatto ormai noto. Autobiografie, monografie, saggi, cortometraggi amatoriali e lungometraggi con produzioni da blockbuster hanno interessato (e, visto il trend, continueranno a farlo con frequenza sempre maggiore) trasversalmente TUTTO il settore musicale, da quello di nicchia a quello effimero venuto fuori dai talent sparsi per il mondo, dalle grandi stelle del pop alle più estreme rock ‘n’ roll band della storia. Dai Sonics ai Måneskin, dai Coldplay ai Radio Birdman, dagli Oasis ai Queen, da Lady Gaga ai Virgin Prunes, dai Byrds a Fabrizio De André, da Dylan a J.Ax non c’è una casa editoriale o cinematografica che non investa sul pupillo di turno o un artista che voglia diversificare l’offerta della sua autopromozione. Timothy Gassen è uno che si arrabatta da anni tra libri e documentari per cui non stupisce che anche lui abbia presentato, al 28imo Arizona Film Festival, un vero e proprio film di 90 minuti per raccontare l’universo delle garage-bands, in particolare della sua.

In giro, dice Tim Gassen, da 30 anni (di cui gli ultimi venti però in ibernazione e in ventilazione forzata solo grazie alla sua attività sui social, NdLYS) i Marshmallow Overcoat hanno percorso attivamente la storia del movimento neo-garage in realtà per un solo decennio anche se a Gassen piace far credere che il loro cadavere respiri ancora. Insomma, uno dei casi neanche troppo isolati in cui l’astuzia supera di gran lunga il talento.

Non avendo ancora vista la pellicola non so in che modo Gassen ci racconterà la faccenda.

Però adesso Area Pirata ne pubblica la versione “audio”: 25 canzoni che ne documentano l’intera carriera, a cominciare dal primissimo singolo su Dionysus. Il disco è infatti una sorta di “ristampa” (copertina compresa) del “Very Best of” pubblicato qualche anno fa su Garagenation, spurgato dalle cover versions e concentrato sul materiale autoctono con tre inediti assoluti. Di buon livello, soprattutto quando la band si avventura(va) nelle cose più sinistre come Psilocybil Mind, Santa Fuzz, 13 Ghosts o The Mummy. In attesa che magari gli Overcoat si decidano a registrare qualcosa di nuovo e non a campare di rendita con del materiale che ha più anni delle mie figlie.   

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro