DR. FEELGOOD – Sneakin’ Suspicion (United Artists)  

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Nella metà degli anni Settanta se c’è una band che suona così dannatamente fuori moda eppure così dannatamente cruda e sfacciata, quella band si chiama Dr. Feelgood. Ecco perché ogni ragazzino inglese, prima di decidere di fare il musicista punk, è un fan dei Dr. Feelgood. Nessuno escluso. Ma proprio mentre quei ragazzini si stanno armando di strumenti spinti dalla medesima voglia di riportare il rock ‘n roll alla sua essenza, qualcosa nel meccanismo del gruppo dell’Essex si inceppa.

Il pomo della discordia si intitola Paradise, una “paradisiaca” e per la prima volta molto personale ed intima visione dell’amore poligamo scritta da Wilko Johnson (per chi non lo sapesse, il futuro boia de Il Trono di Spade, NdLYS) che trova in disaccordo Lee Brilleaux (e che lo stesso Wilko riscriverà cambiando gli ultimi versi dopo la morte dell’amata moglie Irene).

È una ripicca del cazzo, niente di più. Tra l’altro ripagata con la stessa moneta, con i capricci di Johnson riguardo la scelta di una cover di Lucky Seven da aggiungere in scaletta.

Ma Wilko e Lee sono ceffi orgogliosi e più inclini ai cazzotti e all’alcol che alla favella, motivo per cui Johnson lascerà la cricca che le registrazioni del loro terzo disco in studio non sono ancora terminate, tanto che Lee se lo promuoverà da leader unico.

Ma su Sneakin’ Suspicion quella chitarra che scartavetra il miglior rock ‘n’ roll degli anni Cinquanta e Sessanta c’è eccome. E ci sono dentro pure le ultime cinque canzoni che Johnson firma per il gruppo, una più bella e rozza dell’altra. E ci sono dentro pure Paradise e Lucky Seven, come punti di una cicatrice che invece non si sanerà mai più.    

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

PINK FLOYD – Animals (Harvest)  

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Con gli incassi astronomici di Dark Side of the Moon e Wish You Were Here i Pink Floyd si concedono il lusso di comprare un grande edificio di proprietà della Chiesa di San Giacomo situata sulla Britannia Row, nella zona nord di Londra e di allestire il proprio studio personale. Lì dentro, mentre Johnny Rotten passeggia con la sua T-shirt con cui rivela ai coetanei il suo odio per i Pink Floyd, prendono forma a pochi mesi di distanza l’uno dall’altro, Animals e Music for Pleasure, il secondo album dei Damned prodotto da Nick Mason (che presto rileverà l’intero studio di registrazione), a dimostrazione che l’odio per i dinosauri del rock non era poi così viscerale e che la rabbia verso la politica e le istituzioni cova con il medesimo disgusto anche su nidi apparentemente lontani anni luce gli uni dagli altri.

Animals è un disco dai toni plumbei, asfissianti tipici della produzione artistica firmata Roger Waters. Mostra una società soggiogata dai poteri forti, orwelliana, non più divisa per classi sociali ma per branchi, mandrie, greggi. Una mutazione antropologica ispirata da quella descritta proprio da George Orwell su Animal Farm e che Waters sfrutta come immagine allegorica per raccontare un’Inghilterra schiacciata tra l’impennata del National Front e le rivendicazioni sociali della working class che spaccano in due una nazione provata dalla crisi economica del 1976. In mezzo a questi due fronti vive la borghesia, ammansita dalla televisione usata come nuovo veicolo di dominio di massa e vivono i figli scontenti di quella borghesia, annoiati da tutto, privati di un futuro che non riescono a immaginare ne’ in fabbrica ne’ in salotto a condividere con mamme e papà l’ennesima puntata di Coronation Street, di The Good Life o di Crossroads.

Fazioni che non dialogano più tra di loro.

Come forse succede anche dentro i Pink Floyd. Che sono la scomposizione del quattro in numeri primi. Ma che sono capaci di assecondare il frastuono delle parolacce scagliate da Waters lungo le tre canzoni lunghissime che rappresentano il vero cuore del disco, piene di versi di animali reali o plagiati (la chitarra di Gilmour che imita il suono dei gabbiani su Pigs o il chiocciare di una gallina su Dogs oppure il synth di Wright che nella parte centrale di Sheep sembra riprodurre il canto delle balene in cattività). Non più il giardino delle delizie di Ummagumma, ma uno zoo post-industriale di animali ammansiti che grufolano nel trogolo dove hanno messo a macerare la loro libertà.    

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

THE COUNT BISHOPS – The Count Bishops (Chiswick)  

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Dave Tice era stato, dal 1971 al 1977, il talentuoso cantante dei Buffalo, una delle tante meraviglie del continente australiano. Da quella stessa progenie di bovini era fuoriuscito all’indomani del fantastico album di debutto Paul Balbi, trasferitosi ormai da tempo a Londra dove, rispondendo ad un annuncio sulle pagine del Melody Maker, aveva unito la sua sorte a quella di altri due bighelloni della City ponendo le basi per la nascita dei Count Bishops. Abbandonati dal cantante, i Bishops avevano dovuto incidere il primo album affidando ai due chitarristi l’onere di alternarsi al microfono, senza grossi risultati. Ma al momento di registrare il seguito, Paul decide di “offrire” un’opportunità di lavoro al vecchio amico Dave. Che fa fagotto e arriva a Londra proprio in tempo per entrare negli studi Jackson di Vic Maile che la band ha prenotato per le sessions di registrazione di quello che dovrebbe essere, e la mancanza di titolo lo indica chiaramente, un nuovo inizio per la band inglese. La voce ruspante di Dave Tice calza a pennello per il suono morbosamente vintage dei Bishops, una portentosa miscela basica di rock ‘n’roll, beat e blues in grado di gareggiare con la Magic Band di Safe as Milk, i Troggs e i Kinks dei primi tre album in pressapochismo elevato a scelta di vita, con cover come Don’t Start Crying Now, I Need You e Down in the Bottom a marcare il territorio, facendo arretrare gli altri cani randagi della città.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

GENE CLARK – Two Sides to Every Story (High Moon)  

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Se dicessi che questo è il capolavoro di Gene Clark mentirei alla storia.

Siamo nel ’77, nel pieno della parabola discendente di Gene Clark, giunta ormai al capolinea sia dal punto di vista ispirativo che da quello privato. Risucchiato in un drammatico vortice di abusi di alcol e droghe, frustrato dalle vendite irrisorie del suo ultimo lavoro, (nuovamente) privo di contratto discografico, sfinito dagli attacchi di panico, psicologicamente sfigurato da disturbi bipolari sempre più profondi e abbandonato da moglie e figli atterriti dai suoi sempre più frequenti sbalzi d’umore e scatti di violenza, Gene allestisce il suo ennesimo tendone del circo country plagiato e raggirato dal suo produttore che approfittando di uno dei tanti momenti bui di Clark licenzia in tronco la sua band e lo convince a scucire un po’ di quattrini per finanziarsi le registrazioni che troveranno tutte le case discografiche con le porte serrate quando si tratterà di pubblicare l’eventuale disco tratto da quelle sessions.

Alla fine sarà la RSO a dare una chance a Gene Clark, pubblicando Two Sides to Every Story sul suo catalogo a fianco dei dischi di Bee Gees, Blind Faith ed Eric Clapton. Gene Clark che a quel punto della sua carriera, come dicevo, ha già scritto tutti i suoi capolavori ma è ancora capace di fare dischi dignitosi. E Two Sides to Every Story lo è, indubbiamente. La sua voce su Past Addresses e Give My Love to Marie ha ancora la capacità di carezzarci l’anima e di cacciare via qualche spirito cattivo anche se il musicista californiano è perseguitato dai suoi.

La ristampa a cura della High Moon non prevede alcun bonus sull’edizione fisica ma è possibile scaricare il materiale supplementare in formato WAV collegandosi al sito dell’etichetta e digitando il codice presente nella card allegata al supporto. Ecco dunque un’intervista di dodici minuti e una ventina di canzoni eseguite con i Silverados (la backing band di Elvis Presley) che Gene avrebbe voluto portare in studio ma che la cui presenza venne infine boicottata da Thomas Kaye, come accennato prima.

Affrettatevi, però, che ben presto Two Sides tornerà ad essere introvabile come è suo costume.     

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

AA. VV. – Voyager Golden Record (Ozma)  

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Il disco d’oro dei dischi d’oro.

Ovvero il lancio del disco nella sua accezione più pura e megalomane.

Ovvero, pure, l’uomo che torna ad alzare la torre di Babele. Stavolta non per toccare il culo a Dio ma per toccare quello dei marziani.

A renderlo finalmente fruibile su un comune piatto per vinili è adesso a quarant’anni dal suo “lancio” la Ozma Records di Timothy Daly, l’uomo dietro l’Amoeba di San Francisco.

Ma andiamo con ordine.

È il 1977 e la NASA si appresta a lanciare nello spazio le sonde Voyager, dove si trovano a fluttuare tuttora, ormai fuori dal nostro Sistema solare. Nel frattempo è morto Carl Sagan, l’uomo che assieme ad un comitato nominato all’uopo, ha il compito di scegliere una serie di dettagli audio e video che attestino e documentino la presenza e la storia dell’Uomo terrestre.

Dentro quelle sonde viaggia infatti un sistema ormai obsoleto di “informazioni” destinate a rivelare la presenza di una forma di vita intelligente (obsoleto, dicevo…NdLYS) sul pianeta Terra. Un disco dove, supposto che un marziano comune abbia un grammofono e un grammo di curiosità, potrà ascoltare i rumori della natura, cinquantacinque lingue parlate dai terrestri, svariate foto e diapositive e una “selezione” di brani musicali che dovrebbero rappresentare le diverse culture e, si suppone, l’eccellenza raggiunta nel campo di quest’arte da parte dei terrestri.

Il contenuto di quel disco viaggia adesso ovviamente anche in rete e potete andare qui https://voyager.jpl.nasa.gov/golden-record/whats-on-the-record/ per curiosare tra i suoi anfratti. Se invece volete “possedere” l’oggetto o perlomeno una sua economicamente ragionevole copia, eccovi qui i tre vinili della Ozma, con tanto di tappetino per piatto con la stampa del “viaggio” interstellare del Voyager e la riproduzione di tutte le foto contenute sul disco d’oro originale e quelle ritrasmesse dalla sonda lungo il suo percorso. Insomma, una fetta di storia direttamente a casa vostra. Esattamente quella fetta di musica che, dopo accurate selezioni e problemi legali (che obbligò i curatori a tenere fuori, ad esempio, i Beatles), ha raggiunto “fisicamente” dimensioni davvero a noi sconosciute.      

A fare la parte dei leoni sono ovviamente i compositori “classici”, da Bach a Mozart, da Stravinsky a Beethoven e la musica “etnica”, ma ad essere rappresentate sono anche le rivoluzioni del jazz, del blues e del rock ‘n’ roll con Louis Armstrong, Blind Willie Johnson e Chuck Berry.

Ah, giusto!!! Il contributo italiano? Meno di due secondi: “Tanti auguri e saluti”.

Come siamo piccoli.  

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

IVAN GRAZIANI – I lupi (Numero Uno)  

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Passando al setaccio tutti gli anni Settanta non sono tantissimi i casi di cantautori italiani che siano anche dei validi strumentisti. Ivan Graziani, assieme a Branduardi e pochissimi altri, è una di quelle eccezioni che confermano questo assunto. Quasi una mosca bianca.

Abilissimo chitarrista e gettonato session-man Ivan Graziani lavora a I lupi, il primo disco a definirne finalmente lo stile con cui diventerà famoso, con un curriculum di tutto rispetto. Ha lavorato con Venditti, De Gregori, Battisti, ha scongiurato per un pelo di diventare il vocalist ufficiale della Premiata Forneria Marconi ed è passato attraverso il beat e il progressive. Nel frattempo ha affinato una tecnica chitarristica invidiabile che trae spunto sia dalla tradizione folkloristica italiana che da quella di chiara ascendenza americana e britannica. Se nei tantissimi dischi dei “colleghi cantautori, eletta schiera” la chitarra è usata prevalentemente come accompagnamento e umile tappeto sonoro per le liriche, nei dischi di Ivan Graziani essa assume invece un carattere centripeto o perlomeno equipollente al contenuto lirico/emozionale. È come l’asta per l’atleta impegnato nel salto che dall’attrezzo usato prende il nome. Su quell’attrezzo ginnico Ivan Graziani costruisce la sintassi della sua musica, cesellando riff e strumming prevalentemente di timbro acustico o semiacustico ma con un carattere deciso, prorompente, vitale. Ne escono fuori piccole perle come I lupi, fantastico brano che coniuga il tema della diserzione con i richiami alle montagne abruzzesi da lui tanto amate, Motocross, Il topo nel formaggio, Il soldo e la malinconia struggente di Lugano addio, prototipo di una tristezza evocativa e di quelle numerosissime figure sfuggenti di donna che non mancheranno mai di fare capolino nei dischi del cantautore abruzzese.              

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

THE REAL KIDS – The Real Kids (Red Star)  

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Marty Thau non verrà mai celebrato abbastanza.

Classe ’38, newyorkese purosangue, fu l’uomo che gestì della gente ingestibile come le New York Dolls prima di lasciarle in mano a Malcolm McLaren quando erano già in decomposizione e di passare al management di Blondie, Ramones e Richard Hell. Tutta gente abbastanza disgustosa che Marty riusciva a mettere in riga rispettando un malumore e un’energia che erano condivisi.

Ma, soprattutto, Marty fu l’uomo grazie al quale oggi possiamo parlare dei Fleshtones, dei Suicide, dei Real Kids, le tre band messe sotto contratto per dare il via alla sua etichetta discografica. A differenza dei primi due, i Real Kids venivano da Boston, la città dei Remains, dei Cars e dei Modern Lovers, il gruppo di Jonathan Richman dove John Felice suona quando ha appena compiuto quindici anni. È proprio l’amico Jonathan a suggerire a Felice i nomi dei musicisti con cui può finalmente suonare le canzoni che si ostina a scrivere da ormai quattro anni buoni: Allen “Alpo” Paulino, Howard Ferguson e Billy Borgioli.

Assieme a loro John Felice si esibisce al Rat ogni settimana (l’atmosfera del locale viene “condensata” su una compilation curiosamente pubblicata in Italia dal titolo Live at the Rat, con dentro pure i DMZ e i Thundertrain di Rick Provost, NdLYS) scaricando a terra l’amore per il punk che nel frattempo si è impadronito di lui grazie all’uragano Ramones, affiancandosi all’amore per la musica di Eddie Cochran e dei Troggs che erano già punk senza che nessuno gli avesse messo sopra la targa.

Sempre assieme a loro incide per la Red Star l’omonimo album di debutto. Canzonette sfacciate dove l’attitudine è quella delle garage band che il punk ha appena rimesso in moto. All Kindsa Girl, Reggae Reggae, Solid Gold (Thru and Thru), Taxi Boys, Roberta, Do the Boob, My Way, She’s Alright sono il trionfo dello spirito del rock ‘n roll per teenager. Spericolato, assetato di sesso e di divertimento sfrenato, come nei primi dischi dei Dictators, degli Stones e degli ACϟDC. Nulla più del necessario, come quando a sedici anni vai in spiaggia e porti solo infradito e costume, che anche il telo mare è stato inventato solo per godere di meno.    

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

AA. VV. – Saturday Night Fever (RSO)  

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C’è sempre un momento nella storia della musica in cui i bianchi si impossessano del sound dei neri. Era già successo col blues, col soul e col rock ‘n roll. Nel 1977 questo accadde pure per la disco music. Lo fecero in maniera clamorosa, mettendo la bandierina sulla classifica degli album più venduti della storia fino all’arrivo di Thriller di Michael Jackson, imponendo al mondo un suo prodotto musicale e cinematografico che avrebbe influenzato l’immaginario collettivo per anni, decenni. Ancora oggi, per noi bianchi del vecchio continente che “subimmo” la disco music come un’invasione (pur avendone determinato il lancio grazie ai “nostri” emigrati del sud seduti al banco mixer delle discoteche newyorkesi), associare i Bee Gees al suono di quel periodo è più naturale ed istintivo che associarlo a chiunque altro, forse con la sola eccezione di Donna Summer che tuttavia era interprete di una disco già geneticamente modificata in qualcos’altro (l’Hi-NRG, NdLYS) e la silhouette di Tony Manero-John Travolta è la cosa che più di ogni altra ha scalfito il nostro archivio iconografico relativamente a quel periodo.  

È il 1977 e tre puttini bianchi vengono sostituiti alle puttane della musica dei club. La rivoluzione gay (quella di Stonewall) riadattata ad una più commerciabile condizione etero (quella del protagonista del film) o tutt’al più dirottata sui binari di un molle gusto effeminato (la voce da eunuco di Robin Gibb).      

I Bee Gees, che della colonna sonora sono protagonisti non unici ma sicuramente decisivi (Stayin’ Alive, How Deep Is Your Love, Night Fever, More Than a Woman, You Should Be Dancing, Jive Talkin’),  non sono in realtà angioletti immacolati, visto che sono in giro già da quasi un ventennio, ma dei loro successi canori dei ‘60 in Europa e in America nessuno si ricorda più anche perché la loro metamorfosi iniziata a metà degli anni Settanta è stata una delle più radicali della storia della musica pop. Il loro suono è adesso una funzionale lavatrice dove l’uomo della classe media può infilare i panni della disco music senza doverli mischiare con quelli dei latinos e dei neri che affollano le sale da ballo e tirarli fuori sgargianti ed immacolati come il completo di Manero.

Gli ingredienti della disco-music primordiale ci sono tutti, dalle percussioni di Soul Makossa ai fiati dirompenti, dalle chitarre funk alle distese di violini che diventano adesso stucchevoli tappeti indispensabili per permettere lo struscio a bordo sala e ancora piccoli ritocchi di synth e linee di basso marcate e gonfie come le patte prima di avventarsi sulla pista da ballo.

Tutto un po’ annacquato, un po’ sdolcinato, un po’ imbellettato, un po’ levigato perché possa piacere a tutti e diffondersi proprio come una febbre, d’accordo. Ma realizzato con un’astuzia commerciale senza pari.

Da quel momento la disco-music diventa la panacea in grado di curare tutti i mali, anche quelli di artisti ormai prossimi al tracollo (Rod Stewart, gli Stones oppure qui da noi Alan Sorrenti, solo per nominarne tre) che, spinti dalla fame di successo cavalcheranno un’onda che aveva già perso tutta la sua forza devastante.      

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

THE COUNT BISHOPS – Good Gear (Dynamite)  

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Che band portentosa i Count Bishops! Praticamente, i Rolling Stones della stagione punk, pur senza vestire i vestiti al glitter dei primi ne’ quelli straccioni degli altri. Rimasti in quattro dopo la defezione del cantante Mike Spenser non si danno per vinti e, facendosi carico del ruolo lasciato vacante, registrano un fottutissimo album che viene stampato solo in Olanda.

I punk londinesi, se lo vogliono, lo dovranno comprare d’importazione. Tutti gli altri, pure. Anche perché quando Good Gear verrà finalmente ristampato, a curare la riedizione (peraltro scadente, visto che Jacques Leblanc non potendo reperire i master si vedrà costretto a utilizzare come matrice la propria copia in vinile, NdLYS) sarà ancora una volta un’etichetta continentale: la francese Lolita. Piano di evacuazione riuscito.

Cosa c’è dentro? Dentro c’è un repertorio per metà sovrapponibile a quello degli Stones, suonato con l’asciutto vigore che è tipico del pub-rock, il rock ‘n roll sbruffone e volgare che serve per scaldare gli animi già su di giri nei locali dove birra e superalcolici sono le vere star della serata. Rock ‘n roll alcolico senza fronzoli come piace a Lemmy che infatti quell’anno li vuole come band di supporto nel tour inglese dei Motörhead, cattivi fra i cattivi, outsiders tra gli outsiders.   

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

EDOARDO BENNATO – Burattino senza fili (Legacy Edition) (Sony Music)  

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L’ho rimesso su e ho avuto un brivido. Forse ancora più intenso, più profondo di quello che ebbi allora. Anzi, sicuramente.

Burattino senza fili fu i miei sette anni.

Il MIO ’77. ‘che io manco sapevo fosse il Settantasette, per dire.

Quel che mi catturò allora fu, ovviamente, il legame con la favola della mia infanzia, l’unica che mi avesse sempre appassionato, la sola che possedevo fisicamente in una vecchia edizione di qualche decennio precedente. Mi piaceva la capacità di Bennato, mia ossessione musicale di quegli anni, di dar loro una tridimensionalità, di renderli cosa viva. E intanto che l’ascoltavo, la forza metaforica, allegorica di quelle canzoni penetrava, insidiosa, dentro di me e si insinuavano in me la diffidenza verso gli altri e l’avversione verso l’ordine costituito, verso i grandi burattinai della storia. Me ne sarei reso conto molto più avanti, in adolescenza ormai compiuta. Burattino senza fili fu uno dei dischi che mi “educò”, che sagomò gran parte del mio carattere, che forgiò la piombatura alla mia indole. Molto di quello che penso adesso e come lo penso adesso lo devo a quel disco. E a quella favola.

Le grandi celebrazioni del ’77 ci hanno riportato, fra le altre cose, quel disco. Che entra di diritto fra i dischi più belli di quell’anno e che costituisce il capolavoro espressivo di Edoardo Bennato, la sua risposta definitiva, vincente alle accuse di “tradimento” della cultura popolare di cui aveva parlato quattro anni prima su Rinnegato. Il primo disco, ironia della sorte, in cui il fratello Eugenio non è presente in studio. L’adesione ai modelli stilistici d’oltreoceano è tangibile e concreta più che mai, volutamente parodistica, quasi a sottolineare come la burla, l’inganno si nascondano quasi sempre dietro un gesto familiare, schietto, apparentemente sincero.

Il rock ‘n roll, il blues, il folk-rock, il twist e addirittura i valzer di Strauss diventano metafora nella metafora e cristallizzano nella memoria collettiva i personaggi come fossili di molluschi dentro le conchiglie. Mangiafuoco, il Gatto e la Volpe, il Grillo Parlante, i gendarmi, la Fata Turchina, il giudice e Pinocchio stesso, raggirato dagli amici e dalle astuzie dei nemici, soffocato dal potere, manovrato da mille fili invisibili (ad onor del vero, tecnicamente Bennato lo trasforma dunque in una marionetta, visto che il burattino non è manovrato dall’alto ma dal basso ed è quindi, per sua stessa costruzione, privo di fili, NdLYS) diventano personaggi non solo attuali ma, riascoltati oggi, perpetui. Lo psicodramma del Burattino senza fili si snoda lungo otto canzoni che entrano tutte con prepotenza e successo (sarà l’album più venduto in Italia per quell’anno) nell’immaginario e nel repertorio improvvisato di quella generazione. La mia.

La versione Legacy, da non confondere con la versione riveduta e corretta pubblicata pochi mesi prima in allegato a Sorrisi e Canzoni, affianca al disco originale un secondo cd intitolato Canzoni senza fili, con pezzi successivi e già editi che si muovono nello stesso paesaggio Collodiano di quell’album e belle versioni ruspanti e nude di quelli che, in quelle date che vanno dal 19 Dicembre del 1977 al 18 Settembre del 1981, sono ormai degli standard della canzone italiana. Sempre sul cd “gemello” troviamo un paio di registrazioni dell’edizione francese del disco, tradotte dal madrelingua Antoine (che poi inciderà sul suo disco Solitaire, un tris di canzoni di Bennato in francese, NdLYS) e reincise nella lingua napoleonica da Bennato nel 1978 ma alla fine mai pubblicate. Curiosità e reperti per appassionati, certo. Ma la magia di Burattino senza fili, l’alchimia che ne fece il capolavoro che fu e che resta, è tutta chiusa in quei trentasei minuti che la nostra voracità ci impone sempre, quantomeno, di raddoppiare.                   

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro