RICOCHETS – Slo-Mo Suicide (Progress)  

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Un gigantesco kroken abita i mari della Norvegia. Un qualche mostro cresciuto pascendo tra i rifiuti riversati in quelle acque del Nord e che adesso simula una morte al rallenti cagando tonnellate di schiumosa merda garage, soul, rockabilly.

Slo-Mo Suicide dei Ricochets è disco prodigioso, al pari e forse più di tanti altri con cui la scena scandinava sta conquistando la tavola mondiale del Risiko marciando al suono di un rawk ‘n roll sboccato e sazio di lussuria. Un suono che spesso sembra sconfinare in quelle terre di sgomento abitate dai Gallon Drunk dove il rock ‘n’ roll si tinge di gotico e che all’improvviso si illumina però di mille luci che sembrano dover illuminare l’entrata in scena di una star del soul o della folle crew dei Motor City Five. Canzoni greve che all’improvviso diventano leggeri gabbiani beat pronti a svolazzare sulle acque così che ci pare difficile immaginare che la band che suona Our Love Goodbye sia la stessa che suoni Rebel Woman, o che quella di Slo-Mo Suicide o di So Far From Home sia la medesima di Fall Down Dead o quella capace di evocare lo spettro Third Bardo su Devil Inside, anche se a cavallo della carcassa di un cavallo imputridito. Se questa sia una loro forza o una loro debolezza o se sarà necessario ricucire quest’apparente schizofrenia sarà il tempo a rivelarlo. Per ora godiamoci questa tanica di liquame rock ‘n’ roll senza dover per forza fare ne’ i filosofi ne’ tantomeno i cartomanti.    

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

 

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THE MADS – Turn Me Up / Strange Town (Area Pirata/Sexy Groove Rhythms) / LOS INFARTOS – El Narco Ritmo (Area Pirata) / CANNON JACK & THE CABLES – Primitivo / Big Bad Monkey Man (Area Pirata) / ROMA K.O. – Demo 1988 (Hellnation) / THE CRETINS – Haven’t Got a Clue (Dirty Water) / THE FLAMING SIDEBURNS – Soulshaking (Bad Afro)

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Tutti invitati al quarantesimo compleanno dei Mads. E come ad ogni festa di compleanno, a meno che non voglia fare l’imbucato, è d’uopo partecipare al regalo. La quota stavolta è di 8 Euro (gli amici e le amiche delle mie figlie chiedono di più) e in cambio vi portate a casa come ricordo uno dei sette pollici più belli dell’anno: un’originale e una cover dei Jam che scivolano via graffiando come pochi di questi tempi. Roba che se ne riconoscete l’aroma, allora di anni ne avete qualcuno in più di quelli che la band milanese festeggia con Turn Me Up e Strange Town del Sig. Weller. E se è davvero così, e se alla fine degli anni Settanta preferivate il punk più legato alle istanze mod di quello che preferiva giocare con le spillette da balia, allora fareste meglio a mettervi in casa questa roba qua. Non ve ne pentirete.

Non si sprecano i Los Infartos da Teramo, giunti solo al secondo singolo in quattro anni dimostrando che hanno di meglio da fare che realizzare dischi. Ma quando lo fanno, ti strapazzano a dovere.

El Narco Ritmo lo fa con quattro pezzi dove punk, garage e Hammond-beat sconfinano uno nell’altro. Attenti, che con l’età che galoppa il rischio di farvi venire un infarto lo correte davvero.

Cannon Jack & The Cables sono invece uno spin-off de Le Muffe. Goliardia demenziale figlia del rock and roll e del beat italiano che non arrivarono in classifica e attitudine garagistica da pianeta dei primati sono gli ingredienti che Gianluca Daghetti e compagni infilano dentro le due tracce del loro debutto. Robaccia che se la mettete su al primo appuntamento, finite la serata in compagnia di Federica, la mano amica.   

La romana Hellnation pesca invece nei liquami di Roma per tirare fuori questi sorci chiamati Roma K.O., attivi trenta anni fa nei locali della capitale ma di cui questo EP di quattro brani rappresenta l’unica, tardiva, testimonianza discografica. A dispetto del titolo, che ne spiega solo la fonte, almeno tre pezzi su quattro hanno una dinamica molto ma molto migliore di quella che possiate immaginare e che potrebbe indurvi maldestramente a scartarlo a priori. Quattro graffi(ti) della Roma che bruciava.

La Dirty Water mi manda invece una velina (non quella in carne ed ossa, purtroppo) con tanto di link per il debutto dei Cretins. E io, come un cretino, la apro trovandoci dentro una sola canzone (boh, io con questi cazzo di link ci capisco ancor meno dei post di Instagram dove in calce alla foto di un culo c’è un aforisma di Freud che nessuno leggerà ma che tutti applaudono). Haven’t Got a Clue è pero davvero un pezzone che merita di stare nella mia playlist personale di questo 2019, con le chitarre belle tirate su un classico giro proto-punk ed energia a profusione.

Quella che hanno dimenticato da qualche parte i Flaming Sideburns, che tornano dopo anni cagando un solo pezzo e comunicandomelo anche loro con un link che mi porta dritto dritto su SoundCloud e su Spotify, ovvero i due circoli polari dove va a morire il rock ‘n’ roll e dove meritate di morire anche voi che continuate a cliccarci sopra.

Soulshaking, presentato con una foto scattata proprio nella Brighton dei Cretins (più precisamente in quel vicolo che ora puzza di piscio e divenuto famoso per lo scatto di Jimmy poi immortalato sulla copertina dalla soundtrack di Quadrophenia) è preludio al loro album n° 5 previsto per il prossimo anno e onestamente mi pare solo un classico esercizio di stile a metà strada fra i Fleshtones e gli Sweatmaster di per sé non malaccio, non fosse che i Sideburns erano anni fa dei fuori classe e che adesso invece mi pare di vederli seduti tra i banchi, a tentare gli esami di recupero al corso serale per gli over 40.   

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

PAT TODD & THE RANKOUTSIDERS – The Past Came Callin’ (Hound Gawd!)  

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Quando conobbi, artisticamente parlando, Pat Todd era la metà degli anni Ottanta. All’epoca Pat era alla guida dei Lazy Cowgirls e aveva già la pelata. Da allora sono passati trentacinque anni. I Lazy Cowgirls non esistono più da più di dieci ma la pelata di Pat (nonostante sugli ultimi tre album si guardi bene dall’esibirla) è ancora la medesima, come il suo amore per quel rock cui se tagli le vene, esce fuori del sangue.

I suoi sono i classici dischi che arrivano senza clamore, ma arrivano per salvarti la vita. I suoi pochi video su YouTube hanno lo stesso numero di visualizzazioni di quelli del tuo vicino che prova a fare i ravioli al nero di seppia e un numero di like che per contarli basterebbe la zampa di uno struzzo. Così come questo The Past Came Callin’, appassionato omaggio al rock ‘n’ roll che conosce l’odore delle grandi metropoli americane, del suo smog e delle macchie di piscio fresco che puoi trovare nei vicoli dietro i pub. Quattordici canzoni che magari non sono tutte necessarie, ma delle quali almeno la metà sono come quei salvagenti lanciati da una motovedetta per galleggiare nel mare di merda nel quale stiamo annegando.

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

NIXON NOW – The NOW Sound (Elektrohasch)  

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Dove sono stati i Nixon Now negli ultimi tredici anni?

Ma, soprattutto, chi li ha cercati durante tutto questo tempo? Probabilmente in pochissimi, che non credo abbiano mai avuto una base così forte qui da noi.

La band di Amburgo ha da sempre una venerazione quasi maniacale per gli Stooges e per le band che al suono della band di Detroit si sono dichiaratamente ispirate (U.C.P., titolo del primo singolo, era un omaggio agli Union Carbide Productions mentre sulle liner-notes del primo album il ringraziamento d’obbligo è agli Hypnotics, NdLYS). Venerazione che viene confermata da questo The NOW Sound anche se coperta da qualche fuliggine di troppo, che i vent’anni non sono per sempre e certe esasperazioni atte a ravvivare il viso (A Matter of Time, Too Much Too Soon) finiscono per assottigliare le differenze con i primi (stoogesiani anch’essi) Monster Magnet.

Il suono che loro chiamano “di oggi” è dunque in corto-circuito con quello di ieri.

E a me va bene così, che troppo spesso mi sono addormentato cercando di farmi piacere dischi futuribili che erano invece cimiteri dove gli elefanti andavano a morire. Di noia, molto probabilmente.

The NOW Sound è invece un disco suonato con quella stessa turpe perversione degli anni Sessanta che si spengono con uno stoppino di odio.

Come se Richard Nixon fosse ancora al governo.

Come se Rob Tyner fosse ancora vivo.

Come se Michael Davis fosse ancora vivo.

Come se Fred “Sonic” Smith fosse ancora vivo.

Come se Dave Alexander fosse ancora vivo.

Come se i fratelli Asheton fossero ancora vivi.

Come se tutti noi fossimo ancora vivi.  

E affamati.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

THE ELECTRIC MESS – The Beast Is You (Soundflat)  

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Il loro precedente disco non mi aveva convinto. Mi sembrava come se la sferzata di energia che la band di New York aveva imposto al suo garage-rock fosse alla fine stata dissipata senza concretezza. Questo quarto album, introdotto dalla bella copertina opera di Andrea Sicco dei Twin Guns, è invece nettamente più a fuoco, convogliando l’aggressività dentro canzoni più convinte e consapevoli. Prendete per esempio canzoni come Disconnected, We’re Gonna Crash, Plastic Jack, You Can’t Hide o Snow Queen: roba dove collidono power-pop, glam-rock, garage-punk e street rock ‘n roll. Le forme più psichedeliche degli esordi sono ormai state totalmente tagliate fuori dall’economia del gruppo, i toni e le pose sono di gran lunga più “stradaiole” e sguaiate, le canzoni farcite di assolo urticanti e sufficientemente articolate e personali per distinguersi dalla media di produzioni similari.

Abbassate la cappotta dell’auto, mentre lo ascoltate.

Farete la vostra bella figura.

Al limite, segàtela.         

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

THE HYDROMATICS – Powerglide (Freakshow)  

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Avete mai preso delle sberle da Mr. Scott Morgan?

No?

Meglio per voi.

Tuttavia, Powerglide ci dice che non è mai troppo tardi e che, rifacimenti dei vecchi cavalli di battaglia della Rendezvous Band a prescindere, canzoni come Ready to Ball, Rip R‘n’R, Soulbone, Tumblin’ Down sono qui a darvi i ceffoni che vi sono stati risparmiati quando eravate piccini.

Piace il lato cattivo, quello tipicamente Detroitiano. Che è il primo ceffone, quello di Ready to Ball, quello che ti prende alla sprovvista. E ti fa cadere il primo dente.  

E piace pure il lato soul che Morgan non ha mai rinnegato e che qui emerge sottoforma di una sezione fiati e di un coro di voci nere che si piazzano come guardie svizzere ai lati e alle spalle dell’ex leader dei Rationals, reggendo un gioco che diventa inevitabilmente anche Stonesiano (Green Eyed Soul). Piacciono, ovvio, anche i vecchi recuperi dal “catalogo” Morganiano. E come potrebbero non piacere, del resto?

Dai su, non fate i bambini capricciosi che arriva nonno Morgan a rimettervi sulla retta via.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

THE MORLOCKS – Bring on the Mesmeric Condition (Hound Gawd!)  

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È la medesima formazione dell’ultimo singolo pubblicato da Area Pirata (Marcello Salis degli Hangee V, Rob Louwers degli Ace-Tones, Oliver Pilsner dei Cheeks e Bernadette Pitchi dei Gee Strings, cui si aggiunge Jim Diamond alle tastiere, quando e se è il caso) a mettere mano al nuovo album dei Morlocks, pubblicato mentre l’estate del 2018 si affretta a togliersi dalle balle.

Un disco che è una conferma (ovvero quella che i Morlocks sono una delle migliori rock ‘n’ roll band del pianeta) ed è anche una sorpresa (vale a dire che possono variare gli ingredienti senza sbagliare ricetta). Lo pervade un senso rock ‘n roll meno scomposto e famelico che in passato ma sempre sudicio e sporcaccione. Bring on the Mesmeric Condition mi ricorda l’Iggy-ghepardo appena scappato dalla gabbia dagli Stooges che annusa ancora la strada seguendo una scia di liquami e petrolio, soprattutto quando Leighton sembra volerne replicare il timbro tenebroso (Heart of Darkness, One Foot in the Grave, High Tide Killer). Un pezzo come Down Underground (ma anche l’iniziale Bothering Me rivela delle analogie col beat buontempone dei Fleshtones o l’inaspettata cover degli Elevators che chiude la scaletta) nella sua baldanza goliardica sembra confermare la voglia di non prendersi troppo sul serio, di tornare a divertirsi, l’umile scelta di guardare il mondo dal basso pur sapendo di essere dei giganti.

Per poi sferrare la zampata consueta con pezzi come We Can Get Together, No One Rides for Free o la Easy Action che li avvicina al suono biker dei Lords of Altamont. Per ristabilire l’ordine e le proporzioni tra chi suona rock ‘n roll e chi del rock ‘n roll ha fatto la sua ragione di vita.  

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

THE VOLCANICS – Oh Crash… (Citadel)  

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Quando si tratta di far ruggire le chitarre, di dar loro quell’”imprinting” tipico del rock australiano, in tutto l’emisfero australe non c’è tecnico migliore di Rob Younger. I Volcanics lo sanno e si affidano a lui ancora una volta per mettere mano al loro quarto disco, che è proprio il disco che vi aspettereste da una band prodotta da Mr. Birdman: chitarre che pestano sul corpo del rock ‘n roll fermandosi sempre un attimo prima di sfigurarlo, distorsioni decise e pastose, un ticchettio di piano che ogni tanto affiora, basso e batteria ben amalgamati e compatti, quasi fusi assieme. Il resto, la scrittura, è merito del quintetto di Perth. Non sempre ineccepibile ma forgiata con l’acciaio delle spade dei padri. Stooges, MC5, New Christs, Makers, Mooney Suzuki, pur sbroccando in qualche coro insipido che ricorda troppo da vicino certo punk buono per i surfisti. Non roba spregevole, sia chiaro, ma manca quel pizzico di torbido che invece farebbe dei loro dischi dei piccoli capolavori.

Quando invece il bilancino pende dal lato più sconcio, Oh Crash… rivela tutte le sue qualità. E sarebbe ora che i Volcanics si facessero immortalare in quel preciso, magnifico momento, limitandosi solo a cambiare smorfia tra un fotogramma e l’altro.  

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

IGGY & THE STOOGES – Back to the Noise (Revenge) / LES BATON ROUGE – My Body-The Pistol (Elevator) / JOHN WOO – Who? (Shake Your Ass)

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A conferma che suona sempre meglio una outtakes di Raw Power sotto un chiodo che tanta ciofeca che oggi ammorba il mercato e le narici, da più di 15 anni la francese Revenge continua a pubblicare anche l’impubblicabile di Iggy Pop e i suoi Stooges. Sull’onda lunga di Skull Ring (è proprio alla Virgin che la label si appoggia per la distribuzione francese, NdLYS) ecco pronta questa doppia Back to the Noise che raccoglie materiale già edito su dischi come Live @ Whiskey a Go-goTill the End of the Night o Raw Mixes. Se, come sospetto, avete l’orecchio già educato al KO Metallico, il rumore grezzo di queste takes di Open Up and BleedJohannaI Need Somebody I Wet My Bed vi parrà familiare anche se manca tutta la tragedia junkie che trasuda dai solchi di QUEL disco.

Pare siano una forza sul palco (chiedete a gente come Warlocks, Mooney Suzuki o Nashville Pussy che se li sono ritrovati tra i coglioni) i portoghesi Les Baton Rouge. E se provate a sentire questo nuovo My Body-The Pistol  ne avrete il sentore. La rabbia, veicolata dalla voce articolata e potente di Suspiria Franklyn, è quella dei giorni migliori delle riot-grrrls, un punk rock metallico (NON metallaro, NdLYS), bitumoso e ruvido che ha in X-Ray Spex il suo antenato estetico di riferimento, pur risolto in modo molto più diretto e frontale: nessuna distrazione “fiatistica” come nel gruppo di Poly Styrene, solo corde e pelli a massacrarsi. Bravi per davvero, non per posa.

Più vicini eppure infinitamente lontani sono i John Woo, quattro teppisti venusiani finiti nel piscio dei Canali. Veloci, approssimativi, e futuristicamente vintage, se mi passate l’ossimoro. Il nuovo 7” su Shake Your Ass prosegue sul solco tracciato dai precedenti lavori: carcasse di astronavi che si sfidano nelle polveri secche di qualche cazzo di pianeta perduto. Negative cars è una molecola d’amianto liberata dall’incendio del giardino di plastica dei Devo, Matt Daemon Meets Anarchy Hello Mr. Birdman due vortici garage punk suonati dai replicanti alieni dei Michelle Gun Elephant.

 

Franco “Lys” Dimauro

THE LORDS OF ALTAMONT – The Wild Sounds of Lords of Altamont (Heavy Psych Sounds)  

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Da quasi un ventennio, ovvero da quando l’amore sconfinato di Jake Cavaliere per i Pretty Things e i Chambers Brothers è stato affiancato, senza venirne sopraffatto, da nuove cocenti passioni per il suono metallico della Detroit di Stooges, Alice Cooper ed MC5 o di band proto-hard come Steppenwolf, James Gang o Grand Funk Railroad, i Lords of Altamont sono diventati uno di quei gruppi irrinunciabili per quanti hanno a cuore le sorti del rock ‘n roll con i piedi ben saldi negli anni Sessanta. Musica che è ancora suoni elettrici, amplificatori valvolari e tanta ma tanta attitudine e sudore.

In questo ambito la band californiana (costruita di volta in volta di sana pianta attorno alla figura di Cavaliere) è un’autentica garanzia, con cinque album pubblicati a distanza costante (tre anni) e con costante contenuto di ottani. Cinque dischi straripanti di energia cui adesso si aggiunge questo lapalissiano The Wild Sounds. Undici canzoni che vengono a bussarti fino all’uscio di casa per darti una cazzottata sul muso non appena apri la porta. Been Broken, Can’t Lose, Going Downtown, la cover di Evil (Is Goin’ On) o la (Ain’t No) Revolution frizionata nella stessa tinozza d’acqua sporca degli Hypnotics sono assolutamente perfette nella loro semplicità, nel loro assembramento di luoghi comuni e paesaggi familiari del rock ‘n roll che abbiamo imparato ad amare ascoltando gli stessi dischi ascoltati da Jake Cavaliere. O, chi lo sa, forse ascoltando proprio i suoi.

Bentornati, Lords e cavalieri.    

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro