THE LORDS OF ALTAMONT – The Wild Sounds of Lords of Altamont (Heavy Psych Sounds)  

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Da quasi un ventennio, ovvero da quando l’amore sconfinato di Jake Cavaliere per i Pretty Things e i Chambers Brothers è stato affiancato, senza venirne sopraffatto, da nuove cocenti passioni per il suono metallico della Detroit di Stooges, Alice Cooper ed MC5 o di band proto-hard come Steppenwolf, James Gang o Grand Funk Railroad, i Lords of Altamont sono diventati uno di quei gruppi irrinunciabili per quanti hanno a cuore le sorti del rock ‘n roll con i piedi ben saldi negli anni Sessanta. Musica che è ancora suoni elettrici, amplificatori valvolari e tanta ma tanta attitudine e sudore.

In questo ambito la band californiana (costruita di volta in volta di sana pianta attorno alla figura di Cavaliere) è un’autentica garanzia, con cinque album pubblicati a distanza costante (tre anni) e con costante contenuto di ottani. Cinque dischi straripanti di energia cui adesso si aggiunge questo lapalissiano The Wild Sounds. Undici canzoni che vengono a bussarti fino all’uscio di casa per darti una cazzottata sul muso non appena apri la porta. Been Broken, Can’t Lose, Going Downtown, la cover di Evil (Is Goin’ On) o la (Ain’t No) Revolution frizionata nella stessa tinozza d’acqua sporca degli Hypnotics sono assolutamente perfette nella loro semplicità, nel loro assembramento di luoghi comuni e paesaggi familiari del rock ‘n roll che abbiamo imparato ad amare ascoltando gli stessi dischi ascoltati da Jake Cavaliere. O, chi lo sa, forse ascoltando proprio i suoi.

Bentornati, Lords e cavalieri.    

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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DIRTY LOOKS – 12 O’Clock High (Stereoblige) / SWEATMASTER – Sharp Cut (Bad Afro) / GILJOTEENS – Without You (Screaming Apple)

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Se saprà mantenere quanto promesso nella sua lista di next-releases il catalogo della Stereoblige diverrà presto una delle più interessanti labels di reissues internazionali, con la differenza che si tratta di un marchio tutto italiano e di vantare tra le uscite in programma nomi come Kilkenny Cats, Philisteins, Yard Trauma, Stomachmouths, Deep Six, Kliek, Fourgiven. Roba che, viste le premesse date da questa curatissima retrospettiva inaugurale (ottimi masters, splendido packaging, bonus tracks, booklet ricco) potrebbe davvero far urlare al miracolo, qui in Italia: 12 O’Clock High mette assieme il primo omonimo LP dei Dirty Looks e ben 13 bonus tracks. Pur provenendo dall’area metropolitana di N.Y., il suono della band aveva un appeal molto inglese tanto che il loro debutto venne licenziato dapprima proprio in U.K. dalla storica Stiff. Parliamo di grande guitar pop, robusto ma dotato di un grande estro melodico. Se stravedete per Beat o Plimsouls fatelo vostro assolutamente. www.notymerecords.com

Attualissimi invece i Finlandesi Sweatmaster, finalmente al debutto “lungo”. Sharp Cut esce per Bad Afro e in UK per Must Destroy, la nuova etichetta messa su dagli A&R “rei” di aver portato gli Hives alla corte della Poptones, con tutto ciò che ne è conseguito. E il successo che il secondo estratto ha già riscosso alla BBC e alla XFM la dice lunga sugli interessi degli inglesi in questo momento. Il suono degli Sweat è pura demenza rawk ‘n roll, becero, sporco, triviale e raunchy. Nessuna distrazione è consentita. Basso/chitarra/batteria/voce, tutto come un treno. Accordi secchi, energia pura, ritmica senza sbavature, testi sboccati da luride canaglie. Non so che cazzo ascoltiate voi, ma per me roba come Wanna See It Done I Am a Demon sono da antologia del rock ‘n roll. Grezzissimo hard rock suonato da punkettoni con zero voglia di starsela a menare sugli strumenti.

Esce per Screaming Apple il nuovo singolo dei Giljoteens col consueto ottimo lavoro di beat dai ricami folk acidi e variopinti. Francamente capisco perché un personaggio come Jens Lindbergh sia letteralmente impazzito per loro: pezzi come Time to GoAway From Me o Without You sono roba inavvicinabile da gran parte di sixties-bands in circolazione, così “dentro” il suono di un’epoca, eppure di una bellezza così struggente da indurre a commozione.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

THE HELLACOPTERS – Supershitty to the Max! (White Jazz)  

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È il primo Giugno del 1996. Carl von Schewen, già da anni uno dei più amati spacciatori di rock ‘n roll dietro il banco della Sound Pollution di Stoccolma decide di lanciarsi nell’avventura discografica e fare da traino ad una scena musicale diventata, come dieci anni prima all’epoca di Nomads, Stomachmouths, Backdoor Men e Creeps, nuovamente effervescente. La sua White Jazz esordisce in quella data con il disco di una band incredibile messa in piedi da un ragazzone che da anni gira tra gli scaffali del suo negozio in cerca di dischi da imporre all’ascolto dei suoi amici. Sebbene abbia all’epoca poco più di venti anni, Nicke è uno che le inclinazioni del verbo rock ‘n roll le conosce davvero bene e che per dieci anni è stato dietro le pelli di una band storica della scena metal locale.

Ma quello che Nicke sta preparando adesso è ben lontano dal suono degli Entombed. E’ qualcosa che ha più a che fare con la preservazione del rock ‘n roll più viscerale. Qualcosa che riesca a convogliare in maniera credibile anni spesi all’ascolto di band tossiche come Stooges, Misfits, Kiss, Celibate Rifles, Radio Birdman, MC5, Ted Nugent, Damned, Alice Cooper Band, Heartbreakers, Dead Boys, Motörhead, Sonic’s Rendezvous Band.

Il risultato, ancora aspro rispetto a quello che diventerà il suono “classico” degli Hellacopters ma non per questo meno sanguigno, è Supershitty to the Max! registrato nella medesima frazione di tempo impiegata dai gruppi ska-punk per settare volumi e rientri dei microfoni della batteria. Stampato inizialmente in sole 500 copie, il debutto degli Hellacopters si trasmette in tutta la Svezia come un virus (portandosi a casa il Grammy come miglior album hard-rock dell’anno) e da lì dilaga come la peste medievale in tutto l’Occidente, trascinando con se un’intera scena. Tonnellate di merda hard-rock, street rock ‘n roll, Motor City-sound, punk, glam scivolano giù da Supershitty to the Max!. Se indossate il vestito comprato in outlet a cento Euro l’etto, vi esorto a tenervi lontani da qui.

 

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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THE HELLACOPTERS – Rock & Roll Is Dead. (Universal)  

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Il rock ‘n roll è morto.

Che sia spirato fra le mani di chi se ne è preso cura per un bel po’ di anni avvolge la tragedia di un velo di romanticismo e anche di buon auspicio.

A dargli l’estrema unzione arriva un classico lick sottratto al libro liturgico di Padre Chuck Berry. Da lì, è tutta una celebrazione funebre niente male. Nonostante il suono degli svedesi si sia progressivamente alleggerito della vecchia scorza, a me i dischi degli Hellacopters continuano a piacere. Questo che del rock ‘n roll ne dichiara il decesso anche più di quello che ne celebrava la grandiosità sei anni fa, per dire. Quello prima del grande salto verso le braccia di mamma Universal. 

Siamo dentro l’ennesimo labirinto di luoghi comuni del rock ‘n roll. Un po’ come succede dentro i dischi di Black Crowes o dei mai troppo osannati You Am I. Qualche corridoio di british-blues di marca Faces/Humble Pie, sale addobbate con qualche bella tela power-pop e qualche graffito hard-rock vecchia maniera.

Tutto qui? Tutto qui.

La rivoluzione non sarà trasmessa in tv e neppure dentro un disco di rock and roll. Che peraltro è morto.

E fareste bene a smettere di piangere. Che poi passate per emo.

E a mettere su un bel disco con cui divertirvi, prima che anche voi andiate a far compagnia al rock and roll.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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UNION 69 – Holiday 2000 (Bad Afro) / THE BURNOUTS – Go Go Racing! (Bad Afro)

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I dischi della Bad Afro raramente superano i trenta minuti.

Che Dio gliene sia grato.

Così dovrebbero essere i dischi che ti rompono il culo. Veloci e feroci.

Brutali come una rissa.

E così sono gli Union 69 (da non confondere con gli americani Union 13 please: i numeri non sono roba di poco conto e mentre col tredici vi può capitare di tastarvi i coglioni in preda ad un raptus superstizioso, col sessantanove potreste trovarvi con la testa ben salda tra le cosce di una lolita svedese, e la differenza non mi pare poca, NdLYS), americani che hanno deciso di ammobiliare casa all’Ikea.

Gente che puzza di fregna, sudore e vino a poco prezzo.

La miscela, se davvero non siete stati con la testa ficcata da qualche altra parte negli ultimi tre anni, la conoscete: hard-rock zoticone unito a punk maleducato. Carburatori, pistoni, asfalto, alcol e vibratori. Roba che non ha manco bisogno dello sticker di parental advisory sulla copertina, tanto è sboccato e malsano.

Speed rock ‘n roll marcio ed abrasivo quello che invece (s)corre lungo l’album d’esordio dei Burnouts di Copenaghen. Siamo ancora una spanna sotto a veri teppisti dell’asfalto come Zeke e Puffball ma le dodici tracce di questo debutto alzano polvere abbastanza per bruciare le cornee a tanti avversari, anche se le piste cominciano ad essere troppo affollate.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro 

 

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THE PERSIAN RUGS – Mr. Tripper (SOS) / NERVOUS EATERS – Eat This! (No Tomorrow!)

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Dovessi assencondare la volontà della band, nobilmente palesata nell’ omissis di alcuna liner-note sul suo Mr. Tripper E.P. (SOS Records) dovrei tacervi dei trascorsi dei Persian Rugs ma siccome suppongo non sia stato l’unico a piangere la scomparsa di una delle più grandi pop bands della storia -una di quelle con le radici al posto giusto (ricordate la “lista” sputata su Turn On? Ecco, QUEL posto lì) e capace di scrivere grandi canzoni, cosa che non sempre vien fuori solo pisciandosi sui piedi- vi dirò che se il nome Hoodoo Gurus provoca un qualche effetto meccanico sul vostro apparato riproduttivo (e non alludo al masterizzatore…), avete trovato di che cibarvi per i prossimi mesi. Queste cinque canzoni ci riconfermano le doti di Dave & C: un garage soul che esplode nelle prime quattro tracce toccando vertici da antologia e che si colora di un sinistro e inedito tono doorsiano nella conclusiva Goin’ Out of Style. Bellissimo.

Altra gente tirata fuori dalle macerie sono i Nervous Eaters, addirittura. Gente che stava tra i topi (il locale di Jim Harold e l’eponima label, NdLYS) quando Boston viveva la sua febbre punk e autori di quel piccolo classico titolato Just Head nel ’77. Il nuovo Eat This! su No Tomorrow è onestissimo e anthemico power rock che non teme il confronto con le tante produzioni rawk ‘n roll degli ultimi anni.

 

Franco “Lys” Dimauro

 

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AA. VV. – Pushing Scandinavian Rock to the Man # 3 (Bad Afro) / ON TRIAL – Higher!/That’s Right (Bad Afro)

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Ciclicamente la svedese Bad Afro si preoccupa di fare il punto del proprio catalogo, operazione utile altresì x ficcare il termometro nello sfintere della scena scandinava. Mercurio ancora alto, ovviamente, visto che è qui, e non negli stankiuniti di Strokes e B.R.M.C. che il r ‘n r continua a dare il meglio. Come sempre, anche questo 3° volume di Pushing Scandinavian Rock to the Man! si divide tra pezzi già editi, alternative versions, anteprime e inediti assoluti. Così mentre Sweatmaster e Royal Beat Conspiracy alimentano l’attesa per i loro nuovi lavori, bands come Species, Borderlines e Mutants ben rappresentano l’evoluzione della specie. Dentro ci stanno pure le a-sides delle più recenti uscite 7” della label: Baby Woodrose è un quartetto di Copenaghen che chiude dentro la splendida sleeve del suo sette pollici una cover dei Love cattivi di My Flash On You e la bellissima Never Coming Back, ciondolante tra la My Brother the Man dei We the People e una qualunque delle killersongs dell’ epoca neogarage con risultati devastanti. Ricordavo invece meno diretti i danesi On Trial che sulle due tracce del loro Higher! b/w That’s Right rocherrollano di brutto con una soul power song sul lato A e la già rodata lega Stooges/Monster Magnet mooolto cattiva sul retro. Da qualunque lato lo giriate, un capolavoro. Bastardi!

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

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THE FLAMING SIDEBURNS – Keys to the Highway (Bitzcore)  

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Dei Flaming Sideburns mi piace la capacità a muoversi con destrezza dentro il museo delle cere del migliore, classico motherfucker rock ‘n roll risultando sempre credibili ed efficaci. Una “assimilazione” dei canoni r ‘n r che dalle loro parti è comunque diffusa tanto quanto qui da noi l’inclinazione genetica alla canzonetta melodica. Keys to the Highway non aggiunge nulla su ciò che sappiamo di loro, se non la conferma alla loro dottrina con un’altra dozzina di canzoni che sfrecciano tra glam simil-Stooges (Cut the Crap), ballate dalla scorza metropolitana (Slow Down, che copia ma non eguaglia la loro Flowers), vagonate di riffs caduti dai van di Flamin’ Groovies, Sonic‘s Rendezvous Band, MC5, Dead Boys e tanta lordura soul punk (soprattutto, ovvio, sulle due tracks con Lisa K dei Bellrays, NdLYS) e street-roll.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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VIVA VERTIGO – Viva Viva (Bad Afro) / SULO – Rough Diamonds (Feedback Boogie) / DENIZ TEK & SCOTT MORGAN – 3 Assassins (Career) / ON TRIAL – Head (Molten Universe)

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Uscita insolita per la Bad Afro, avvezza a pattume di ben altra caratura, quello accreditato a Simon Beck alias Viva Vertigo. Viva Viva è un disco debole e trascurabile con momenti di disarmante bruttezza come Satellite Song o Shade, ballatone cupe da far accapponare la pelle senza nemmeno un’oncia del pathos disperato che necessita in quelle occasioni.

Rough Diamonds  è invece intitolato al solo Sulo (perdonate il gioco di parole) ma in realtà ci sono più persone qui dentro che in tutta la discografia dei suoi Diamond Dogs. Le ragioni stanno nel fatto che a Sulo, oltre che cantare non riesce praticamente neppure il giro di Do sulla chitarra dello zio e che il materiale che sta dentro questo suo debutto solista è il risultato di sei anni di registrazioni effettuate tra una pausa e l’altra della sua band. Il materiale maneggiato è facilmente intuibile: rock tipicamente seventies nell’attitudine e nella forma. Aerosmith, Hanoi Rocks, Rolling Stones. Rispetto ai Diamond Dogs si nota una minore “dipendenza” dal suono Black Crowes ma anche (le cose credo vadano a braccetto) la perdita di quel vigore soul senza il quale un pezzo come Vegas Vamp rischia grosso di somigliare più ad una outtake degli Oasis piuttosto che ad una ballad dei Glimmer Twins.

E’ una autentica Detroit-connection quella che si celebra dentro 3 Assassins , disco live dove si ritrovano piromani come Deniz Tek & Scott Morgan, i fratelli Pasquini e Stefano Costantini. Quello che viene fuori, se non lo avete visto sui palchi francesi e italiani durante quel tour del 2001, potete sentirlo qui: tre chitarre e una sezione ritmica implacabile che sparano verso il cielo le fiamme dei classici di MC5, Sonic‘s Rendesvouz Band, Stooges oltre che ai minor-hits di Deniz del periodo Outside. Travolgente e superelettrico.

E a proposito di covers, la Molten ristampa in formato full-length il 10” Head degli On Trial approfittando del momento di gloria “riflessa” che la band danese sta vivendo sull’onda di Money For Soul dei paralleli Baby Woodrose. Si raggiunge dunque quota dodici brani con l’aggiunta di masterpieces come Parchment Farm di Mose Allison o Starship di Sun Ra, perfettamente integrati alla psichedelia fumogena del gruppo straboccante di pedali superfuzz e divorata dai flussi del wah wah. So che non renderò giustizia al songwriting del gruppo ma questo rimane il loro capolavoro.

 

Franco “Lys” Dimauro

 

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RC5 – American Rock ‘n Roll (Twenty Stone Blatt)  

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L’altra Seattle. Quella di cui alla fine non parla mai nessuno. Canzoni che raramente superano i due minuti di durata. Come i ragazzini carichi di estrogeni che ascoltano i Fall Out Boy. Cosa ci sia dentro questo loro disco dovreste capirlo da voi anche se vi siete lasciati tutto quello che avevano disseminato e che ora la 20 Stone Blatt raccoglie, se avete una qualche dimestichezza con l’immaginario e gli acronimi del rock ‘n roll. In caso contrario, è meglio lasciate perdere e che per voi Seattle rimanga la patria di quel che già conoscete.

Ma se vi può venir d’aiuto, i Robb Clarke 5 si chiamavano Five anche quando erano in quattro. E il Robb che si è intestato il tutto era il leader degli Zipgun, quelli che incidevano su Empty all’inizio degli anni Novanta. Anche quella, una Seattle dimenticata.

Comunque sia, che abbiate dimenticato o meno, che c’eravate o meno, che vi piaccia o meno, American Rock ‘n Roll è uno di quei dischi che rimangono lì ad ossidarti il lettore cd scorrendo avanti e indietro in una palude di Motor-City sound e punk che ne basterebbe la metà per tirarvi giù casa.

Riff dopo riff, gli RC5 abbattono lo Space Needle e lo ricostruiscono coi mattoni di MC5, New Christs, Streetwalkin’ Cheetahs, New Bomb Turks, Hot Snakes.

Aspettando la prossima rivoluzione.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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