KING SALAMI & THE CUMBERLAND THREE – Goin’ Back to Wurstville (Dirty Water)  

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In attesa che il Re Khan torni a riprendersi la corona, ecco ripresentarsi il pretendente al trono Re Salami, tornato all’album dopo quattro anni di assenza mitigata dalle uscite su piccolo formato. 

Goin’ Back to Wurtsville è uno di quei dischi dove possiamo dare picche al Professor Darwin e tornare a liberare lo scimpanzè che da sempre si nasconde in noi e che ha sempre rifiutato di regredire in uomo perbene. Beat primordiali, spruzzate di maracas, barriti di sax e quell’aria da delirante da Animal House che si respirava nei dischi dei King Kurt e dei Savages di Barrence Whitfield o nelle sudicie raccolte di Slow Grind.  

Per cui, finito il lavoro, invece di passare dal solito pub a tracannare birra dopo aver allentato la cravatta, mettete su un bel kaftano e un fez, infilate una bella cannuccia dentro il ventre di un ananas o nella pancia di un cocco e venite a fare un’orgetta con la musica dei Cumberland Three e del King Salami.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

THE MAKE-UP – Destination:Love (Dischord)  

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Violentare il gospel con la sensualità profana del rock ‘n roll, erotizzare i sermoni con la fisicità ammiccante di movenze allusive ben sopra le righe. Come per la Blues Explosion di Jon Spencer, per i Famous Flames di James Brown o per i Cramps di Lux Interior, la musica dei Make-Up fa leva su una carica sessuale ed erotica incontenibile che non fa forza solo su pose ostentate e plateali, ma viene fuori da sé, disegnando trame che sanno di sesso lontano un miglio.

Il basso di Michelle Mae traccia curve simili a rivoli di sperma che si adagiano sul ventre e il Reverendo Svenonius geme e si contorce spiritato, come se lo Spirito Santo avesse deciso di fecondarlo travestito da tarantola piuttosto che in forma di fuoco che placa i turbamenti dell’animo.

La musica dei Make-Up è una lingua di fuoco che ti massaggia il glande.

Uno strano incrocio tra gli schizzi di sudore del giovane James Brown, le urla isteriche di Screamin’ Jay Hawkins, le dementi frat-song dei primi anni Sessanta e le spore no-wave del decennio seguente. Destination:Love, il falso disco dal vivo registrato da Guy Picciotto, ci offre mezz’ora di grande spettacolo. Mezz’ora in cui lo spirito primordiale del rock ‘n roll torna a farci muovere come primati ed ululare come lupi affamati di sesso e di carne.

Ian Svenonius grugnisce in falsetto salmi che odorano di sperma e che invitano all’amore lussurioso e universale come l’unica guerra possibile, beatificando nell’unica maniera plausibile l’anima dannata del rock ‘n roll.   

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

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THE DIRTBOMBS – Ultraglide in Black (In the Red)  

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Per organizzare una festa alticcia ci vogliono essenzialmente tre cose: alcol, musica e amici giusti. Diciamo in parti uguali. E diciamo che non avendone di questi ultimi, occorre forzare le percentuali degli altri due ingredienti. Così, tequila dentro ai bicchieri e Ultraglide in Black dentro al piatto, mi appresto a questo party onanistico.

Soul music corretta con un’altissima gradazione di garage-sound. Ovvero con le chitarre che friggono in vece dello stormire dei fiati. Un po’ come facevano da quelle parti i Rationals nello stesso istante in cui Mick Collins veniva al mondo con una tonnellata di melanina in più.  

O, talvolta (Your Love Belongs Under a Rock, che è l’unico pezzo scritto da Mick Collins per l’occasione), con una pennellata di tastiera. Come facevano i Lyres quando decidevano di divertirsi con le canzoni di Otis Redding.

O facendo sbattere le ali del pipistrello di Bela Lugosi sulla soffitta di Curtis Mayfield prima di schiacciargli la testa a colpi di Kung Fu.   

O strappando con forza tutti gli armonici della blues-harp come faceva Huey Lewis al fianco di Phil Lynott mentre questi cantava la sua ode a Stevie Wonder, Jimi Hendrix, Muhammed Alì, Professor Longhair e Robert Johnson.

Dimostrando che Bacco era un Dio nero.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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THE RATIONALS – Think Rational! (Big Beat)

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Conosciuto soprattutto per quanto ha fatto “dopo” (Sonic‘s Rendezvous Band, Hydromatics, Powertrane, Solution, Dodge Main), Scott Morgan è stato un prime mover della scena detroitiana, formando i Rationals nel 1963 e diffondendo il suono della British Invasion e del soul bianco per tutto il decennio. Un’epoca documentata dai singoli su A-Square e Cameo Parkway tutti inclusi in questa raccolta da me annunciata con largo anticipo (Rumore # 193) cui seguirà a breve una gemella dedicata agli anni conclusivi della vicenda, quelli del chiacchierato singolo Guitar Army e dell’album su Crewe Records. Sono ben 17 gli inediti di turno recuperati dal “solito” Alec Palao (attualmente al lavoro sulle riedizioni digitali dei Seeds, NdLYS) tra gli “scarti” del periodo. Ci sono le storiche covers di Respect, I Need You e Leavin’ Here, ovviamente ma anche ottimi originali come Sing, Turn On e il formidabile singolo Feelin’ Lost/Look What You‘re Doing con Iggy Pop dietro ai tamburi. Un mattone indispensabile nel muro del Detroit Sound, proprio lungo la strada che dalla Motown porterà alla scena urbana del Grande Ballroom.

 

 

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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THE SOULSHAKE EXPRESS – Heavy Music (Bad Reputation)  

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Un paio d’anni fa il battesimo su Dirtnap con un EP che faceva intuire quello che i cinque svedesi mantengono con questo full length.

Roba che non suona nuova ma coinvolgente e urticante come vuole la tradizione scandinava di bands come Solution, Flaming Sideburns, Hellacopters e in generale tutto il giro rawk ‘n roll di casa Bad Afro e White Jazz.

Hard rock incernierato su riffs dal solido impatto soul-punk, come dei Bellrays con meno appeal nero e più sozzura heavy-blues. Manca però il lampo di genio che faccia la differenza e la cui assenza costringerà i SSE a vivere nel cono d’ombra di decine di altre bands accostabili per stile e riferimenti visto che a parte un paio di pezzi (Little Lover con le sue spruzzate di Hammond e Get Up! solcata dall’armonica) il resto sembra passare addosso senza realmente scalfirti.

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

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THE SOLUTION – Will Not Be Televised (Wild Kingdom)    

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In simultanea alle roventi sessions per il terzo album degli Hydromatics Scott Morgan e Nick Royale hanno pensato di tirare su un nuovo disco della loro creatura soul-oriented: i Solution. E così quella che nel 2004 ci era apparsa come una riuscita ma isolata sortita nelle atmosfere soul che furono il primo amore di Scott, quando i Rationals accendevano il Grande Ballroom di una Detroit già in fiamme con le loro covers di Respect o I Put a Spell On You (in arrivo una bella retrospettiva su Ace, NdLYS), ha adesso questa appendice di grandissimo fascino, candidata a entrare nella rosa dei migliori album del 2008. Fiati che “spingono”, cori soul-fashioned e la splendida voce di Scott fanno di pezzi come You Gotta Come Down, You Got What You Wanted o Hijackin’ Love degli standards irrinunciabili per gli amanti del groove nero e gli orfani di Wilson Pickett.

 

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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BARRENCE WHITFIELD AND THE SAVAGES – Under the Savage Sky (Bloodshot)  

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Ventuno Agosto.

Rientro a casa dalle vacanze.

Rientro a casa che c’è Barrence Whitfield ad attendermi.

E non è poco, per nulla.

È come se ad aspettarmi ci fossero i Sonics, Wilson Pickett ed Esquerita. E volessero fare festa, dopo un’estate che di feste ne ha viste veramente poche. E dopo aver disertato quelle poche che avevo in calendario.

Un po’ come Barrence, che da sempre diserta le pagine delle riviste patinate, non essendo stato invitato. Si spaventano gliele sporchi, schizzandole di sperma punk come fa con la musica soul. Da trenta anni.

Un po’ quello che facevano i Sonics col rock ‘n roll del piccolo Riccardo. Questo almeno dovreste saperlo, se avete messo un disco sul piatto negli ultimi cinquant’anni. Accanto a lui c’è sempre Peter Greenberg, che suonava la lira accanto a Jeff Conolly quando anche lui cantava Skinny Minnie, ma in Massachusetts. L’energia che sprigiona da questo nuovo Under the Savage Sky è identica a quella. Quindi sapete già se può fare al caso vostro o se per voi basta già un disco di Lenny Kravitz o Bruno Mars per essere felici. Se preferite i posti affollati a quelli sudati, insomma. Gli addominali sagomati con l’Arancinotto o la pingue che se ne frega del buon gusto e di MTV.

Ventuno Agosto.

Felice di tornare a casa.

Felice che sia venuto ad accogliermi con un abbraccio, Barrence.

Pochi l’avrebbero fatto.

Te lo restituisco, mentre fuori Dio comincia ad orinare.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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CRACK PIPES – Snakes In My Veins (Emperor Jones)

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I Crack Pipes sono una tossina soul, una cellula malata di garage rock scheletrico e perverso, un coro gospel trucidato durante la funzione evangelica col solo pianista risparmiato dal massacro e costretto ad accompagnare i latrati del capo gang. Se fosse possibile iniettare la fede ficcandosi una spada nel braccio piuttosto che prestare orecchio ai sermoni, i Crack Pipes sarebbero l’esatta trasposizione in musica di quel gesto. E’ la soul music che passa attraverso una siringa. Ma dentro questo loro seconda gangbang c’è largo pure per il blues alticcio di The World Is a Crooked Place e il rifugio folk da Super Motel 8 (ovvero il traguardo fatiscente della Highway 51 Dylaniana) e le covers alterate di Save Me e Change the World a fare di questo disco il postaccio più infame dove sbattere il culo di questi tempi.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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KING KHAN AND THE SHRINES – What Is?! (Hazelwood)    

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Three Hairs and You’re Mine fu uno dei miei dischi dell’anno nelle playlists del 2002. Non serve ve ne ricordiate, ma è invece importante che serbiate memoria di quel disco. Un autentico R&B della giungla capace di ribaltare ogni festa e trasformarla in un vaso voodoo traboccante di sudore e liquidi vaginali.

Il tiro di quel disco si è via via smorzato, e non poteva forse essere diversamente. Ma King Khan continua a fare dischi che spaccano il culo e a tirar fuori le zanne, quando è necessario. Qui succede ad esempio mentre i primati ballano lo ye-ye su Land of the Freak. Ma What Is?! apre il mondo del Re ad altre influenze, molto più inquietanti: la trance angosciosa dei Velvet (vi dice qualcosa un titolo come The Ballad of Lady Godiva?) e certo free-jazz che da Sun Ra (Cosmic Serenade) arriva fino agli Stooges malati di L.A. Blues (Fear & Love è un bug che può perforarvi la mente, ai volumi opportuni, NdLYS). Meno ballabile, certo. Ma cazzo, anche stavolta lascerete la festa con la pelle solcata da lividi viola.

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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JAMES WILLIAMSON – Re-Licked (Leopard Lady)  

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Forse è così che si invecchia.

Mettendo su un disco di James Williamson senza avere un’erezione.

Ascoltandolo attraverso le feritoie di un pc, da una piattaforma digitale che ogni tanto passa qualche spot e condendolo con qualche beep che ti avverte di un qualche messaggio che qualcuno che finge di volerti bene ti manda su un social network. Un poke che bussa sulla spalla di un Pokemon che ride solo quando ne è costretto. E anche allora, di malavoglia.

Re-licked è la riproposizione, riveduta e corretta, dello storico materiale scritto da Williamson con l’amico Iggy Pop durante gli anni Settanta. Roba bootlegata negli anni più e più volte, titoli che conoscete tutti, se avete seguito l’epopea in parte sommersa degli Stooges: Rubber LegCock In My PocketI‘m Sick of YouI Got a RightOpen Up and Bleed, ecc. ecc.

La novità vera è che però, nonostante la paternità condivisa delle canzoni e malgrado anche Steve McKay e Mike Watt si siano rimboccati nuovamente le maniche per mescere nel torbido della storia dell’Iguana, Iggy si sia rifiutato di partecipare alle registrazioni del disco, lasciando ad altri l’onere di ruggire o latrare sui pezzi che rappresentano forse uno dei momenti più dolorosi della sua stessa vita. Ne viene fuori una sorta di anomalo disco-tributo. Che non è un tributo agli Stooges ma a quel soul eroinomane e metropolitano che fu appendice alla violenta e veloce vicenda della band di Detroit.

A rendere omaggio, nomi di prima grandezza: Jello Biafra, Mark Lanegan, Nicke Andersson, Ariel Pink, Bobby Gillespie, Carolyn Wonderland, Lisa Kakaula, J.G. Thirlwell, Mario Cuomo degli Orwells, Alison dei Kills e così via.

Tutta gente che pare aver fretta di andare. E che, nonostante tutto, rimane.

A lanciare uno sputo, a versare un po’ di sangue, a camminare sulle schegge di vetro del Michigan Palace, come fachiri.

Quattordici brani (due dei quali riproposti però in due versioni analoghe per base strumentale ma con vocalist diversi) che hanno ancora una loro scellerata potenza. Malgrado Spotify. Malgrado Itunes. Malgrado il mondo invecchi e io con lui.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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