ARCHIE AND THE BUNKERS – Songs from the Lodge (Dirty Water)  

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Detto (e scritto, a suo tempo) che il bellissimo disco di debutto nella sua nefanda perfezione era un lavoro che offriva pochissimi margini di miglioramento considerata la striminzita formula del duo di Cleveland, mi trovo a dover invece affermare che Songs from the Lodge supera l’eponimo album di tre anni fa per efficacia e capacità penetrativa di ogni singolo brano.

Songs from the Lodge è una celebrazione eucaristica del garage-punk più dionisiaco. La macchina dei fratellini O’Connor gira a pieno regime, costruendo alcuni nuovi classici di infetto teen-punk come Fire Walk with Me, Laura, The Cutting Edge, She’s a Rockin’ Machine, Billy’s Bad Day, robaccia che sembra suonata dagli Screamers e cantata da Stiv Bators per il settantesimo compleanno di Rudy “Question Mark” Martinez.

Archie and The Bunkers sono piccoli gatti impazziti cui hanno bruciato la coda e che adesso si arrampicano sulle vostre pareti di casa strappando tende e carte da parati.

Riuscirete a sopportare questo affronto alla vostra vita (ad)domestica(ta)?   

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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JON SPENCER– Say it loud: I’m white and I’m proud  

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Venerazione assoluta o demolizione definitiva? Le alternative potrebbero essere vere entrambe. E vere tutt’e due senza l’una escludere l’altra. Forse addirittura avvalorandosi a vicenda. Ne aggiungerei addirittura una terza: feticismo maniacale. Ché i Pussy Galore, cinque teenagers accalorati di Washington di cui tutti ignorano l’esistenza, decidono di (o sono costretti a) stampare questo debutto a lunga durata in formato cassetta. In 550 copie. Sapendo che, fatto fuori il giro del parentato, ne resteranno 500 nei magazzini della Shove, che poi è la loro stessa cantina.

La strumentazione consiste in quattro chitarre e una batteria, più svariate percussioni improvvisate. Il che vuol dire arredo e struttura della loro baracca, picchiate con quel che capita e quando capita in mezzo a quello che, più che un diluvio di chitarre sembra in pratica il rumore del disgorgante versato nel gabinetto del CBGB’s.

Avete presente il martello del centurione che in The Passion di Mel Gibson assicura Cristo alla croce non solo facendo penetrare nella carne viva i chiodi di ferro ma piegandone l’estremità affinché non siano scalzati via? Ecco, i Pussy Galore eseguono lo stesso lavoro su quello che era già il disco più brutale e rozzo dell’intera discografia degli Stones. Lo crocifiggono e ne assicurano il corpo martoriato al patibolo, con una ferocia irriverente, blasfema e pure ignorante.  Ma non solo: i Pussy Galore si sostituiscono agli stessi Stones, oltraggiandone il cadavere e sbeffeggiandolo, ben consapevoli che tutti si accorgeranno dello scambio. Anzi, orgogliosi del loro atto sciagurato, come dei bulletti di provincia.

‘Exile on Main St’ è l’atto estremo di amore e quello altrettanto smisurato di odio che coincidono nello stesso punto, nel medesimo istante come dentro la canna della calibro 38 di David Chapman sei anni prima.

L’inizio della lunga avventura musicale di Jon Spencer inizia così.

Come quella di un comune teppista.

Uno cui non affidereste neppure il vostro criceto e che invece si mette in testa di suonare gli Stones con una chitarra a tre corde, senza saperne accordare neppure una.

Uno che ambisce ad essere odiato come uomo prima che lodato come artista.

Che si siede come un piccione su un marmo di Michelangelo e si abbandona ad una defecazione corrosiva e balorda.    

 

Quanto i Gories stavano sperimentando a Detroit, trova un battesimo discografico a Washington. Right Now! si diverte a martoriare il garage-punk così come l’anno precedente ‘Exile on Main St’ aveva tratto godimento dallo stupro ai danni dello sporchissimo doppio album degli Stones.

Pussy Galore sono un gruppo eversivo ed amatoriale, senza alcuna cognizione di una qualche idea teorica o pratica di tecnica, felice di usare i pochi strumenti a disposizione (tre chitarre e una batteria spuria assemblata unendo tamburi acustici e scarti industriali) per trovare una formula che possa in qualche modo legare l’austerità degli Einstürzende Neubauten con il rock ‘n roll di base. Il risultato è un disco dove il vero protagonista è il frastuono, il disordine, il turpiloquio. Come se una band di vandali fosse entrata a mettere a soqquadro gli scatoloni con i non venduti del deposito Crypt.  

 

Fra i tanti scavafosse che negli anni Ottanta cercarono di estrarre dalle viscere della terra il più disastrato garage-punk degli anni Sessanta, i Pussy Galore vanno ricordati per aver avuto l’idea di effettuare gli scavi dall’interno di un capannone industriale, scoperchiando quelle tombe all’interno di una vera e propria torneria industriale. Mentre mandavano a puttane tutto il purismo del revival rock ‘n’ roll, i Pussy Galore ne demolivano l’intera struttura e aprivano a loro insaputa una breccia che avrebbe rappresentato un nuovo varco, una nuova via di fuga per il rock ‘n’ roll del decennio successivo, assoggettando alla forza del ferro gli uomini dell’età della pietra.

Pochi dischi si avvicinano alla catastrofe sonora quanto quelli dei Pussy Galore pur conservando i tratti, seppur sfigurati, del rock ‘n’ roll, pur obbligandolo a mangiare merda. Che è un’immagine che alla Caroline non piace, tanto da costringere Jon Spencer a cambiare titolo al loro terzo lavoro. Dial ‘M’ for Motherfucker esce nel 1989 con una copertina in grado di catturare alla perfezione quell’atto delinquenziale di demolizione di cui vi parlavo prima, l’ultimo con la formazione originale.

Il rock ‘n’ roll viene messo a muro e trucidato, braccia legate dietro la schiena, benda sugli occhi. Qualcuno scrive una M sul muro. Sembra vernice, vista da lontano.

Invece, è il suo stesso sangue.     

 

Non c’è un solo strumento accordato, dentro quello che molto ironicamente i Pussy Galore chiamano Historia de la Musica Rock, parodiando nel titolo e nell’artwork la famosa collana pubblicata in Spagna negli anni Ottanta come compendio all’omonima enciclopedia rock. Jon Spencer, Bob Bert e Neil Hagerty si arrogano dunque la libertà di sedersi al fianco di Stones, T.Rex, Bowie, Rod Stewart, Kinks e Bob Dylan pur senza reggere in mano uno strumento. Le undici tracce del loro ultimo disco sono canzoni malmesse e fatiscenti dove ognuno sembra suonare, parlare, cantare, sputare per i cazzi suoi, come accade su (Do) The Snake o Song at the End of the Side per la quale ultima i Pussy Galore non si prendono neppure la briga di trovare un titolo. O ancora dentro il metro quadrato di chitarra e voce deformi di Drop Dead. Accozzaglie di rumori e voci messi uno accanto all’altro che portano la firma di tutti e tre i non-musicisti, proprio perché dentro vige un’anarchia impossibile da compattare.

Canzoni come Mono! Man o Eric Clapton Must Die sono invece larve di quel mostro dal volto ustionato che sarà la prima incarnazione della Blues Explosion.

Bluesmen negativi drogati dall’alcol e dall’ego che annunciano una qualche catastrofe, forse la propria. E che si divertono a giocare con la carcassa del dirigibile dei Led Zeppelin dopo averne bucato ogni centimetro della superficie.       

 

Nel passaggio tra i Pussy Galore e i Boss Hog le chitarre diventano tre e quello fra Jon Spencer e Cristina Martinez è un rapporto che è diventato anche coniugale. L’apporto marginale della Martinez nell’avventura precedente diventa invece focale nella nuova compagine. Sia dal punto di vista artistico che da quello iconografico. Il corpo della Martinez campeggia con disinvoltura già nel primo EP e, nuovamente, sull’album di debutto facendo della coppia una delle più sexy della storia del rock moderno.

Un’esplosione erotica ancora allo stato brado dal punto di vista musicale visto che su Cold Hands i Boss Hog si divertono ancora a scompaginare il rock ‘n’ roll e a succhiare sangue come i vampiri di Twilight. La simulazione coitale che in effetti fa capolino lungo diversi passaggi del disco è annegata dentro la baraonda di rumore che il gruppo si diverte a sollevare. Il turpe disordine di strumenti e voci è figlio diretto di quello di Historia de la Musica Rock e i Boss Hog sono l’ennesimo pittogramma dietro cui si nasconde la fame di scarti avariati ed avanzi del lupo Spencer.      

 

Nel 1991, quando Jon Spencer decide di mettere assieme la “sua” band, lo fa costruendola sopra le macerie di quello che erano stati i Pussy Galore. Il “groove” sarebbe arrivato dopo.

L’esordio per la Caroline, così come la sua versione europea licenziata dalla Crypt è infatti un rantolo malvagio di rumore che agonizza su venti smorfie blues/punk prodotte da Steve Albini, uno che a rattrappire i muscoli riesce come pochi. Figurarsi se a chiedere i suoi servigi sono tre tossici che si divertono a pisciare in gola al blues e a mettere insieme canzoni che sono poco più che cocci di uno stomp così ossuto e radicale da sembrare suonato sotto tortura.

The Jon Spencer Blues Explosion vive di questa apologia del disgusto, facendo della scuola blues di John Mayall la prima vittima del suo nichilismo spietato.      

 

Il cofanetto di classici Stax e Volt preteso da Jon Spencer al momento della stipula del contratto con la Matador dà i frutti sperati su Extra Width, il disco che segna il momento in cui la musica del terzetto emerge dall’underground garage per diventare il marchio di fabbrica di tutto il rock ‘n’ roll degli anni Novanta, con un piede intinto nella palude blues e soul e l’altro nei più attuali immondezzai dell’hip-hop e del noise. Allargando le maglie di rumore del disco del debutto (nulla più che una, anzi due versioni “ufficiali” delle registrazioni casalinghe spacciate ai primi concerti col titolo di A Reverse Willie Horton, NdLYS) Extra Width permette di godere appieno dei tratti distintivi della Blues Explosion di quegli anni, ovvero il suono per nulla educato della cheap guitar di Spencer, gli incredibili inserti di theremin (e sintetizzatori sotto stupro, come succede nell’assolo di Afro) che arricchiscono di dissonanze e frequenze spurie le già tormentate canzoni del terzetto e le piccole peripezie di Russell Simins che si allontanano sempre più dal tam-tam primitivo e Tuckeriano dei primissimi lavori per inventare dialoghi ritmici con la chitarra, regalando ai nuovi pezzi un dinamismo che diventa il marchio di fabbrica della band che di fatto si affranca dal modello Gories degli esordi per diventare esso stesso archetipo di un concetto di rock ‘n’ roll radicale e sempre più spettacolare ed autocelebrativo, sulla falsariga di quello inscenato da James Brown. Extra Width è l’autoscatto perfetto di questo momento in cui Jon Spencer prova a creare l’incesto biologico tra le musiche bianche ed ossute della Sun e quelle pingui e nere della Stax. 

 

Russell, Judah e Jon sono in una fatiscente camera del ghetto newyorkese, mentre dall’altra parte della parete un giovane bianco di nome Beck Hansen fa freestyle cianciando dentro una cornetta del telefono. È una parodia della clip di Walk This Way (Run DMC vs. Aerosmith) che la dice lunga sul fatto che la Blues Explosion si prenda molto meno sul serio di quanto si possa pensare, proprio nel momento in cui la loro musica esplode devastando il mondo.

Orange è il disco che definisce in maniera più o meno definitiva il “suono” della Blues Explosion.

Elegante e sporchissimo in egual misura.

Bianco, nero.

Sexy.

Funky.

Copertina a specchio con il theremin Moog Vanguard usato da Spencer stilizzato in copertina. Nessun accenno al frastuono dentro cui quello strumento è immerso, se non quell’unico punto esclamativo messo stavolta all’estremità del moniker della band, messo lì come un avvertimento per i più sprovveduti.

Che sono tanti, perché in quel 1994 che ha definitivamente seppellito la scena grunge, della Jon Spencer Blues Explosion si parla come della cosa più eccitante in giro sul Pianeta Terra. Ma i loro dischi, a quel tempo, non viaggiano su alcuna piattaforma o social, i loro dischi te li devi andare a sentire nei posti adatti a quel lavoro o te li devi “immaginare” leggendone sulle riviste di settore.

Molti dunque sono arrivati senza sapere esattamente quali sermoni sarebbero stati recitati dentro quel disco dalla copertina ammiccante e un po’ narcisa, finendo per venirne in qualche modo travolti, non appena si poggia la puntina su una cosa sporcacciona come Bellbottom che odora di sesso a pagamento e diventa una delle cose imprescindibili di tutto il rock ‘n’ roll del nuovo decennio.

Perché Spencer, il ragazzo che amava violentare gli Stones e i Neubauten, che divorava le Back from the Grave, i dischi di Presley e quelli di Rufus Thomas stavolta ha davvero fatto tutto per bene. Ha messo dentro violini, fiati, theremin, chitarre sbrindellate, giri di basso rotondi come le chiappe di Tina Turner, una batteria scoppiettante, hip-hop, blues, rock ‘n’ roll, funk, soul, lo ha prodotto a fianco di Jim Waters curandone ogni piccolo dettaglio e ha messo fuori un disco dove ogni lordura è calcolata, ogni macchia di sperma lasciata volutamente in vista, a simboleggiare una polluzione impossibile da controllare.

Orange è l’inizio dello spettacolo che Extra Width aveva soltanto annunciato.

Accomodatevi. Le donne ovviamente non pagano il biglietto.

 

Il suono dei Boss Hog acquista tridimensionalità corporea col passaggio alla Geffen e la pubblicazione del disco omonimo.

Come se lo scheletro di Cold Hands avesse messo carne, il secondo album della coppia Spencer/Martinez coordina il rumore degli esordi offrendo una sequenza di pezzi dove è il dinamismo ritmico a fare da collante e propellente per i lick blues/punk di Spencer. Canzoni come Sick, What the Fuck, White Sand, Punkture, Green Skirt scivolano comode e, visti i catorci su cui i coniugi erano abituati a sedersi, ordinatissime sulla strada asfaltata di Orange della Blues Explosion e si impongono come una sorta di versione ♀ degli assalti maschi del gruppo madre. Il tentativo della Martinez di scrollarsi di dosso i peli del villoso marito arriva inaspettato quasi in chiusura del disco, in quella Texas in cui sembra volersi spogliare dei panni di Signora Spencer per vestire quelli gotici di Gitane DeMone ma è un vezzo episodico del tutto marginale in un lavoro che, pur dichiarando esplicitamente la propria sudditanza dal modello Blues Explosion, resta forse il migliore di tutta la carriera dei Boss Hog.  

  

Se i due dischi precedenti erano stati preparati ad hoc per sfondare il muro che separa la Blues Explosion dalla scena alternative affidando l’apertura a due teste d’ariete come Afro e BellbottomsNow I Got Worry si diverte a farne scempio aprendosi con l’urlo da scimmia sgozzata di Skunk e una deviazione quasi hardcore come Identify chiarendo sin da subito che la Blues Explosion è tornata in qualche modo al rock ‘n’ roll sgraziato degli esordi e al garage mutante dei Pussy Galore.   

Suggestionato in maniera decisa dalle assidue frequentazioni con R.L. Burnside, Beastie Boys e Calvin Johnson, Now I Got Worry è infatti un disco eccessivo e brutale ma anche sperimentale e  contaminato (Fuck Shit UpEyeballin’Sticky) e volutamente meno radiofonico, come se ad un tratto Spencer avvertisse il bisogno di preservare il suo vecchio spirito nichilista alzando un po’ gli scudi, lavorando volontariamente ad una produzione più cattiva e lo-fi rispetto a quella sfoggiata su Orange.

Jon Spencer torna insomma a vestire i panni a lui cari del teppista, dello stupratore del rock ‘n’ roll, dello sfregiatore seriale che uccide contrariato dalla bellezza.

   

Uno dei vanti della mia discoteca personale è una copia promozionale di Controversial Negro con Mick Jagger in copertina.

Fu già un vanto quando mi arrivò a scrocco dall’ufficio stampa della BMG.

Lo diventò ancora di più quando l’annunciata stampa europea del disco venne cancellata e Controversial Negro finì per venire stampato solo in Giappone, restando un affare per pochi intimi.

Ogni volta qualche fesso veniva a casa mia a chiedermi una rarità degli Stones io tiravo fuori quel disco.

E il fesso rimaneva a bocca aperta.

Dopo avergliela richiusa gli confessavo che non era un disco degli Stones ma della Jon Spencer Blues Explosion.

E il fesso riapriva la bocca.

Era uno dei miei aperitivi preferiti, prima di sedermi a tavola a trangugiare le delizie preparate da mia moglie.

La Shout! Factory, ristamperà anni dopo quel disco, togliendomi quel piacere.

Ma solo in parte.

Controversial Negro perderà infatti gran parte del suo alone di leggenda diventando di dominio pubblico. Però Live In Tucson, come sarà ribattezzato, uscirà con una scaletta allungata a ben ventinove pezzi e con una copertina diversa. Perché se prestate attenzione, su quella edizione, quella che è disegnata sotto la scritta Blues Explosion, quantunque le somigli parecchio, non è la faccia di Jagger ma la testa di uno scimmione.

Pare che il primo volesse portarli in tribunale, l’altro nella giungla.

Loro hanno opteranno per la seconda alternativa.

Ma al di là di questo, Controversial Negro è un autentico massacro.

La Blues Explosion fa scempio del rock ‘n’ roll.

Sono allo stesso tempo la cosa più conservatrice e moderna che il rock ‘n’ roll abbia in quegli anni e riescono a far suonare R.L. Burnside come fosse i Public Enemy (R.L. Got SoulFuck Shit Up). Entrambi una influenza fortissima per la JSBX di quegli anni (Controversial Negro è infatti rubato al passaggio di una delle più belle canzoni di Flavor Flav e soci, NdLYS), diventata una band sofisticata senza perdere di forza abrasiva, soprattutto dal vivo.

Tanto che Controversial Negro, nei suoi momenti migliori (AfroWatermainFuck Shit UpSkunkThe Vacuum of Loneliness) suona come Metallic KO se ci passasse sopra Fear of a Black Planet. O come una versione sfigurata di Presley.

Poi, verso la fine di questa nuova scaletta, il treno di Elvis deraglia.

Il Re viene sommerso dalla polvere, deturpato dai rottami.

Ai bordi della strada ferrata sono rimasti in pochi ad assistere allo schianto.

Eppure quel momento, quel preciso momento non lo scorderanno più.

 

 

Se è vero che ogni uomo uccide le cose che ama, allora Jon Spencer deve aver amato il blues come pochi altri, un amore viscerale e violento, senza sfumature, un amore incestuoso e brutale, di quelli che ti lasciano senza fiato e senza respiro, se mai si trovasse il tempo per respirare. Jon Spencer ha preso il blues per i capelli e lo ha straziato senza pietà, l’ha violentato e ha goduto del suo annaspare, l’ha visto cianotico e gli ha tappato la bocca col suo sesso per vedere se è proprio vero che ogni bel gioco prima o poi finisce, l’ha strapazzato come una bambola, l’ha punto e trafitto come un feticcio voodoo, gli ha rotto le ossa uno per volta. Infine ha sputato sul suo cadavere decomposto e, come per incanto, egli è risorto, ha ballato con il suo scheletro sorseggiando una bottiglia di bourbon e infine ha affondato le labbra in una bocca che sapeva di morte.

Con Acme Jon ritorna, crudele ma premuroso, a leccare le ferite al suo amante e a curare molto probabilmente le sue. da questo punto di vista il live dell’anno precedente chiudeva un ciclo, quello delle rasoiate elettriche, dei cristalli spaccati, del nichilismo sofferto e sofferente di chi col blues preferiva farci a pugni piuttosto che l’amore. Laddove Controversial Negro infatti risolveva tutto in un delirio orgiastico, Acme si avvicina sfoggiando un’aria di eleganza apparente, come un magnaccia ben vestito ad una festa di alta società, pronto a bestemmiare alla prima macchia sul gessato e il coltello ben nascosto nel gilet.

Il suono è meno contorto e febbrile, incredibilmente cool, un disco conciliante piuttosto che di rottura, gli spilli voodoo hanno lasciato il posto alle spille da balia, infliggendo al diavolo e alla sua musica una tortura meno violenta, forse, ma non per questo meno perversa.

Divelto senza rimpianto ogni residuo di tradizionalismo retorico da cartolina, Spencer si è preso la briga di iniettare allo scheletro ormai ciondolante del blues una nuova puntura di calcio per portare quei macabri resti in giro con la sua macchina del tempo a incontrare vecchi padri (Andre Williams) e pronipoti (Atari Teenage Riot).

La navicella Blues Explosion, col suo carico di debosciato blues mutante ha deciso di prendere il largo. Col serbatoio carico di zolfo, il capitano Spencer ha chiuso i portelli ed impartito ordini alla truppa.

Il compito? Portare il blues oltre la soglia del nuovo millennio dopo avere ingoiato tutta la naftalina del suo baule. nella speranza che, come è accaduto alla Rolling Stones starship anni fa, non rientri sulla terra senza più carburante dopo essere rimasta in balia del vento stellare (e il recente Plastic Fang lancia brutti segnali in questo senso, NdLYS).

Acme farà di voi i prossimi bersagli di lucifero. Vendetevi cara la pelle. Anzi, l’anima.

 

Nel 1999 il pop penetra nel corpo di Cristina Martinez. Esattamente come avreste voluto fare voi: fin dentro le viscere. Ma non è esattamente una penetrazione fallica. Il pop, venato di soul music, ha le sembianze femminili. Quelle di Debbie Harry ad esempio. Ma pure quelle di Kate Pierson, di Siouxsie Sioux, di Shirley Manson, di Nina Persson. Il tentativo di farsi possedere da Tina Turner, già tentato sull’album omonimo e qui sbattuto sfacciatamente in apertura sul numero soul della title track, rimane un fallimento. Come tutto il disco che la contiene del resto. Whiteout è spazzatura musicale che vorrebbe essere moderna ed ammiccante ed è invece del tutto asettica e priva di qualsiasi erotismo, sin dalla copertina degna delle pagine di intimo del Postal Market con cui la mia generazione imparò a masturbarsi e che è in esatta antitesi con la vulva pelosa mostrata sull’album di debutto.
L’imbastardimento elettronico che ha preso il sopravvento sul devastante rumore degli esordi non arricchisce la formula del gruppo ma ne avvilisce l’urgenza animale, malgrado Jon Spencer si diverta a fare lo scimmione del blues-punk (come su Jaguar) o il pappone del ghetto (come su Itchy & Scratchy). Meglio la banalità beat di Trouble che la presunzione ridicola che i vecchi fan accettino di vedere uno dei gruppi più sexy del rock ‘n’ roll dei ’90 diventare una ridicola caricatura dei Cardigans o dei Garbage. Cristina con le mutandine fresche di bucato è la cosa meno rock and roll degli ultimi dieci anni.

Ditelo a Richard Kern, ditelo alla City Slang, ditelo a Jon Spencer.

 

Col passare degli anni Jon Spencer ha imparato a scrivere dentro i margini, nonostante l’aria sbruffona da belloccio votato alla causa del blues.

Cosicchè malgrado testi, video e copertine di Plastic Fang giochino a Subbuteo con l’immaginario crampsiano di lupi mannari, vampiri, mummie, uomini-insetto e mostri da laguna, il suono cremoso dell’album ha più a che spartire con tutto il blues/rock che dall’uccello di Sticky Fingers è colato giù fin nei pantaloni a zampa dei Black Crowes che con il rockabilly scheletrico di Lux e compagni. Fraseggi essenziali di tutto lo scibile blues che Judah e Jon hanno imparato a farfugliare negli anni. Manca la destrutturazione rumorista di cui la Blues Explosion si era mostrata grande artigiana e mancano le pose eleganti fino al disgusto che avevano reso ammiccante i loro dischi più venduti.

Per questo Plastic Fang non entrerà nella storia e lo si farà scendere dallo scaffale di tanto in tanto senza ricordarne una sola canzone.  

 

                                                                                 

Orribile, come sempre, diventare dei professionisti.

Ricordate i Pussy Galore? Una latrina in cui il rock ‘n’ roll andava a morire. Jon Spencer era allora un tossicomane che scriveva e incideva i dischi nel cesso. Poi evidentemente la signorina Cristina, nel frattempo diventata signora Spencer deve aver fatto le sue richieste. Una ripulitina alle piastrelle, una toilettina per evitare le sbavature di rossetto, un bidet per prepararsi ai doveri coniugali, magari un box doccia. E Jon  ha finito per trovarsi a imbrattare le mura con lo stick rosso fragola della moglie pur di apparire comunque sovversivo. E diciamo pure che il trucco alla fine ha pure funzionato a lungo. La sua JSBX ha macinato ottimi dischi. Magari non più nella latrina, ma pur sempre dentro un cesso. Jon ha invece deciso adesso di spostare la strumentazione (e la copertina non ne fa mistero, NdLYS) verso la stanza da letto. Il leone va a riposare. E noi con lui. Damage è un disco che fa male perchè è il disco di un declino, la colonna sonora di un fallimento. Damage rimane una pastiglia inzuppata in una soluzione di rock ‘n’ roll mutante. Ma non sono più pasticche di anfetamina, ma barbiturici. Peccato per lo spreco di ospiti con cui Jon ama far salotto (stavolta si toccano icone come Chuck D e James Chance, tra i tanti altri), Damage è la caricatura stessa della Blues Explosion che amavamo. Il simulacro vuoto della sua retorica Stonesiana.

 

Quando i Blues Explosion sono diventati ormai una istituzione per la scena rock ‘n’ roll internazionale, Jon Spencer sente il bisogno di costruirsi una casetta rustica. Una sorta di rifugio ecocompatibile dove coltivare le sue vecchie passioni per il rockabilly, la country music, il soul e la musica rurale con cui è in parte cresciuto e di cui si era innamorato durante la sua adolescenza ascoltando Exile on Main Street degli Stones e i dischi di Presley. Quella casetta in legno, sperduta nelle campagne del New Jersey, si chiama Heavy Trash. Ad abitarla sono lui e Matt Verta-Ray, l’amico degli Speedball Baby con cui Jon ha condiviso gli angusti spazi dei camerini in diverse date della sua Blues Explosion parlando della Sun Records, del suono di Memphis e del timbro delle chitarre prodotte in Giappone negli anni Sessanta come Fujigen e Zim-Gar. Quello che i due registrano dentro quella capanna di legno viene pubblicato adesso dalla Yep Roc con lo stesso nome scelto da Spencer e Verta-Ray: Heavy Trash. Che sono in due, ma non sono da soli in questo disco in cui ci sono ben diciotto musicisti e vocalisti di supporto, nascosti chissà grazie a quale macumba dietro le musiche rachitiche dei due musicisti di New York. E che realizzano un disco che piacerà più a chi amava Hasil Adkins, i Beasts of Bourbon o i Gallon Drunk che a chi ha visto la luce quando ha messo sul piatto Acme o Orange. E che pure sarà costretto a farselo piacere, per rispetto del cast.

 

Una ventina di canzoni sono il bottino delle nuove session combinate fra Matt Verta-Ray e Jon Spencer (più diversi musicisti di area new-country, fra cui i Sadies al completo, NdLYS). Tredici di queste finiscono dentro il secondo album degli Heavy Trash Going Way Out mentre le restanti verranno regalate o vendute attraverso il sito della Yep Roc Records.

Fatto salvo che per Spencer gli Heavy Trash sono l’uovo di Colombo, il secondo album del mini-combo è ancora una volta un bel calamaio in cui intingere il pennino del roots rock ‘n’ roll. Quello che si scuote ancora per risonanza con le vibrazioni degli studi Sun e pezzi come She Baby, That Ain’t Right o Pure Gold sembrano proprio un sogno pelvico Presleyano. Ma la tentazione di abbandonarsi al più sano rockabilly, al trash psicopatico di marca Cramps e al più folle garage-punk permette al duo di tirare fuori anche roba come Crazy Pritty Baby, Kissy Baby, Way Out, They Were Kings o I Want Oblivion permettendo di avere un quadro completo delle deviazioni rock ‘n’ roll cui non al solo Spencer piace cedere.   

 

Il terzo Heavy Trash si allontana è molto meno trash dei primi due album realizzati in coppia da Jon Spencer con Matt Verta-Ray. Senza tradire la genuina anima rock ‘n’ roll del progetto, Midnight Soul Serenade mostra uno spettro stilistico più vario e un gusto per l’arrangiamento più ricercato, con un occhio lanciato oltre la frontiera messicana, le isole hawaiiane, New Orleans e una voglia di ibridare il suono come mai prima d’ora, sperimentando con una sfilza di organi vintage (dal Vox Continental all’Hammond passando per l’Acetone e il Wurlitzer) e addirittura aggiungendo beat elettronici e piatti.

Canzoni come The Pill, Pimento, Isolation, Sweet Little Bird sono le canzoni che rivelano questo accostamento non ancora definitivo a certa exotica di marca Cramps/Tarantula, questa coloritura che però sembra più il colore di un appassimento creativo rispetto al disco precedente e alla quale io preferisco i colori meno compassionevoli di pezzi come Bedevilment o della cover di Bumble Bee. Ma io sono daltonico, del resto.

 

La copertina macellaia promette carne e sangue.

E, diciamolo francamente, malgrado il banco frigo del blues-punk sia ormai pieno di ogni ben di Dio, al taglio di Mr. Spencer non rinunciamo mai. Uno che sa dove infilare il coltello, senza dubbio. E quindi eccoci qui, alla riapertura del supermercato, a fare la fila davanti ai tre macellai del blues.

Finite da tempo le scorte di manzo fresco, la Blues Explosion tira fuori un po’ di surgelati. Non merce rafferma, sia chiaro. Ma un po’ stopposa purtroppo si. E che cosa vi aspettavate? Il vitellino da latte con contorno di erbette da pascolo? Meat + Bone suona come un disco della Jon Spencer Blues Explosion, anno 2012. Fermatevi su questa frase e traetene le conclusioni che volete, ognuno per conto proprio.

Le sorprese stanno a zero. La grinta c’è ancora. Le canzoni un po’ meno. Tutto quello che ascolterete qui dentro, se c’eravate quando la JSBX pubblicava Extra WidthOrangeAcme o Now I Got Worry, lo avete già sentito tutto. I ritmi spezzati, le sincopi funky, il blues sporcato di punk, gli Stones con su la saliva di Iggy, James Brown con l’uccello ancora sporco di umori soul, l’invito a tirar giù le mutande, tutto già fatto. E più di una volta. E allora? E allora l’uno-due iniziale Black Mold/Bag of Bones spacca comunque il culo. Poi con Boot Cut si piomba nella normalità del Blues Explosion-pensiero, fino a che le ossa del titolo non vengono fuori completamente da quella massa di carne che schiuma sangue dalla copertina.

La rivoluzione non sarà trasmessa in televisione. E non passerà neppure per i dischi di Jon Spencer. Non più. Lui la sua rivoluzione l’ha già fatta con i Pussy Galore, quando molti di voi ascoltavano i Tears For Fears e i Toto e pensavano di stare sulla faccia luminosa della luna. Ora, se vi serve la novità ad ogni costo, affidatevi a qualche altro macellaio. Oppure diventate vegetariani così vivrete più a lungo di me.

 

Non lasciatevi intimorire. Della No Wave evocata dal titolo dentro il nuovo lavoro della Blues Explosion c’è poco o nulla. Il nuovo disco di Jon Spencer ha dentro tutta quella fottutissima miscela stonesiana e funky dei loro dischi più amati e meno estremi (AcmeNow I Got WorryOrange).

Tredici canzoni con cui Mr. Spencer sembra volersi riappropriare della corona di principe ranocchio del rock ‘n roll che Jack White gli ha sottratto da qualche annetto. E, senza volermi vestire da pubblico ministero ne’ da difensore di nessuno, Freedom Tower le da sul muso a Lazaretto inanellando una serie di numeri funk ‘n roll davvero esplosivi (Wax Dummy, il Biff! Bang! Pow! di Dial Up Doll, l’orgia stradaiola e Richardsiana di Crossroad Hop, il cuore di ferrovia metropolitana che stantuffa sui binari di Betty Vs. The NYPD, quella sorta di Loose umiliata dalle frustate delle veneri in pelliccia di White Jesus, il trascinante soul di Down and Out, la strisciante Cooking For Television e i groove assassini di Tales of Old New York: The Rock Box Born Bad le migliori di tutte) che riciclano all’infinito la formula del terzetto newyorkese, che è comunque ormai talmente consolidata e riconoscibile da potersi autocelebrare fino alla parodia ruffiana e vanitosa di cui Spencer è maestro.   

E così ecco lì tutti i “c’ mon” e i “get down” che vi aspettereste da uno che ha deciso di suonare Elvis mugugnando come Robert Earl Bell.

E i cani, e le galline, e tutte le altre bestiole della fattoria del rock ‘n roll.  

Che puoi sempre sperare in un mondo migliore. Ma poi ti rompi i coglioni e torni a piazzare la tenda nel peggiore.

Che è l’unico che conosci. E quello che ti fa sentire a casa tua: questo.

Quasi come uno spettro delle twin towers, ecco Jon Spencer costruire una gemella alla Freedom Tower della Blues Explosion, stavolta radunando il vecchio plotone dei Boss Hog. Un disco che, come quello, mostra una band, una città, un paese intero in mutazione. Brood X ci offre una band ormai distante anni luce da quella degli esordi, conscia delle proprie capacità, compiaciuta e compiacente. Che dopo aver gattonato nella polvere del noise più fatiscente ha imparato subito ad ancheggiare. E questo era già accaduto moltissimi anni fa, ai tempi di Whiteout. Il disco in cui la Martinez si appropriava completamente dei Boss Hog, tanto da oscurare il ruolo di Jon Spencer che anche in questo caso c’è ma non si sente (Formula X) ma anche quando c’è (Signal, diciamo. Anzi no, diciamo Rodeo Chica) non fa per nulla paura. Non ne fanno del resto neppure i restaurati Boss Hog. Suonano un po’ come dei cani randagi che hanno trovato casa, di quelli che mangiano solo croccantini e cagano piccole strisce di merda profumata. E che abbiano senza mordere, come vuole il detto.   

                                              

A 53 anni suonati Jon Spencer si ricaccia in un bel guaio rock ‘n’ roll. Stavolta simbolicamente da solo. Senza dimenticare che hits in inglese significa successi ma che, analogamente, ha valore verbale di “colpire”. E che, se può certamente verificarsi la prima ipotesi ovvero che queste canzoni diventino dei successi per il pubblico assetato di acque torbide, è certezza assoluta che Mr. Spencer su Spencer Sings the Hits colpisce con maestria. Coadiuvato da una nuova sezione ritmica (Sam Coomes dei Quasi e Mike Gard), il musicista americano si butta col mestiere, l’astuzia e l’energia di cui non ha mai peccato nell’ennesimo, riuscito lifting erotico del blues, lusingandoci con la sua lingua pelvica, come se le nostre orecchie fossero degli apparati sessuali da portare al piacere estremo, delle fiche di cartilagine da lubrificare. Il gorgoglio sensuale di Spencer (che ha in Love Handle il suo capolavoro di libido) rinnova i gorgheggi di Gene Vincent, Lux Interior e di gran parte dei feticisti radunati sotto la bandiera maculata del rock ‘n’ roll (compresi quelli del campionario già esplorato con i suoi stessi Heavy Trash, NdLYS). Una sorta di amplesso orale superamplificato in cui Jon Spencer appare così concentrato da dimenticarsi spesso di costruirci attorno  un’adeguata sovrastruttura libidinosa ed esplosiva, finendo per suonare un po’ come i “kapow” dentro i telefilm di Batman. Un’impressione che la batteria di Wilderness e Time 2 Be Bad, suonata come fossero i bastoni di un nunchaku, tende ad accentuare oltremodo.

Alla fatta dei conti pezzi come Beetle Boots, I Got the Hits o Wilderness non inventano nulla che non abbiamo già sentito dentro qualche disco di Iggy Pop. Nonostante questo continuano ad attrarci, come contenessero nel loro nucleo il magnete eterno del rock ‘n’ roll. O quell’altro magnete che è biologicamente assimilabile al rock ‘n’ roll e che ne identifica la sua versione carnale.    

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

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THE SHOWBIZ – Do the Rock ‘n’ Roll (Tongue) / AA. VV. – Invasione Monobanda #1/#2 (Dead Music) / THE SUPERSLOTS TERRIBLE SMASHERS – 4 Dummies (Area Pirata/Tongue) / BABYSCREAMERS – Un pour le garçon, un pour la fille (Araghost)/ THE MADCAPS – The Madcaps Live & Studio 1984-87 (Araghost) / WASTED PIDO – Home Sick Blues (Babuino/Dead Music)

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Mentre ero in vacanza il lavoro si è accumulato sulla mia scrivania. E si è accumulato in forma di disco, più o meno nella stessa quantità in cui il cestino del mio notebook ha ammonticchiato una bella sequenza di link per scaricare roba che forse non avrò mai l’occasione di ascoltare.

Do the Rock ‘n’ Roll è un EP di quattro pezzi firmato Showbiz, band che raccoglie cocci di formazioni come Bidons e Wild Weekend. La copertina fotografa perfettamente lo spirito di un classico vinile da mangiadischi, per ravvivare una festa un po’ moscia un po’ come facevano i Dr. Feelgood quando giravano per i pub inglesi o le New York Dolls quando assalivano i locali dove gli americani sbadigliavano ascoltando la musica dei Carpenters. Riportando disordine dove regnava la convenzione del gusto borghese.   

Le Invasioni Monobanda sono invece, in analogo formato, dei piccoli “sampler” con cui la Dead Music dà possibilità ad alcune one-man band che probabilmente verranno ricacciati nelle fogne con la stessa facilità con cui ne sono usciti, di lasciare una traccia, una piccola caccola di merda rock ‘n’ roll. Blues laido, vomiti country, rockabillly trash, clisteri stoogesiani, liquami garage punk vi verranno riversati addosso come se foste lì a svuotare le pattumiere di una casa di degenza. Roba sporchissima ed immonda, trinciato forte di rock ‘n’ roll trucido e tutto l’alito cattivo che ne consegue. Ratti sovraeccitati invadono il paese.   

Al confronto il nuovo singolo dei Superslots Terrible Smashers, altra band nata come nel caso degli Showbiz dalle ceneri dei Bidons, sembra una produzione da multinazionale. Il suono della band salernitana è sempre più intrisa di vibrazioni australiane, secondo i canoni di band come Celibate Rifles o Eastern Dark: chitarra e basso tesi e granitici, una tastiera che affiora a volte come un rigurgito acido dall’oltretomba e una voce leggermente metallica per quattro pezzi che in studio mi sembrano un po’ in catene ma che dal vivo sono pronti a sferrare le unghiate che qui promettono da oltre la gabbia.  

I Babyscreamers mettono invece sul piatto da dessert un paio di pezzi dal loro album di esordio, che ha già qualche annetto sulle spalle. Il terzetto di Ancona spiattella un punk che è deriva del motorik urbano dei Suicide e di quello industriale dei Ministry. Di là la bambina strilla. Ma potrebbe benissimo essere la vicina.

Sempre la Araghost mette su vinile le uniche, pare, registrazioni dei Madcaps di Recanati che nella metà degli anni Ottanta aprivano per Miracle Workers. Tre rovinosi e psicotici pezzi catturati dal vivo e una pepita registrata in studio senza il basso dello Zio Pelle sono l’unica testimonianza di questa formazione che suona a rotta di collo, scivolando lungo una striscia di asfalto che si snoda tra guardrail di punk, psychobilly e garage come se non ci fosse domani. Che infatti non ci fu.

Wasted Pido è invece lo pseudonimo dietro cui si nasconde Enrico Stocco degli Hormonas e dei John Woo. Con l’aiuto sporadico di amici o di una drum machine Enrico porta avanti ormai da dieci anni buoni il suo progetto di musica roots riportando country e blues nei luoghi a loro cari, abolendo le viste sui grattacieli che ne hanno insipidito lo stile. Rock N Roll Nurse è una ballata annegata in un effluvio di chitarra steel, mentre Skinny Woman è il live degli Yardbirds con Sonny Boy Williamson, ridotto a tre minuti.

Rieccomi a casa, finalmente. 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

LAME – Alone and Alright (Alien Snatch)  

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20 Marzo 2018: mentre voi vi apprestate ad entrare nella vostra abituale SPA con ai piedi le vostre infradito Gucci da 400 Euro e il costume con il logo più grande di quanto il vostro pisello potrà mai aspirare ad essere, noi ci rotoliamo nel fango.

E subito dopo, quando invitate i vostri amici in veranda a parlare del nulla davanti ad un apericena che non è aperitivo e non è neppure cena, ma una via di mezzo, proprio come voi, noi ci acquattiamo nel nostro cesso a cagare qualcosa che a voi somiglia.

Da soli.

Da soli e va bene.

Splendidamente bene.

Perché voi appartenete a quelli cui piace tutto: il blues (ma quello di Eric Clapton), il rochenroll (ma quello di Ligabue), il minimalismo (ma quello di Ludovico Einaudi), il soul (ma quello di Mario Biondi), l’hip-hop (Jovanotti è hip-hop, giusto?), il gezz (qualsiasi cosa, basta che sia suonato da bianchi), i cantautori (Antonacci, che ai suoi concerti le signore già in menopausa pare concedano ben più che una strusciata), la La ung, La La Land. Tutto. Persino la birra analcolica e lo skunk light che puzza di merda di capra.

Noi invece non andiamo tanto per il sottile. E ci meritiamo tutte le robe imprecise di questo mondo. Gli assoli con le note tutte sbagliate, le batterie che fanno fracasso, le motociclette che fumano d’olio di ricino, le donne col costume rattoppato, le spiagge libere con i pakistani che ti vendono l’accendino già consumato a metà e gli chalet che entri con la sabbia ai piedi ed esci pieno di schegge di legno ficcate nell’alluce e nel tallone. Le metropolitane affollate e l’odore di salumeria stagnante quando inviti a casa un numero di amici superiore ad uno. Che uno vale uno per quelli che adesso hanno gli stessi abiti di quelli che han cacciato via, ma per noi vale uno anche quando siamo in dieci a caricare l’aria di merda rock ‘n roll.

Noi ci meritiamo il nuovo disco dei Lame. Che in inglese sta per zoppo. E noi ad averli praticati, abbiamo imparato a zoppicare. Voi, attenti a non scivolare quando uscite dalla Jacuzzi. Che noi, prima di uscire, abbiamo fatto pipì sul parquet.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

THE BLACK KEYS – Thickfreakness (Fat Possum)  

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Pomata blues della miglior specie, quella spalmata sulle undici canzoni del secondo album dei Black Keys.

Garantisce casa Fat Possum.

È il blues che regredisce al livello uno della sua scala evolutiva, il blues che ha trovato casa in città ed ha scoperto che in città c’è la corrente elettrica, prende un cavo e vi si aggrappa trascinandosi ai bordi del marciapiede e inscenando il suo turpe spettacolo di trivialità negra. Cantando di un amore fatto di corteggiamenti infiniti e infiniti rancori, corse alle calcagna di una preda e corse per seminare il predatore.

Thickfreakness è unto e pastellato in questa essenzialità vitale, macroscopica e radicale che sa di legno, ruggine e foglie di tabacco. I Black Keys si approssimano a diventare una band perfetta.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

SUBSONICS – Flesh Colored Paint (Slovenly)  

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Mentre il mondo del rock continua a scommettere su reunion di vecchi bifolchi pur di sopravvivere a se stesso, fuori dal ring i Subsonics di Atlanta sono arrivati al loro ottavo album, ennesimo tripudio di rock ‘n roll felpato come le babucce di Marc Bolan. Prodotto da Rocio e Matt Verta-Ray, Flesh Colored Paint è un piccolo gioiellino che riporta alla mente il punk-rock “d’autore” dei Modern Lovers. Ascendenze al rock metropolitano che non si fermano lì, ma che ovviamente arrivano fino a Lou Reed (Permanent Gnew suona come i White Stripes alle prese con i Velvet Underground), all’Iggy Pop urbano di Kill City e, grazie alla voce androgina e alle vocali allungate di Clay Reed, al Tirannosauro inglese, nei limiti e nelle dosi che possono essere utili o funzionali a non snaturare la natura garage ‘n roll del terzetto americano, risolta in quattordici canzoni brevissime (solo cinque superano i due minuti, e in almeno tre casi neppure di molto) e assimilabili come un bicchiere di maltodestrine.

Canzoni che conquistano senza dover per forza azzannare la carne. Senza far chiasso inutile. Aspettando solo che siate voi stessi a tirar via i jeans.    

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

PLUTONIUM BABY – Blast! – Sci_fi Music for Contemporary Freaks (Area Pirata)  

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La sindaca Raggi non vuole tappare le buche della capitale. E fa bene. Perché è da queste buche nell’asfalto che si accede al rifugio sotterraneo dei Plutonium Baby. Se ci poggi le orecchie, in quelle voragini che hanno dato un nuovo senso alla parola Fori Imperiali, puoi sentire il riflusso gastrico di quella creatura. Se ci guardi dentro, puoi vedere il riflesso fluorescente della loro scorta di materiale atomico.

Ogni tanto emergono da quelle buche per lasciare un disco sull’asfalto e ritornano giù, a sentire i sibili dei vagoni della metro. E ci cantano sopra, come facevano gli Human Switchboard quando l’Ohio aveva la miglior scuola di gladiatori dopo quella della città dei Cesari. Ne viene fuori quel synth-punk androide e magro-magro che è ad un passo dall’anoressia garage, come se i Seeds venissero inghiottiti dal fascio del disgregatore molecolare di un qualche disco volante, salissero al cielo con tutta la loro paccottiglia vintage e venissero sputati su qualche pianeta lontano e costretti a condurre una prima serata per gli alieni vestiti come i B-52’s per insegnare ai marziani a ballare il surf.

Sindaca Raggi, le lasci aperte ancora un bel po’ quelle buche. Hai visto mai che magari ci si diverte più là sotto che quassù, in questo triste mondo di binari di tram e di distratti adoratori del Creato che attraversano la strada guardando il display di uno smartphone, come se dentro c’avessero visto il culo di Tura Satana. E invece stanno guardando la foto di un altro idiota che non ha nulla da dire e vorrebbe farsi ascoltare.      

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

WIDE HIPS 69 – The Gang Bang Theory (Area Pirata)  

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Non so se Lorena, Cristina e Daniela sanno squirtare, ma a me piace immaginare di si. E lo so, lo so bene, che questa intro è immoralmente sessista. Ma davvero non riesco a immaginare il rock ‘n roll privo di allusioni sessuali, a pensarlo mondo come un culetto di bimbo. Poi, mentre passa un disco come quello dei Wide Hips 69, a cosa vorresti pensare? Al pio bove? A son tre giorni che non piove? Il loro rock ‘n roll è infarcito di perversioni sessuali quanto i camerini dove le star che poi vanno a sfilare sul red carpet si cimentano nell’arte del “fammi sanguinare. E non dal cuore”.

Le tre ragazze di Teramo, cui si è aggiunto adesso Gabriele (paradossalmente: il loro punto G), sanno far chiasso come pochi e lo dimostrano ancora una volta con questa loro nuova Teoria della Gang Bang, che da quella del Big Bang si discosta solo apparentemente, perché tanto entrambe finiscono per generare l’assioma dei buchi neri. Per giungere alle loro conclusioni, passano in rassegna quanto ne sanno, e ne sanno, sul rock ‘n roll più impudico e più impreciso che ci sia, con chiarissime ascendenze garage (deliziosa la citazione di Cry dei Malibus nascosta sotto You’re Not Mine) e devianze assortite, come il soul-punk alla Detroit Cobras di Want You, il Motor-City sound alla Destroy All Monster di Eat My Shit.

È una teoria che a me piace. E la sostengo, non potendo sostenere altro di chi l’ha teorizzata.       

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

THE DEVILS – Iron Butt (Voodoo Rhythm)  

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I Devils non andranno in paradiso.

Quindi, se nel frattempo voi sarete già ascesi al cielo e noi ci accorgeremo della vostra assenza non vedendo più le foto dei vostri animali domestici e del vostro piatto di pasta alla norma sul vostro profilo facebook, sappiate che lassù non li incontrerete. Fate dunque in modo di incrociarli qui, adesso.

Portatevi dietro il vostro aspersorio, se vi pare il caso, ma andate a vedere e sentire di che catastrofe sono capaci.

Magari siete fortunati e aprono il set con White Collar Wolf e potrete mentire dicendo che siete stati a vedere i Cramps. E, per la legge n.8 del vostro codice cristiano, finirete per giocarvi il paradiso pure voi.

Quando sarà, perché sarà, inevitabilmente sarà, li troverete ad aspettarvi all’ingresso, su una collina artificiale di rottami e carcasse di lavasciuga, facendo baldoria come si fa quando arriva l’igna(v)o festeggiato di turno. E che baldoria. Rock ‘n roll indiavolati, con le chitarre che stridono come gessetti sull’ardesia e la batteria che martella come un treno che attraversa il bayou.

Però, ecco, se magari all’ora dell’aperitivo rinforzato ne vorrete avere un assaggio, sapete dove andare a cercare. Attenti all’osso di ciliegia. Pare che sia letale, quando cade di traverso.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

CHOKE CHAINS – Android Sex Worker (Hound Gawd!)  

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Non sono più di primo pelo, i Choke Chains. Ma restano lupi.

I loro trascorsi fra le fila di Bantam Rooster, Chinese Millionaires, Dirtbombs, New Rob Robbies, Blank Schatz e No Bails non li hanno che incattiviti e adesso tornano a suonarcele di santa ragione, dopo i tantissimi litri di sangue versati sui video per i quali sono relativamente diventati “celebri” lo scorso anno.  

Il nuovo disco è appena appena meno estremo, anche se le scudisciate e le urla da ratto scuoiato non mancano. Ma Android Sex Worker non è il solito cazzo di disco garage dozzinale di cui le fogne, non sono quelle del Michigan, sono ormai infestate. Tutt’altro: ha un suono che spacca i sassi.

Perché i Choke Chains sono la mazza da cava di granito nelle mani di Billy Childish. O il trapano a compressione in quelle di Rick Froberg, viste certe cavalcate alla Hot Snakes che vengono fuori lungo il disco.

Canzoni che hanno lo stesso sapore di ferro arrugginito di uno sputo di sangue. Come quello analogo di certi bitumi stagnanti dentro gli scantinati dei Jesus Lizard, dei Chrome Cranks o dei Dark Carnival. Una conferma superiore alle aspettative.

Cave canem.

 

                                                                       Franco “Lys” Dimauro