SPIDERGAWD – II (Crispin Glover)  

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Il secondo lavoro dei norvegesi, preparato e sfornato a pochissima distanza dal debutto, assottiglia i margini tra la promessa di passare una mano di lucido al vecchio e glorioso hard-rock e la tentazione di ergersi a nuovo modello nordico del rock da stadio deludendo in parte le aspettative accese con il loro primo album.

È una tentazione cui il quartetto di Trondheim cede volentieri e spesso lungo queste nove tracce di power-rock che potrebbero facilmente conquistare i fan di Queens of the Stone Age (Tourniquet) e Foo Fighters (Our Time, Made from Sin) così come i nostalgici dello stoner come lo forgiarono Kyuss e Monster Magnet (Crossroads, con tanto di assolo di chiara ascendenza Seventies e chitarra “abbassata” come nella migliore tradizione Sabbathiana). Unica parentesi a tirarsi fuori da questi clichè è la centrale Caerulean Caribou dove l’ascia di guerra viene sotterrata e il sassofonista Rolf Martin Snustad può accendere il suo calumet della pace sottoforma di sassofono, finendo per vestire di un vago sapore Morphine (come del resto succede pure sulla successiva Get Physical) quella che alla fine è diventata una pièce strumentale ridotta però a pochi minuti, trasfomando sprovvedutamente quello che avrebbe potuto essere (come era stato per Empty Rooms sul disco precedente) l’evento-sorpresa del disco in una semplice ed effimera pausa pubblicitaria.

Sono certo che gli Spidergawd hanno le carte in regola per alzare il tiro. Speriamo non si limitino a puntare i loro fucili in un banale poligono e tornino a seminare il terrore per le strade.

  

                                                                           Franco “Lys” Dimauro

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ALESSANDRONI – (Industrial by Alessandroni) (Dead-Cert Home Entertainment)  

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Che a rendere omaggio e meriti alla storia di Alessandro Alessandroni debbano pensarci gli stranieri la dice lunga su quanto siano miopi discografici e pubblico del nostro paese a forma di camperos. Colui che in patria è conosciuto per essere nient’altro che il “fischio” dei western di Sergio Leone (e ti pare poco) è stato in realtà uno dei più pregiati avanguardisti sonori della nostra storia. Il suo lavoro di ricerca sulle “musiche possibili” in campo elettronico sono ancora oggi un patrimonio di cui dovremmo andare orgogliosi. Un grandissimo artigiano della sonorizzazione e dell’effettistica il cui enorme patrimonio in larga parte affidato ai cataloghi di library-music (gli “archivi” musicali di cui le case di produzione cinematografica e televisiva si dotarono per musicare i loro documentari) è ancora in fase di inventariazione. (Industrial by Alessandroni) racimola ad esempio quindici fulgidi esempi di musiche ispirate al mondo delle fabbriche, ai rumori delle macchine, ai ronzii dei trasformatori, ai ritmi parossistici delle catene di montaggio e alla nevrosi della civiltà del dopo-boom che ancora oggi ci rende schiavi, anche davanti al muto ma chiassoso schermo di uno smartphone.

Polaroid sonore del nostro tempo. Arte viva.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

FRANCESCO SCROFANI CANCELLIERI – Musica Ridens (Zecchini Editore)  

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Il viaggio stavolta è all’interno della musica classica. Ed è uno sguardo inedito che svela l’irriverenza annidata spesso sotto le apparenze austere ed eleganti delle composizioni dei più grandi, intoccabili, maestri della musica colta dal sedicesimo secolo fino a ieri l’altro. Musica Ridens, come lascia intuire il grazioso titolo, sviscera con dovizia di riferimenti e di aneddoti il gusto per lo sberleffo, le citazioni spesso irriguardose e insolenti, le provocazioni di cui, strano a dirsi, abbonda la musica di estrazione classica.

Una ricerca che può apparire scoraggiante per un novizio e che invece l’autore risolve con grande padronanza, dimostrando come per trovare qualcosa occorre conoscere dove cercarla. E, per trasmetterne i risultati in maniera coinvolgente, bisogna avere una dialettica accesa e coinvolgente.

Sono le doti di cui Scrofani Cancellieri si dimostra ottimo timoniere in un testo che, sviscerando opportuni contesti storici, illuminanti precisazioni sulle diverse forme musicali (la parodia, la burlesca, il capriccio, la farsa e così via umoreggiando) e squisiti cenni biografici dei vari Bach, Satie, Schubert, Ravel, Mozart, Prokof’ev, Rossini, Cage a vario titoli citati lungo il libro, ne tratta in maniera altrettanto ironica e con un linguaggio cordiale  eppure raffinato (con un efficace e sapiente uso degli avverbi, altrove così miseramente bistrattati, NdLYS).

Musica Ridens umanizza quella che per molti è considerata arte composta da semidei. Ne mostra i vizi, oltre che le virtù di cui spesso abbiamo timore e che ce la rendono così estranea. Ce ne rivela gli aspetti imbarazzanti e ce la rende simpatica, come quando una star di Hollywood scende dal podio e ci concede un sorriso buffo e spontaneo.    

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro  

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AA. VV. – Brown Acid – The First Trip (Riding Easy)  

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Lance Barresi, il deus-ex-machina della Permanent Records, è il mio negoziante di dischi ideale. Non un semplice commerciante di plastica ma un collezionista di rarità, un cane da tartufo in grado di setacciare miglia e miglia di scaffali e scandagliare chilometri quadrati di cantine pur di scovare delle perle dal valore inestimabile. E’ parte della sua collezione privata quanto messo assieme dalla Riding Easy Records per questo primo viaggio acido fra le strade ignote ai più dell’hard rock seminale registrato a cavallo degli anni creativamente più incendiari della storia del rock. Si tratta di formazioni di cui si sa poco o nulla o, nella migliore delle ipotesi (vedi il caso dei texani Josefus), di band che non sono mia uscite dallo stato di culto cui la storia li ha confinati. Siamo insomma in una sorta di girone hard delle Pebbles. Quello riservato alle band che, partendo dal blues e dal rock acido ne hanno sfigurato i tratti somatici sotto colate di distorsioni.

Tutto qui dentro è battuto da una pioggia elettrica devastante.

Lontane dalle esibizioni onanistiche di virtuosismo fine a se stesso e gli eccessi di metabolizzanti che avrebbero reso disgustevole tanto hard rock, formazioni come Zekes, Raw Meat, Bob Goodsite, Todd o Bacchus sembrano puntare dritto al cuore dell’hard rock, alla sua asciuttezza primordiale, al suo vago puzzo funk che usciva fuori dai dischi di Hendrix o all’odore di selvaggina che esalava da album topici come Vincebus Eruptum dei Blue Cheer o Flash dei Moving Sidewalks che tanti anni dopo sarebbe stata recuperata dai mostri sacri dello stoner-rock.

Brown Acid è il residuo acido di quello che poi sarebbe diventata una bibita anabolizzante che avrebbe dissetato la generazione del dopo-Vietnam.

Non averlo fra i propri dischi è un crimine.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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MYSTIC BRAVES – Days of Yesteryears (Lolipop)  

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Una delle cose più insolite di quest’estate 2015 è stata ascoltare la musica dei Mystic Braves durante la presentazione della collezione maschile Autunno/Inverno di Yves Saint Laurent.

Per chi ha seguito la sfilata, ovvio.

E per chi conosce già la musica della garage band californiana.

Il loro terzo album esce a ridosso di quella che ad oggi è l’esperienza con maggiore visibilità per i Mystic Braves ed è un disco che senza tradire la vera essenza della loro musica ne perfeziona il profilo, come un gemmologo alle prese con un diamante da tagliare. Days of Yesteryears, messo su con la complicità di Rob Campanella dei Brian Jonestown Massacre, trasporta dunque le pepite grezze della band dentro un opificio che ne esalta i colori e lascia sprigionare ogni opalescenza. Musicalmente è come estrarre le Pebbles e infilarle dentro le macchine che tirarono fuori gioielli quotatissimi come Forever Changes, Fifth Dimension, Pet Sounds e Sgt. Pepper’s. Garage sound porto con una grazia che può apparire sospetta.

A voi scegliere se allungare la mano e accettare caramelle dagli sconosciuti.  

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

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THE END – From Beginning to End… (Edsel)

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A volte, forse, la scelta di un nome determina un destino affine. Così, nonostante il supporto fattivo degli Stones (Bill Wyman, coautore anche di alcuni brani, Charlie Watts, Nicky Hopkins, il fonico Glyn Johns), gli End restarono una delle piccole nuvole fugaci nei cieli di marmellata inglese.

La Decca, alla cui corte approdano grazie proprio all’interesse di Wyman, è impermeabile alle pressioni che il bassista degli Stones per la pubblicazione del loro primo album salvo poi pubblicarlo, una volta reciso il contratto con Jagger & Co., proprio per sfruttare come avvoltoi il nome di Wyman che infatti viene sbattuto in bella vista accanto al nome della band, sulla copertina del loro unico album. Un ritardo che influirà in maniera decisiva e nefasta per le sorti del disco, arrivato nei negozi nel Dicembre del 1969, quando il sole che splendeva sui campi psichedelici britannici è già tramontato lasciando il passo alla nuova alba del progressive e dell’hard rock. La Decca e le riviste non hanno nessun interesse a spingere un disco che agonizza come un criceto che è scivolato in corsa dalla sua giostrina girevole. La confusione fra il nome della band e il titolo del lavoro, fanno il resto. Introspection è dunque la musica dei titoli di coda della stagione freakbeat inglese. Il fondo della tazza di quella che Sean Gregory definirà una Zuppa di Cioccolata per Diabetici. Due/terzi del gruppo sono già andati altrove, a farsi di insulina. Il resto della band prosegue con i nuovi acquisti Paul Francis e Jim Henderson spostandosi verso un suono più attuale e meno sognante senza tuttavia riuscire a pubblicare nulla se non un singoletto. In terra straniera e sotto falso nome, finendo pure per girare un cameo su una pellicola locale intitolata Un, dos, tres, al escondite inglés a fianco di altre piccole glorie beat locali come Los Pop Tops, Los Angeles, Los Beta, Los Buenos, Henry Y Los Seven.

Il bel cofanetto della Edsel arriva ora ad implementare le sette righe che Wikipedia riserva alla formazione londinese, distribuendo in quattro cd e un bel libretto curato da David Wells e dal cantante Colin Giffin tutto quanto c’è da sapere e da sentire sulla storia degli End, con l’eccezione di qualche brano di cui nessuno riesce a trovare le matrici (She’s the One o Another Time, Another Place ad esempio). Il primo raccoglie tutto il materiale prodotto prima della fioritura psichedelica. Sono brani che pagano il loro tributo ai Beatles e al soul della Stax pur schivando (con orgoglio ma anche poca lungimiranza, NdLYS) alcuni suggerimenti sulla scelta delle cover da parte di Bill Wyman, il bassista degli Stones che li ha presi a cuore durante il tour del ’64 in cui Giffin e Brown presenziano come supporter con la loro precedente band. Piccole perle di blue-eyed soul sono disseminate lungo i tre quarti d’ora del disco, come You Better Believe It, I Got Wise, Searching For My Baby, Why. Le mutazioni acide inaugurate dalla registrazione del singolo Shades of Orange/Loving, Sacred Loving e culminate con la stesura di Introspection sono invece quelle che riempiono la sacca gastrica del secondo cd.  Sono rigurgiti acidi che, come nella tradizione psichedelica inglese, inseguono il Bianconiglio fin dentro un mondo incantato che sembra destinato a custodire ogni sogno infantile. Le canzoni, (tante) dal profilo più deciso vengono separate dal resto della zuppa acida e pubblicate venti anni dopo dalla Tenth Planet Records su Retrospection che viene adesso addizionato con quattro bonus e impacchettato sul terzo cd.

Le registrazioni effettuate dal 4 Marzo 1969 al San Valentino dell’anno successivo sono invece quelle di The Last Word, il mancato secondo album come sempre prodotto da Wyman e ancora una volta sabotato dalla Decca, tanto da venir pubblicato solo nel 1999 sulla terza e conclusiva opera di disseppellimento operata dalla Tenth Planet. Il suono non perde la propria matrice visionaria ma viene amplificato e diluito secondo le regole del momento storico che la band stavolta è sicuro di cavalcare a regime. E invece, come avevano previsto con malaugurata congettura, arriva la fine. Sfiancato da problemi contrattuali infiniti Dave Brown decide di dar vita ai Tucky Buzzard sparando sul mercato ben cinque album nel giro di tre anni, prendendosi la sua vendetta.

                                                                       Franco “Lys” Dimauro

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UH BONES – Honey Coma (Randy)  

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Garage sound tossico e totalmente underground. Che è arrivato a me attraverso il passaparola, prima ancora di andare a scovarli in rete, che è cosa alquanto complicata, avendo essi stessi suggerito, sul loro profilo social, un sito ufficiale che in realtà non esiste ne’ forse è mai esistito, inghiottito dallo stesso tubo che sembra aver convogliato le musiche di Blues Magoos, Seeds e Castaways dentro questa camera dove tutto viene svuotato e riverberato come dentro le grotte dei mammuth svedesi di trent’anni fa.

È quel garage punk languido e spettinato che si nutre dell’immaginario della periferia americana fatto di fast food, centri commerciali, buskers e che non ha nulla a che spartire con il recupero estetico e culturale di un’epoca che ha ormai varcato la soglia dei cinquant’anni. Di tutta quella roba lì che nasceva dentro le sale da ballo dell’America invasa dai coleotteri inglesi gli Uh Bones prendono solo l’attitudine barbara di scagliarsi sugli strumenti con le due nozioni che hanno appreso sui dischi e che ora stampano su vinile in sole trecento copie, sicuri che gliene resteranno in cantina almeno la metà. E chissà come andrà.

Nel frattempo ascoltare Luke Trimble e Kenny Alden che giocano a scambiarsi microfoni e chitarre come ragazzini di un qualsiasi college americano espierà, se non le nostre colpe, la nostra noia.

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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THE TELESCOPES – Splashdown (Cherry Red)  

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Salvati da Alan McGee dal naufragio della What Goes On, i Telescopes approdano sulle coste della Creation nei primi mesi del 1990. Alan li accoglie dopo averli visti dal vivo a Birmingham ed aver dovuto, così vuole la leggenda, lasciare il locale a causa del volume assordante della band. Il boss della Creation si fa carico di versare le sterline necessarie per “liberare” le canzoni già pronte dai diritti che le vincolano alla vecchia etichetta e pubblica ad Aprile il Precious Little E.P. guidato dalla tempesta elettrica del pezzo omonimo e seguito da tre narcotiche ballate che suonano un po’ come se ci si fosse addormentati con la smerigliatrice accesa.

Le tre tracce che danno il titolo ai tre E.P. immediatamente successivi spostano però il tiro, su pressione dell’etichetta, più sul ritmo che sul timbro cercando in qualche modo un compromesso tra lo stile del gruppo e le nuove fusioni con la club-culture inaugurate con successo dai Primal Scream con Loaded. La musica della band viene “elaborata” secondo concetti nuovi e dinamizzata come gocce omeopatiche, producendo quella sorta di guitar-pop stroboscopico che viene esibito sulla lunghissima Celestial, su Flying o su High on Fire, le ultime due delle quali verranno poi ripescate per assemblare fra mille difficoltà e poca voglia, il secondo album cui la band non vuole neppure dare un titolo “taggandolo” con quello che venti anni dopo sarebbe diventato uno dei simboli più sfruttati di una tastiera per pc. Ma allora, l’hashtag era semplicemente un modo per indicare un numero indefinito. Indefinito proprio come il puzzle sonoro messo su per un disco fondamentalmente noioso e in cui il fischio del feedback di Taste si è completamente spento in un guitar-pop fatto di arpeggi oppiacei, batteria spazzolata e qualche sparuto e malinconico accento di pianoforte. Più piano che forte, a voler fare i pignoli. La band ha insomma perso la fisionomia ben definita degli esordi, sbandando fino a toccare abissi di esotismo banghra (come nelle bonus accluse a questa raccolta che documenta tutto il “rito sacrificale” del periodo Creation e che soffocano tra sitar e tablas il tepore valvolare dei Telescopes devastatori e devastanti dei primi dischi) che non convincono nessuno.

Men che meno loro, che abbandoneranno l’osservatorio stellare per un decennio buono. Tornando solo quando nessuno si ricorderà più le loro facce.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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ROLANDO BRUNO – Bailazo (Voodoo Rhythm)  

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E così anche i cavemen hanno il loro Manu Chao.

Come lui è basso e bruttino e come lui suona roba sudamericana.

Si chiama Rolando Bruno e per circa dieci anni è stato il chitarrista di una band garage di pigmei argentini chiamata Los Peyotes. Un curriculum che dunque, unito al fatto di incidere questo suo nuovo disco per un’etichetta dura e pura come la Voodoo Rhythm, gli varrà la simpatia del pubblico che frequenta i festival beat più che quello che frequenta le balere e si scatena nella rumba. E infatti pare che il signor Bruno sia uno dei nomi papabili per il prossimo incontro di capelloni di Salsomaggiore. E balleremo con la cumbia. E ci porteremo a casa uno di quei dischi che lasceremmo inorriditi dalla copertina a marcire nel negozio di bric-a-brac condotto dai pakistani nel nostro quartiere.

Non so se sarà il nuovo trend, ma spero di no.

Però se magari volete mettere su una festa alcolica e bestemmiare in lingua latina, Bailazo val bene un giro. Pochi altri di più.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

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NO DEAL – Soul Picker’s Deal/These Things Kill (Gravedigger’s) / THE SCRUBS – Please Go Out/Hey Girl (Area Pirata) / THE LINK QUARTET – Quattro Pezzi Facili (Area Pirata) / BRAT FARRAR – Being with You That Night (Hound Gawd!)

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Arriva la primavera e, per non farmi trovare fuori forma, decido di far fare un po’ di flessioni al fedele braccio del mio piatto Technics. Come personal trainers scelgo un po’ di roba che mi è arrivata via posta negli ultimi due mesi.

I primi del lotto sono i No Deal, “nuova” formazione di Cagliari che in realtà nasconde due/quarti dei Rippers, il chitarrista dei Freaks e il boss della storica Gravedigger’s che qui impugna il basso con lo stesso approccio turgido e roccioso di Keith Evans e Cord Neal, perfettamente funzionale al caotico garage punk della band, dove tutto è ridotto al frastuono essenziale. Due canzoni belle maleducate suonate a metà manico, pisciando in egual misura sul giro di Do e sugli assoli di Satriani recuperando piuttosto il minimalismo catramoso dei Velvet e dei Punks di Detroit. 

Più scanzonato sembra l’approccio dei lodigiani Scrubs, che immagino a fare le boccacce come il giovane Koizumi. E che probabilmente farebbero le pernacchie a leggere le mie intuizioni. Due canzoni anche nel loro caso, con pioggia fuzz e grandine di maracas come ai tempi dei Primates.

Le atmosfere cambiano del tutto invece con il nuovo E.P. del Link Quartet che se hanno cinque facce in copertina significa che qualche novità c’è. E infatti le quattro cover servite in salsa italiana vedono l’ingresso in formazione di Silvia Molinari di cui onestamente non conosco i trascorsi artistici e che qui si dedica a cantare nella lingua di Dante dei piccoli classici di Blood, Sweat & Tears, Shockin’ Blue e Serge Gainsbourg. Ovvio, conoscendo di cosa è capace il quartetto, che ci si aspetti di azzardare un comodo parallelo con la Driscoll e i Trinity e tirarci fuori anche una simpatica “manovra” aritmetica. Recensione finita, e avanti il prossimo esercizio di fitness. Purtroppo così non è e malgrado il suono da giganti raggiunto dal Link, ormai in grado di padroneggiare retro-pop, funky, hammond-beat e prog con il medesimo altissimo livello di maestria, il lavoro mi pare meno caldo rispetto agli standard altissimi cui il “quartetto” ci ha abituato.

Per elettrizzarmi un po’ metto sul piatto di portata il nuovo singolo di Sam Agostino, alias Brat Farrar. Uno un po’ matto che si diverte a tagliuzzare i riff dei Wipers con una motosega a batterie. Un elettropunk che dà il meglio di sé su Feel This Way, con un bel ritornello anni Ottanta che farebbe gola a tante osannate new wave band in giro per il pianeta e che invece mi sa che ascolteremo in pochi.  

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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