VIBRAVOID – The Decomposition of Noise (Stoned Karma)  

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C’è sempre un altro mondo possibile. E uno di questi è quello dei Vibravoid. Una galassia che ha ormai trent’anni di esistenza anche se l’avvistamento dai telescopi terrestri delle sue forme di vita risale solo all’alba degli anni Zero con quel Love Is Freedom che lanciava i primi segnali di comunicazione col nostro pianeta.

The Decomposition of Noise è il disco (volante, al pari degli altri) chiamato a celebrare questo importante anniversario dell’equipaggio tedesco guidato dal capitano Christian Koch facendo sfoggio di tutta l’effettistica psichedelica d’ordinanza. Oscillatori, riverberi, nastri magnetici amplificano l’assalto delle chitarre dei Vibravoid capaci stavolta di aggredire l’ascoltatore da subito con due tracce di coloratissimo e ammiccante pop psichedelico come The Decomposition of Noise e World of Pain che, se la Madchester degli anni Novanta avesse vinto la storia e non solo un paio di campionati, adesso potrebbero dominare le radio di tutto l’occidente. Il suono si fa più barrettiano con It Happened Tomorrow, vicina a certi cristalli cremisi degli inglesi Breathless di Dominic Appleton per poi perdersi un po’ su Eardrum, indecisa prova che oscilla tra kraut-rock, l’acid-rock degli Elevators e un basso legnoso e liverpooliano sfumando un po’ irrisolta e incompiuta. Sorte che la accomuna alla successiva Plastic Covered Tangerines, esperimento un po’ cannibale di rumorismo che finisce appunto per divorare sé stesso. Il disco si chiude con la lunghissima divagazione spaziale di The Essence of Noise, una fluttuante suite stereofonica di venti minuti sospesa su un punto indefinito del cielo che ci lascia col naso all’insù, in attesa di vedere nuovamente arrivare gli alieni planare sul nostro pianeta con la loro navicella optical, portando in dono il Verbo e le chiavi per aprire le porte della percezione, visto che quelle del cielo ci sono state negate.       

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

AA. VV. – Go Down Records 2003-2020 (Go Down)  

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Il come eravamo vs. il come siamo dell’etichetta romagnola, con un passato glorioso che tra mille fatiche non ha mai tradito la sua fede nel rock ‘n’ roll e con un roster di assoluta eccellenza che si muove tra stoner, psichedelia, hard rock, garage, rawk ‘n roll.

Questo sampler ne ripercorre sommariamente la storia senza in realtà aggiungere nulla a quanto già si sapeva. Anche se, e questo è forse l’obiettivo, c’è sempre qualcuno che non sa o finge di non sapere. Nel rock come altrove.

Ma al di là di questo vedere sfilare uno dopo l’altro Morlocks, Vibravoid, Glincolti, Fatso Jetson, OJM, Diplomatics, Mad Dogs, Small Jackets, Ananda Mida, Link Protrudi o i Diggers di Dome La Muerte, Yawning Man, Karma to Burn è roba che ti fa allungare i capelli meglio di un siero per la crescita.

Insomma, la Go Down sembra dirci: con un catalogo così, non c’è altro da aggiungere.

Voi vi sentireste di smentirli?

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

STEVE SPERGUENZIE & THE INCREDIBLE LYSERGIC ANTS –The Bright Rump of the “Toad”/My Nightmare (autoproduzione) / The Werewolf/Shake (autoproduzione) / This House Is Not a Mothel/The Ants Are Gone (autoproduzione) / She Stails My Flowers/Magdlene (autoproduzione)

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Un coloratissimo enigma. La vicenda di Steve Sperguenzie e delle Incredibili Formiche Lisergiche è uno dei rompicapi più paradossali della storia del rock ‘n’ roll italiano. Una storia underground, sicuramente. Che però per un attimo ha rischiato di trascinare verso l’attenzione del grande pubblico un’intera scena. Peccato che nel momento in cui la band arriva sul palco televisivo di Help di Red Ronnie con un’esibizione magistrale in cui Steve Sperguenzie sembra reincarnare in un unico corpo il mito di Mick Jagger e di Brian Jones e gli Incredible Lysergic Ants quello di band come Blues Magoos, Love o Chocholate Watchband, quella scena non esiste più. Peccato pure che fra i tantissimi incontri che il gruppo toscano abbia fatto nella sua carriera, non tutti mantennero quel che promisero. Non fino in fondo.

E così quel fuoco acceso da due mini-lp come The Bright Rump of the “Toad” e 5 Investigators venne soffocato con una pesante coperta di menefreghismo, trasformando la nave pirata dei Lysergic Ants in una zattera alla deriva.

Durante tutti questi anni, e sono tanti, la vicenda della band è implosa ed esplosa svariate volte in maniera del tutto disordinata e bizzarra. Su Facebook, tanto per dire, troverete ben tre pagine ufficiali. Su Discogs invece una discografia, per quanto esigua, smozzicata. Su Spotify, d’altro canto, tutta una serie di canzoni bellissime tutte datate 2012 ma invece nate da parti plurimi in anni diversi. Il loro sito ufficiale invece non è aggiornato da otto anni.

Il mio detective preferito ne avrebbe dedotto che quella zattera e colui che da sempre ne è l’ostinato timoniere siano vittime in egual modo di altissime onde d’amor proprio e di altre similmente alte ondate di disillusione, di sfiducia.

A cavallo fra il 2019 e il 2020 la scialuppa viene investita da un’altra grande onda di amore e autostima ed ecco che la band tira fuori dal cilindro magico quattro sette pollici in rigorosa autoproduzione (la label è in effetti quella stessa UMI con cui venne pubblicato il primo mini-LP) che sono una carezza masturbatoria di incredibile voluttà.

Sui primi due vengono incise, separatamente, le quattro tracce di quello storico mini album. Il terzo è invece un omaggio appassionato ad Arthur Lee con la ripresa di una delle sue canzoni più belle sulla facciata A e una bellissima cavalcata a lui dedicata sulla B-side. Perché mentre tutti si scelgono una musa bionda, Sperguenzie si sceglie un muso nero. Infilato dentro abiti bellissimi e stravaganti quanto i suoi.

Il quarto singolo è invece il mio preferito, ma solo perché a differenza degli altri contiene i pezzi che ho consumato meno del loro disordinato repertorio disperso in rete sulle più svariate piattaforme: She Stails My Flowers è una superba canzone optical piena di leccornie anni Sessanta mentre Magdlene segue la progressione armonica di Are You Gonna Be My Girl dei Jet ma trascinandola in territori più blues e stonesiani.

Otto canzoni, otto meraviglie piovute chissà da dove, chissà quando, chissà per chi.

La zattera di Steve Sperguenzie passa accanto alla vostra arca dove vi siete messi al riparo dalla pioggia. Disarcionandola.           

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

 

THE VIETNAM VETERANS – On the Right Track Now (Lolita)  

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Regnava una strana alchimia dentro i dischi dei Vietnam Veterans, una delle tante band francesi che cercò per caso di incrociare gli anni Sessanta mentre passeggiava allegramente per gli anni Ottanta. Virtuosismo pari a zero ma grandi aspirazioni. Un occhio di riguardo verso vecchi burloni come Donovan e Roky Erickson, l’altro proiettato verso un punto immaginario ed imprecisato dei Sixties. Un’armonica a bocca fuori tono e un organo spettrale, come se i Seeds si fossero ficcati in qualche orifizio del mondo e avessero scavato fino ad uscire in una nebbiosa valle basca. Approssimativa anche la registrazione, tanto che tutto l’album suona come una specie di demotape dei Baby Woodrose.

E poi ci sarebbe anche il fatto che di reduci francesi dalla guerra vietnamita non ce ne fosse manco uno, come del resto non c’erano neppure francesi in divisa durante il conflitto. 

On the Right Track Now era insomma un disco tutto sbagliato cui  mancava soltanto fosse quadrato per finire allo show dei record. Ma la copertina, quella, era quadrata. Ed era una riproduzione perfetta della cover dell’album di debutto degli Ohio Express. Così, tanto per fare ulteriore confusione.    

Eppure la musica dei Vietnam Veterans aveva un fascino tutto suo, ché dei Baby Woodrose e On Trial nei primissimi anni Ottanta non c’era manco l’odore.

La band era nata proprio agli albori degli anni Ottanta, messa su da un negoziante di dischi (Mark Enbatta) raccattando alcuni “reduci” da piccole band locali. Ne raccatta così tanti che alla fine sull’album suonano in otto, anche se non sembrerebbe. Perché le canzoni dei Vietnam Veterans, per quanto storte siano, sembrano una sorta di cantautorato garage inacidito e scoordinato, come fossero una versione domestica e scoordinata di quei Green on Red che hanno appena debuttato. Eppure, man mano che sfilano, ci accorgiamo che canzoni come Don’t Try to Walk on Me, Back from Hell, Out from the Night, Dreams of Today, You’re Gonna Fall, That’s Love ci sono già diventate familiari prima ancora che avessimo il tempo di rimettere il disco nella sua busta di carta. Da cui, lo ammetto, torno ancora oggi a sfilarlo con gran piacere, nonostante in pochi sappiano cosa mi appresto ad ascoltare.   

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

 

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THE STRANGE FLOWERS – Songs for Imaginary Movies (Area Pirata)  

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Malgrado i tempi, i fiori tornano a sbocciare. Solo in serra al momento, che l’edizione fisica di Songs for Imaginary Movies quantunque io la stia stringendo fra le mani, sarà distribuita solo successivamente.

Intanto, anziché ascoltarlo gratuitamente, potete scaricarlo con un modestissimo contributo dal sito di Area Pirata, contribuendo a finanziare chi in attesa del vaccino distribuisce uno dei farmaci più efficaci del momento, che è quel che sapete se state leggendo qui e ora.

Dunque dopo averci promesso un paio di anni fa che, a dispetto di trent’anni di carriera il meglio era ancora là da venire, il gruppo toscano mantiene il patto, porgendo un vassoio di leccornie che non immaginate neppure.

Una di queste è ad esempio A Little Pain, canzone dalla duplice anima che svolazza come l’uccello acido di Robyn Hitchcock per poi lievitare su una nuvola elettrica come quelle che circondavano la dimora di Zeus.  

Un’altra, subito in coda a questa, si intitola Cure Me ed è uno strabiliante torrente di acque piovute proprio da quella nuvola lì, che ti afferra per i piedi e ti trascina via. E che alla fine della sua corsa si lancia dal precipizio in una cascata maestosa come Children of the Drain.  

Poi magari in queste “stormy waters” ci gettate una lenza ed ecco che attaccata all’amo vi ritrovate una ballata barrettiana come B.B. Runs, uno stivale con le zeppe come Supermodel che qualche comparsa di Velvet Goldmine deve aver gettato tra le acque o una lunga biscia marina sfuggita dall’acquario di George Harrison come Heal.

O magari vi ci buttate voi, nuotando a dorso per sfidare la corrente, come in Anymore. O provate a tenere a galla usando la carcassa di un clavicembalo come zattera, facendo riposare i muscoli prima di reimmegervi ancora e ancora.  

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

THE LAISSEZ FAIRS – Marigold (Rum Bar)  

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Riecco il mondo in technicolor di John Fallon, ad un anno e mezzo da Empire of Mars, segnale di un rinnovato stato di grazia per l’ex leader degli Steppes dopo il silenzio di cui si era avvolto durante tutto il primo decennio del nuovo secolo.

I suoni di Marigold sono quelli da giardino incantato tanto cari a Fallon: Barrett, Skip Spence, Jack Holmes, Donovan, Fleur de Lys, Robyn Hitchcock, Dukes of Stratosphear e anche certo glam rock (penso a Bowie e ad alcune cose dei Bauhaus) tornano a fiorire nelle nuove sedici tracce dei Laissez Fairs, mutevoli per mood e ambientazione creando un ricettario ricco in cui il palato dell’ascoltatore poco avvezzo potrebbe essere messo a dura prova, rischiando di rimandare indietro qualche portata. Per gli altri invece, anche se non tutti i brani dell’album hanno uguale caratura, la pioggia mutevole di Marigold potrebbe essere una delle più ritempranti di questa estate.     

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

 

BABY WOODROSE – Dropout! (Bad Afro)  

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Un giorno forse mi deciderò a sistemare i dischi di cover in un unico scaffale, vicini ma separati dagli altri.

In attesa di quel giorno la Bad Afro mi dà modo di riascoltare Dropout! ristampandolo nuovamente, senza aggiungere nulla a quanto sapevamo già, ovvero che quello dei Baby Woodrose è uno dei tributi più belli alla musica degli anni Sessanta in bilico tra acid-rock, psichedelia e garage-rock. Lo ristampa così com’era, senza dover per forza aggiungere orpelli e minchiate che, se erano tali allora, molto probabilmente lo sarebbero ancora adesso.

Rieccoli dunque ancora lì, ad armeggiare in copertina con vecchi giradischi, album di Seeds e Captain Beefheart o riviste scollacciate e, sul disco, con i pezzi di Love, Elevators, Capt. Beefheart, Weeds, Sonics, Savages, West Coast Pop Art Experimental Band, Painted Faces e pure dei più sospetti e tuttavia meno sospettabili Stooges e Saints, anche loro ridotti al medesimo denominatore, ovvero al suono pulverulento dei Baby Woodrose, sorta di clessidra al cui interno scorrono le sabbie di Lollipop Shoppe, We the People, Plan 9, Seeds e Vietnam Veterans.

Trenta minuti e poi si capovolge.

Ancora e ancora.

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

NO STRANGE – No Strange (Toast) 

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Una sorta di Lennon in acido: erano i No Strange di The New World, brano onirico e deforme buttato dentro il calderone di Eighties Colours della Electric Eye Records che nella primavera del 1985 si era presa la briga di presentare al mondo la scena neo-psichedelica italiana, che di fatto non esisteva ma che Claudio Sorge di Rockerilla si immaginava esistesse. Lo immaginava talmente tanto e talmente bene che la mise su disco e quella, la scena dico, nacque davvero. Nacque pure, in quel preciso momento, la Toast Records di Giulio Tedeschi che decise di inaugurare il proprio catalogo proprio con un disco dei No Strange, folletti psichedelici che pare di notte si aggirassero sotto la Mole Antonelliana.

Copertina serigrafata, vinile trasparente: Tedeschi investe ben più di quanto qualcuno altro oserebbe fare con degli esordienti assoluti, soprattutto quando a tirare il mercato indipendente non è certo la musica freak di qualche musicista che cita nomi che sembrano quelli dell’equipaggio della corazzata Potëmkin.

Quando arriva sui piatti l’omonimo album dei No Strange sembra un po’ come se sia atterrata l’astronave dei Gong. Nulla a che vedere con la neo-psichedelia americana che odora di sterco e che con un gioco di specchi ci rimanda i fasci di luce di Neil Young, Velvet Underground, Doors, Television o che, nelle più temerarie derive garage ci voleva ingannare rubando canzoni e suoni ai dischi di Music Machine o Electric Prunes: la musica dei No Strange ha corpo di cartilagine.

Sembra un’ostia eucaristica inzuppata nell’LSD.

Si muove a metà tra spiritualità ed elevazione psichedelica. E si muove con estrema e saggia lentezza, senza alcuna fretta, senza impaccio, senza dover mascherare con i volumi la sua fragilità di mollusco cui piace nascondersi dentro una conchiglia.

E tu appoggiando l’orecchio ci puoi sentire la risacca delle acque del Gange. Provaci, dico sul serio.

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

OPAL – Happy Nightmare Baby (SST)  

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Gli Opal. Ovvero quando David Roback si ridesta dal sogno colorato dei Rain Parade e sprofonda in un incubo Escheriano.

Sul letto, accanto a lui, c’è distesa Kendra Smith, musa e madonna del movimento Paisley. È un incubo, ma è un incubo niente male.

Happy Nightmare Baby rende tributo all’acid rock californiano di due decenni precedenti e lo avvelena ulteriormente con le ossessioni inglesi di Roback (Pink Floyd in primis e non esclusivamente quelli di Barrett, ma anche i Tyrannosaurus Rex e i Soft Machine) e alcune scorie tossiche che sembrano state trasportate da qualche falda petrolifera sotterranea proveniente dall’oriente.

Ne viene fuori un disco bellissimo e trasversale di grande fascino che disseminerà il suo polline ben oltre il recinto ormai divelto del Paisley Underground. Ne ritroveremo tracce nei dischi di esordio di Uzeda e PJ Harvey ad esempio e, tumulato sotto tonnellate di rumore, in molti dischi shoegaze e anche in quelli di band come Smashing Pumpkins e Tool. Ma mai in questa forma, che suona come una visione dilatata, alterata, deforme, fluttuante del blues primigenio, così come lo sognarono i Doors e i Grateful Dead.

Il Paisley Underground muore agitando i tentacoli, in preda ad un ultimo spasmo, vittima di un ultimo, definitivo fiotto di veleno lisergico e letargico.     

                                                                       Franco “Lys” Dimauro

BLACK SNAKE MOAN – Phantasmagoria (La Tempesta/Teen Sound)  

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Il nome è rubato a un vecchissimo blues, ma chi dentro la musica di Black Snake Moan cercasse del blues l’archetipo o la carcassa, non ne troverà.

E pure dei Doors accostati più volte alla musica del musicista di Tarquinia in realtà se ne scorgono appena gli stipiti.

Phantasmagoria, che è un disco bellissimo, è invece un album di musica trascendentale, permeato di suoni orientali e radiali vicini alla sensibilità chiaroscurale di un artista come Brendan Perry. C’è, in tutte le tracce, quello stesso ipnotico spleen che riempiva un capolavoro come Eye of the Hunter.

Le impronte etniche, nonostante lascino solchi profondi, non conducono mai alle porte di una volgare Bollywood costruita per accogliere stuoli di turisti affascinati da un’India posticcia ma serve a pervadere l’ambiente sonoro di fumigazioni simili a quelle di un incenso votivo in un rituale spirituale, sacrale, esoterico, tenebroso e mistico insieme. La musica di Black Snake Moan di questo profuma, preparandoci alla grande notte di Shiva.

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro