EFFERVESCENT ELEPHANTS – Ganesh Sessions (Area Pirata)  

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Gli Effervescent Elephants di Vercelli furono la band che versò spezie esotiche nella grolla della scena neo-psichedelica italiana degli anni Ottanta. Un precipitato di polveri indiane e mediorientali che galleggia dentro una teiera in un intorpidito pomeriggio psichedelico inglese e che viene ottimamente simboleggiato dal Ganesh ritratto in copertina e a cui queste sessions eseguite a valle della collaborazione con Claudio Rocchi pubblicate all’epoca dalla Psych-Out e che sono in larga parte esercizi sul vecchio repertorio della band (Indian Side dal loro album di debutto, It’s Raining da Indian Corn Expasions, My Generation e Goodnight Vienna da 16 Pages, la storica Radio Muezzin e l’altrettanto epocale cover di Maize pubblicate ai tempi d’oro sul piccolo formato cui si aggiungono un lunghissimo raga in memoria di Rocchi, un remix elettronico di Apollo e le muse scritta proprio con il cantautore milanese e un altro paio di cover  come la bellissima rivisitazione della December del nostro orgoglio Strange Flowers e una stravolta Astronomy Domine dei sempre amati Pink Floyd che Ludovico Ellena aveva già interpretato sul suo personale omaggio a Barrett di dieci anni fa). Il risultato è come sempre qualcosa di profondamente onirico, che nonostante tragga ispirazione da certo beat fatato inglese (Barrett, si. Anche se io c’ho sempre più sentito Donovan dentro i loro dischi, ma io la musica la ascolto col quarto occhio, NdLYS) resta fondamentalmente svincolato dai rigidi e compassati schemi di tanta musica occidentale e dentro le cui spire chi mal digerisce i raga alla Ravi Shankar troverà difficile rifugio, ad ulteriore conferma che gli elefanti effervescenti con tutta la scena “neo-psichedelica” da cui quasi tutti sono scappati come i topi quando sta affondando la nave, c’entravano poco. Loro non erano lì per caso. Forse c’eravate finiti per caso voi.     

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

ALL THEM WITCHES – Sleeping Through the War (New West)  

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Che bel gruppo sono diventati gli All Them Witches!

Se il primo album me li aveva fatti incasellare mentalmente tra le retrovie dello space-rock un po’ impersonale e un po’ logorroico e il secondo faticava a venire fuori da quella scatola dove erano stati rinchiusi, la compiutezza formale e il passo greve di questo nuovo Sleeping Through the War giovano al suono del gruppo del Tennessee rendendolo al contempo più terreno e più vicino al gusto “popolare”, sicchè non mi stupirebbe se il disco diventasse, pur essendo stilisticamente difforme, uno dei preferiti da chi segue band “catramose” come Afghan Whigs, i Black Rebel Motorcycle Club e addirittura i Giant Sand dei primi album.

Come se le galassie si fossero ristrette, coagulate in una nuvola color petrolio sospesa su una spiaggia o che proietta una sagoma di corvo sulle rocce. Il tono di gran parte del disco è languido e oppiaceo, anche se il sonno è spesso tormentato da improvvise tempeste che flagellano il paesaggio.

Accessori necessari e situazione propedeutica per goderne appieno: cuffie stereofoniche e rifugio orizzontale da pennichella solitaria sul far del tramonto.     

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

DOME LA MUERTE E.X.P. – Lazy Sunny Day (Go Down/Cinedelic)  

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Dome La Muerte è uno che non ama scrollarsi gli stivali.

E così quando passa, e di strada ne ha macinata tanta, lascia sabbia e polvere dietro di se. Ce n’era già nei dischi dei suoi Not Moving e qualche impronta c’è sempre stata nei suoi dischi successivi, con e senza i Diggers.

Non stupisca dunque se questo nuovo disco sembra sgorgare fuori proprio dalla polvere e da quelle sabbie catturate dalle sue suole lungo le rive del Gange, tra le valli dei canyon americani o su qualche spiaggia selvaggia.

Il verbo sgorgare non l’ho scelto a caso. Perché Lazy Sunny Day trasmette esattamente questo senso di esplosione vivida, fertile e rigogliosa. Sembra erompere dalla terra con una forza vulcanica, senza dispensare morte.

Se le prime tracce rievocano tra vapori caldi di peyote il sibilo di quella serpe strisciante che si annidava sotto gli ossari dei Not Moving, via via che il disco prosegue il suono si apre a suggestioni psichedeliche e banghra dispensatrici di buone vibrazioni sfornando piccoli capolavori come Sick Things e All the Night per poi ricongiungersi con When the Night Is Over e Visions of Ashvin alle atmosfere d’apertura, salvo poi dare fuoco alle polveri custodite nella capanna di questi bandoleros con una rasoiata punkabilly di ottanta secondi.

Facendo ancora tanta polvere, come bisonti dentro un rodeo.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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THE BIRDMEN OF ALKATRAZ – Glidin’ Off (Electric Eye)  

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In Italia accadono grandi cose, nella metà degli anni Ottanta.

Una delle migliori viene messa a fermentare all’ombra della torre di Pisa e imbottigliata a Pavia. Si chiamava Glidin’ Off e la stappammo per il Natale del 1986.

Veniva dalle cantine dei Birdmen of Alkatraz, dai cui fatati vigneti avevamo già assaggiato la magica effervescenza di una cosa come Song for the Convict Charlie.

Su Glidin’ Off i Birdmen of Alkatraz riuscivano formidabilmente a replicare quell’incanto, quel maleficio capace di riportare indietro le lancette nel tempo e nello spazio distribuendone le spore su tre canzoni che dei fiori psichedelici di cui essi si erano cibati avidamente come api operose sembrava adesso ne avessero fatto del miele sublime.

Furono loro ad iniziare tanti, me incluso, alla comprensione di alcuni dei testi più pregiati ed enigmatici del rock acido di venti anni prima raffinando quel recupero dell’immenso archivio degli anni Sessanta iniziato dalle formazioni Paisley americane e poi dalle garage-band del vecchio e nuovo continente, concedendosi il lusso di allargare la forbice ad imbuto per lasciare confluire dentro il loro cilindro il blues primordiale di Robert Johnson, il suono della giungla di Mastro Bo Diddley, le muffe post-psichedeliche dei primi anni Settanta. E lo fecero con questo distillato che ancora oggi riesce a spandere vapori e regalare sensazioni olfattive, visive, percettive di stordente, aggrovigliata bellezza.

Grazie Birdmen. Per esservi cura di noi come Stroud dei suoi canarini.   

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

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THE FLAMING LIPS – Clouds Taste Metallic (Warner Bros.)  

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La folle nave dei Flaming Lips ormeggia al molo di un mare vischioso come mercurio fuso. È il 1995 e siamo ad un passo dal macchinoso esperimento di Zeireeka e a due dai vapori di The Soft Bulletin, il disco dove le nuvole si sarebbero liberate del loro gusto metallico per riprendersi lo spazio a loro riservato e i Flaming Lips raggiungono il massimo della forma col minimo sforzo, in un percorso per certi versi assimilabile seppur non sovrapponibile a quello dei geograficamente distanti Motorpsycho o a quello dei già più vicini Pavement.

Il diradarsi delle nebbie sonore dei primi dischi lascia insinuare un canto di sirena via via sempre più nitida, cui i Flaming Lips mostrano di volersi lasciare incantare, virando gradatamente la loro prua, proprio a ridosso di questa boa intitolata Clouds Taste Metallic, piccolo diamante grezzo incuneato nella lunghissima collana di onici  barocchi e zolle di merda che la band dell’Oklahoma appenderà al collo della musica americana. La piccola ciurma getta le ancore, quando è ancora al largo, trascinando fin dentro il porto la mucillagine di dieci anni di indie-rock acido e putrescente, aspettando i pesci-spazzino facciano il loro lavoro, per arrivare alle banchine del porto puliti come dei contrabbandieri che si sono già disfatti del loro carico e ora sono pronti al gran galà.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro   

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HIDDEN TRAILS – Instant Momentary Bliss (Elektrohasch)

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Il legame molecolare diretto è con gli Hypnos 69, di cui gli Hidden Trails raccolgono un paio di superstiti. Il punto di intersezione stilistico è invece, per usare un vocabolario accessibile a tutti, fra i Motorpsycho del periodo Let Them Eat Cake/Phanerothyme e i Radiohead che con i palloni aerostatici si salvano dal crollo della diga grunge per alzarsi in volo sulle particelle d’aria psichedelica. Rispetto alle scorribande cosmiche tipiche delle produzioni Elektrohasch siamo dunque davanti a qualcosa di più facilmente inquadrabile dentro un perimetro “pop”, con ampi spazi di folk stellare (Beautiful Void, Ricky, Leaving Like That) e cunicoli stoner dove la pressione aumenta come dentro la gola di un vulcano (Hands Unfold, Space Shuffle, Denser Diamond) per esplodere in un fantastico spettacolo pirotecnico, appena fuori dalla nostra capsula esosferica.

Grazie per questo magnifico viaggio, Hidden Trails.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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SATURNIA – The Real High (Elektrohasch) / SUN DIAL – Made in the Machine (Sulatron)  

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Due band (anche se dietro i Saturnia si nasconde in realtà il solo Luis Simões) con un lungo passato. Due band che all’armonia dei corpi celesti hanno dedicato non solo il loro nome ma il loro intero viaggio musicale. Due band, portoghese l’una, britannica l’altra, che arrivano a pubblicare in simultanea due dischi complementari. Quasi come se le loro orbite si fossero incrociate o sovrapposte.

Seppur non si tratti di due dischi “a ricalco” è legittimo supporre che chi si trovasse a vagare piacevolmente tra le polveri cosmiche degli uni, trarrà analogo piacere a respirare le altre, simili per composizione chimica ed effetto tossico.

Il DNA dei Saturnia e dei Sun Dial si compone di lunghi filamenti pinkfloydiani e di spirali raga. Sitar, dulcimer, sintetizzatori, corde arpeggiate, modulatori. E nel caso dei Sun Dial qualche flash grebo che rimanda ai tempi lontani degli Ozric Tentacles.

Se è questo il liquido amniotico in cui vi piace rannicchiarvi in posizione fetale o lanciarvi in posa da uomo vitruviano, sintonizzate qui le vostre antenne.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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BABY WOODROSE – Freedom (Bad Afro)  

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Settimo album per i danesi Baby Woodrose. E non uno brutto.

Ma neppure uno più bello degli altri. Semplicemente, tutti uguali.

Che sia un bene o un male, sta a voi deciderlo.

Freedom non fa eccezione rispetto agli altri lavori del barbuto Lorenzo: i Monster Magnet schiacciati sulla matrice degli Elevators (per scaramanzia non diremo il piano).

Fuzz e wah wah come piovesse, un certo “vento” cosmico creato all’echoplex ed un incessante turbinio circolare.

Il disco è incentrato sul nuovo concetto di schiavitù del secolo attuale.

Schiavitù dalla tecnologia ed isolamento sociale.

L’uomo domotico. Incapace di provare un’emozione vera come di prepararsi un caffè, totalmente soggiogato dalle macchine tanto da diventare macchina anch’egli.

L’uomo che non tocca più nient’altro che un display, diventata la nuova maschera dietro cui mettere in scena la propria commedia dell’arte, senza averne alcuna.

Di questo ci parla Lorenzo Woodrose, nella speranza si apra il terzo occhio prima che si chiudano definitivamente gli altri due.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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THE UNCLAIMED – (I Wish It Could Be) 1966 Again

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California, 1980: un sette pollici accreditato ad una nuova band di Los Angeles segna ufficialmente l’atto di nascita del neogarage degli anni Ottanta.

Il disco che tracciò le coordinate di attitudine, look e suono per tutto quello che venne dopo, fu questo 7” pubblicato da Dave Gibson per la sua Moxie Records, l’etichetta fondata in onore del suo cane e delle oscure band di beat/punk degli anni Sessanta di cui Dave è acerrimo collezionista. Una passione condivisa con pochissimi altri, all’epoca. Uno fra questi è Shelley Ganz, che abita a non troppi isolati da Carondelet Street, il quartier generale di Dave e che ha pensato di sporcarsi le mani con quella musica mettendo su una band devota a Music Machine, Electric Prunes, Chocolate Watch Band, Syndicate of Sound e Count Five. Si chiamano Unclaimed, come un’oscura band californiana di quindici anni prima, e girano per i locali della città con una bellissima selezione di cover surf e garage che in molti cominciano ad invidiare. Dave li vuole a tutti i costi sulla sua etichetta. E Shelley Ganz, Sid Griffin, Barry Shank, Thom Hand e Matt Roberts ci stanno. L’E.P. omonimo degli Unclaimed esce nel 1980, quando attorno c’è il nulla o poco più. Quattro canzoni che segnano il punto zero della febbre garage che dilagherà da lì a breve non solo in California ma su due interi continenti.

Quattro canzoni rudimentali, scarne, primitive, per lo più scopiazzate (The Sorrow non è altro che Train for Tomorrow degli Electric Prunes e Run From Home una furba versione di Never Alone dei Five Canadians, NdLYS), suonate e cantate con una approssimazione ma allo stesso tempo una eleganza che le rende fragili ed affascinanti e tuttavia necessarie per dare l’imprinting a qualcosa che sta covando fra i teenager americani sin dall’uscita delle Nuggets, che era stata soffocata dal punk e che ora stava riemergendo con le “pepite” pubblicate dalla AIP Records. E Ganz, in quel preciso istante, sembrava il Re Mida dai capelli corvini e le beatle-boots ai piedi destinato a trasformare in oro ogni suono che usciva da quei solchi.

Altri avrebbero fatto di più e meglio. Ma l’immagine degli Unclaimed neri come corvi rimane a svolazzare su tutti, a monito ed esempio perenne.

                                                                                 

Sheldon “Shelley” Ganz è il teoreta della scena neo-garage dei primi anni Ottanta.

Un monaco buddista che si chiude in casa a guardare vecchie pellicole, ascoltare i dischi dei Music Machine, rimettere a posto la sua collezione di vecchi ampli Vox e scrivere lettere datate 1966.

Ganz non è uno che gioca con gli anni Sessanta. Ganz è uno che vive dentro una macchina del tempo che però diventerà presto la sua gabbia.

Non ha motivo di credere in un ritorno della musica garage e beat, perché lui non ha mai messo fuori il naso dai dischi degli Standells o dei Count Five.

Per lui non esistono altre musiche possibili.

Perché dovrebbero tornare, se in realtà non sono mai andate via?

Gli Unclaimed, l’unica concessione che si regala quando esce fuori da quella cella arredata come il Cavern, non hanno vita facile.

Strana storia quella degli Unclaimed, sempre al posto giusto ma nel momento sbagliato. Sempre in anticipo o in ritardo sui tempi.

Quando esce il loro primo mini album si sono già sciolti e riformati con una line-up totalmente rinnovata tranne che per Shelley e il batterista Matthew Roberts che lo segue ancora per un po’. Ma non per molto.

Per l’album vero e proprio occorrerà attendere altri dieci anni. E a quel punto gli Unclaimed non saranno più gli Unclaimed ma Attila and The Huns.

E, a voler essere pignoli, quando esce Under the Bodhi Tree anch’essi si sono sciolti da cinque anni.

Shelley Ganz è, ovviamente, Attila.

Gli unni sono Lee Joseph, Dan Valente, Sylvia Juncosa e Scott Forer.

L’esplosione neo-garage li toccherà solo di striscio. Perché quando escono fuori la scena non esiste ancora. E quando tornano a pubblicare l’esplosione è già bella che evaporata. E loro pure.

Ma nonostante tutto, gli Unclaimed rappresentano l’incarnazione stessa di un’etica, di una filosofia, di una concezione della musica.

Le sei tracce di Primordial OOZE Flavored sono caramelle imbevute negli zuccheri dell’era Nuggets, orgogliose di cedersi alle lusinghe del nostro palato tra un tartufo nero dei Music Machine e una delizia alla fragola degli Standells, piccole arnie dove vanno a riposarsi le api orerose del beat perduto degli anni Sessanta, lasciando colare il loro miele dopo aver succhiato il nettare dai fiori della Sunset Strip e del Silver Strand di San Diego. Sei canzoni figlie della demenza dei Monks, del folk gotico di Sean Bonniwell e delle goffe canzoncine da film degli anni Sessanta (in questo caso a essere razziata è la Baby Elephant Walk scritta da Mancini per Hatari!, NdLYS). Roba che allora da molti fu diagnosticata come un’anomalia cromosomica da trisomia 21 e che invece avrebbe dato il via alla più grande guerra di restaurazione del dopo-punk.  Fate voi.

 

 

Nel 1987, nel bel mezzo del tour che dovrebbe permettere ai fan europei di toccare con mano il mito Unclaimed, Shelly Ganz gira i tacchi e se ne torna a Los Angeles, lasciando a Lee Joseph l’onere di giustificare la cosa ai promoter di mezza Europa e, laddove le date vengano confermate nonostante la pesante defezione, di tenere in piedi lo spettacolo della band. Il buon Joseph ci rimetterà un sacco di quattrini, ovviamente.

Oltre che la faccia.

Per cercare di salvare almeno i primi, l’anno successivo pubblica sulla sua etichetta un disco dal vivo che documenta sommariamente quello che in ogni caso è destinato a diventare un tour storico, essendo l’ultimo degli Unclaimed che, orfani di Ganz (finito a suonare estemporaneamente, assieme a tanti reduci ormai quasi fuori mercato della scena Paisley, alla corte del faraone Sky Saxon, NdLYS).

Assieme agli Unclaimed, in quel tour, ci sono i Fourgiven con i quali Shelly Ganz tornerà a far combutta quando, quasi trent’anni dopo, deciderà di rimettere in piedi la sigla Unclaimed per “vedere l’effetto che fa”. Su disco presentano cinque pezzi ognuno (che diventano sei nell’edizione limitata con 7” allegato). A scaldare il pubblico, come durante la tournèe, un Lee Joseph in solitario a cantare in acustico qualche pezzo degli Stooges, degli Elevators o di qualche pupillo della sua etichetta, che continuerà a vendere il disco negli anni a prezzi onestissimi.

Quei dieci dollari Rock and Hard Rolls li vale tutti.

Magari non molti di più, per quel sapore di occasione mancata che si porta dietro e per non lasciarci annusare nulla di quello che gli Unclaimed hanno in cantiere pescando giocoforza nel grosso cilindro di cover che la band tiene invece giù in cantina.

Però è qui, in questo Ottobre del 1987 in cui muoiono gli Unclaimed, mentre là fuori band come Chesterfield Kings, Miracle Workers, Fuzztones, Morlocks, Creeps, Sick Rose cambiano pelle, che il neogarage degli anni Ottanta affigge ai muri il manifesto  di avvenuto decesso.  

Dopo più di quattro anni da quel triste epilogo viene annunciata l’uscita del tanto sospirato secondo album degli Unclaimed, presentato a pubblico e stampa con documenti falsi. Un disco che, prima che venga messo a girare sul piatto, accende piccoli lampi di scetticismo da parte dei fans che lo stesso Ganz ha educato al purismo più severo.       

                                                                          

La prima cosa che puzzava di marcio era che avessero cambiato nome: gli Unclaimed diventavano gli Unni e Attila il loro tiranno.

La seconda era che il loro disco usciva con quindici pezzi su CD e tredici soltanto su vinile. Orfano quindi, e non di due pezzi minori ma di una cosa assolutamente pregevole come It‘s Raining Now e lo stravagante surf di The Gull. Del resto niente è prescindibile degli Unclaimed, è quindi è un doppio sfregio.

Ma come, caro Shelly (Ganz, Kidd o come diavolo vuoi farti chiamare), vivi chiuso nella tua gabbia dorata rinnovando il culto perpetuo degli anni Sessanta, aborrisci la tecnologia e decidi di delegittimare il vinile?

La terza cosa era la copertina decisamente orribile.

La quarta, il nome di Lee Joseph scritto a rovescio.

Niente di satanico ma comunque un presagio di sventura.

Però chi se ne frega. Quando esce Under the Bodhi Tree, dopo cinque lunghi anni di attesa, gli Unni sono già polverizzati, come i loro antenati nei pressi del fiume Nedao più di un secolo e mezzo prima.

Uccisi da loro stessi, stavolta.

Divorati dal loro stesso capitano.

Il Capitano Shelley e il suo vice Joseph torneranno, nuovamente sotto la vecchia bandiera, a calcare il palcoscenico venti anni più tardi, assieme ai nuovi ingaggi di Dave Drewry e Dave Provost (degli altrettanto leggendari e misconosciuti Droogs), rubati momentaneamente alla band di Russ Tolman.

Questo album resta quindi a testamento discografico della più enigmatica garage band degli anni Ottanta, in grado di mettere su un circo dove uno psicotico beat come Hard to Find riesce a convivere fianco a fianco con gli arabeschi sognanti di Well It‘s True, i serpenti a sonagli di The Creep con l’eccezionale cavalcata country di Bodhi Tree, il gentile scampanellio di Betty Crooper con il passo ciclopico di Valley of the Giants, la copia carbone di Teeny Bopper, Teeny Bopper  con la mortifera Haunted. Un disco totalmente avvolto nelle maglie degli anni Sessanta (il dark-folk dei Music Machine, la musica strumentale e cinematografica, la cruda energia dei Count Five, il suono ribelle degli Standells, il jangle-beat dei Syndicate of Sound, il punk psichedelico della Chocolate Watch Band) ma capace di sprigionare un aroma tutto suo, l’aroma della più stilosa retro-band di tutto l’underground garage.

 

 

                                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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THE CHESTERFIELD KINGS – The Mindbending Sounds of… (Sundazed)  

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Nel 2002 Little Steven apre il suo Underground Garage trasformandosi, inaspettatamente, nel nuovo guru del sixties-punk creando nuovo interesse attorno al fenomeno. Quali che siano state le dinamiche non saprei ma Little Steven si ritrova in qualche modo a “battezzare” il disco della rinascita dei Chesterfield Kings. E’ lui a firmare le visionarie note di copertina e a collaborare fattivamente in almeno un pezzo. E, successivamente, a ristampare il disco per la sua etichetta personale.

L’altro nome prestigioso a partecipare al disco è Jorma Kaukonen, che presta la sua chitarra per un paio di pezzi.

Ma Mindbending è soprattutto il disco con cui i Andy Babiuk e Greg Prevost si riappropriano in toto del loro stile, dopo aver disperso il seme su dischi blues e surf e dopo un modesto album di cover come Where the Action Is!. Non mancano le scopiazzature ma stavolta l’album, interamente firmato dalla band, è un ottimo e ricco vassoio di muffin drogate cucinate negli stessi forni delle pasticcerie di Electric Prunes, We the People, Chocolate Watch Band, Rolling Stones (periodo Between the Buttons), Master’s Apprentices e Seeds.

Tra queste le scariche fluorescenti di Endless Circles, Non-Entity con la sua armonica arrapata, Stems & Flowers scritta con Sky Saxon e arrangiata in perfetto Seeds-sound, Transparent Life (a perfetta metà strada tra gli Electric Prunes e gli Stones di Paint It Black), il beat di impronta Easybeats di I Don’t Understand e Memos from Purgatory figlia del Sebastian F. Sorrow nato trentacinque anni prima sono quelli che fanno la parte del leone in questo disco pieno di chincaglieria d’epoca e di suggestioni psichedeliche. Bentornati a casa.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

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