PLAN 9 – A Tonic of Puffer Fish (All About Zombies) (autoproduzione)

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Alla fine dei Plan 9 si sono dimenticati tutti. Wikipedia, Discogs, Allmusic, discografici, ascoltatori, critici, musicisti. Spotify non lo considero neppure. Insomma, proprio tutti.

Gli ultimi venti anni della storia del gruppo di Rhode Island sono anni vissuti ai margini, con una formazione che si è disgregata pezzo dopo pezzo, fino a ridursi ad un terzetto costituito dalla solita coppia Stumpo/DeMarco e dal bassista Albert Iannuccilli più qualche batterista occasionale.

A Tonic of Puffer Fish (All About Zombies) viene rilasciato pertanto esclusivamente in download con la speranza di racimolare qualche dollaro per permetterne una pubblicazione su supporto fisico. Dubito che ci riusciranno, anche se io ho fatto la mia parte. Così come non so come andrà la competizione lanciata dalla Run Out Groove per ristampare il loro classicissimo Keep Your Cool and Read the Rules, lanciata più o meno nello stesso periodo.

A Tonic of Puffer Fish raccoglie registrazioni risalenti al quinquennio 2003/2007, con line-up diverse così come altalenanti sono i risultati delle diciassette tracce, ovviamente non tutte all’altezza del mito.

E però.

E però ci sono dentro cose come Pentagon Chamagne Room, Nice Things for Colored, la All Weather Gear condotta dalla voce di Deb, Axe the Navigator, Missile, Another Wizard che valgono ancora più di un ascolto. E complessivamente valgono molto di più dei cinque dollari che i Plan 9 vi chiedono per scaricarvele sul vostro bell’hard disk pieno di foto di compleanni e filmetti illegali.

Fateci un pensierino. E, se ne avete tempo e voglia, aggiornate le pagine di tutti quei siti senza i quali tre/quarti di recensori non saprebbero che cazzo scrivere.      

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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THE LAISSEZ FAIRS – Empire of Mars (Rum Bar)  

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La musica dei Laissez Fairs potrebbe essere descritta come una “doccia psichedelica”. Il suono carico di colori della band di Las Vegas è infatti una autentica psichedelia a cascata che investe l’ascoltatore in verticale, scaraventandogli addosso una cataratta di gemme rifrangenti talmente intensa da stordirlo. La prima metà del loro nuovo disco abbonda di questa sua peculiarità, con uno sperpero di effettistica e una equalizzazione sui volumi che tende a mettere in primo piano l’intera strumentazione e ad esaltare le frequenze alte, creando un effetto di straniamento che potrebbe rovinare il PH a chi non è avvezzo a questi tipi di bagni acidi, che ricordano molto quelli dei pregiati centri benessere inglesi (Beatles, Who, Creation, Robyn Hitchcock, Dukes of Stratosphear).

Del resto è però anche vero che quando la pioggia si placa e la musica dei Laissez Fairs si denuda, molta della magia evapora, a dimostrazione di quanto il frastuono e l’intricata foresta psichedelica sia funzionale e necessaria al loro concetto di “viaggio” alienante, di quanto lo sgargiante vestito che è il loro marchio di fabbrica sia indispensabile a caratterizzare il corpo da cui viene coperto. Però se vi sentite rigenerati dopo una doccia di riverberi, delay e altri ammennicoli psichedelici Empire of Mars, così come i due dischi che lo hanno preceduto, saprà portarvi nella dimensione extra-corporea che bramate di raggiungere. Magari, con un piccolo aiuto dagli amici…            

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

THE STRANGE FLOWERS – Best Things Are Yet to Come (Area Pirata)  

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Mamma mia quanta roba bella hanno registrato gli Strange Flowers in trent’anni di carriera! Tanta che c’è voluto un doppio CD per raccoglierne qualche badilata. Tanta che anche due CD non sono bastati, ed è molto probabile che il vostro pezzo preferito non ci sia. Però Best Things Are Yet to Come ha una omogeneità paurosa, per essere una raccolta. A dimostrazione che il percorso artistico degli Strange Flowers ha una coerenza ineccepibile.

La musica del gruppo toscano esce, in pieno inverno, vestita di leggeri abiti inglesi. Sfidando il freddo, porta i bambini a vedere il mare. E racconta loro qualche fiaba, soffiandola con grazia dentro la dolce cartilagine delle loro orecchie.

Racconta loro vecchie storie di sottomarini gialli e di cigni bianchi, di pifferai magici, di uomini che possono fare come una tartaruga, tuffarsi fra le onde e pescare perle nel mare per offrirle loro in dono mentre sono seduti sul loro trono di velluto. E ne inventano di nuove. Favole che diventano piccole meraviglie, sogni psichedelici dove piccole e grandi donne sono le protagoniste assolute. Guadano fiumi, si arrampicano su alberi di fragole, rubano arcobaleni. Seguono un bianconiglio che ha ancora fiato per trascinarci in un posto migliore. E che loro, a differenza di noi barbuti misogini, hanno ancora la voglia, il coraggio di rincorrere.  

Best Things Are Yet to Come corona egregiamente non solo la trentennale carriera del gruppo pisano ma celebra ufficialmente la reunion della prima line-up annunciata l’estate scorsa e che ora si può risentire in azione nelle tre versioni inedite di Strange Girl, The Sixth Colour e Goodbye Summer Skies.

Promettono che il meglio deve ancora arrivare. E noi, dopo averli ascoltati, siamo pronti a crederci.   

                                                                       Franco “Lys” Dimauro

NO STRANGE – Il sentiero delle tartarughe (Area Pirata)  

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La qualità migliore dei No Strange è quella di farci sentire piccoli e sperduti ogni qualvolta decidono di srotolare il loro tappeto sul pavimento di casa nostra per poi lasciarlo fluttuare a mezz’aria.  

Merito del potere alchemico che tocca in sorte a qualcuno, mentre ad altri no.

Perché la magia riesca è però indispensabile lasciarsi il mondo dietro la porta, tarare le proprie vibrazioni per portarle a frequenze affini a quelle evocate dalla loro musica.

Del resto se vuoi raggiungere il coniglio bianco devi prima inseguirlo. E se vuoi agguantare un sogno devi prima di tutto sognare, trasportarti in una dimensione onirica fluente e feconda.

Ecco, quella è la dimensione perfetta per la musica dei No Strange, traghettatori di anime. Ed è anche la mia dimensione preferita per tastare l’efficacia dei loro dischi. Passato il primo approccio consapevole con la loro “materia sonora”, ne trasporto il contenuto in camera da letto per proiettarmi in un universo parallelo di semi-coscienza, in bilico tra la veglia e un primo stadio di torpore lievitante, fertile, docile ma labirintico. 

Non ha fatto eccezione questo loro nuovo disco. E non hanno fatto eccezione gli effetti prodotti dalle intricate ma distese maglie della loro musica, perennemente nuova e perennemente antica. Incapsulata anche lei tra reale ed irreale.                 

Musica che è eternamente terra straniera. Anche quando affiorano all’orizzonte approdi conosciuti, sguardi già visti (Gli occhi, da quel capolavoro che fu L’universo, riproposta quasi in chiusura dell’opera).

Musica che è perpetuo viaggio, perpetuo movimento centripeto.

Fuori passano crotali e branchi di elefanti bianchi. Stormi di ibis e mandrie di rinoceronti. E passano, lente, le tartarughe.

Ci sfiorano, come fossimo bacche agitate dal vento.

E passano oltre.                           

 Franco “Lys” Dimauro

VIBRAVOID – Mushroom Mantras (Stoned Karma)  

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Da ormai diciotto anni l’astronave Vibravoid assicura ai propri adepti uno se non due viaggi interstellari l’anno. Mushroom Mantras per quest’anno è addirittura il terzo. Segno che la cabina passeggeri è sempre piena e val dunque la pena traghettare. E del resto vale pure la pena di salire a bordo, che il viaggio sulla capsula Vibravoid è sempre un gran bel viaggio, qualunque sia il significato vogliate dare al termine. Se il live pubblicato in estate si permetteva molte fermate nelle stazioni spaziali di altri eroi intergalattici come Pink Floyd, Can o Iron Butterfly, questo nuovo disco in studio ci proietta in una sorta di India extraterrestre che potrebbe affascinare, oltre a noi argonauti, anche a chi in passato ha sognato di essere immerso nelle acque del Gange ascoltando i dischi dei Kula Shaker, mentre invece stava soltanto facendo un bagno nella propria vasca, inalando vapori di kala namak.

Già l’inaugurale, esplosiva rivisitazione dello standard hindu Om Gang Ganpataye Namah suona come se la piccola Emily Young fosse andata a giocare nei giardini del Taj Mahal e non è che solo l’inizio di un viaggio che, con una scorta adeguata di mellotron, fuzz, effetti a nastro, sintetizzatori, sitar e uccellini cosmici ci regala la magnificenza pop psichedelica di The Legend of Doctor Robert, la vertigine spiroidale di Echoes of Time, il banghra stellare di Apollo69, i placidi approdi di Purple Pepper  e la sognante passeggiata lunare della lunghissima The Orange Coat che fanno lievitare le quotazioni di questo capolavoro fino alla top ten dei dischi più belli dell’anno.

In coda al nuovo, le lontanissime immagini dei primissimi viaggi, quando scorrazzavano per le autobahn della loro madrepatria a bordo di una poco accessoriata motorik crauta.   

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

THE CHESTERFIELD KINGS – Psychedelic  Sunrise (Wicked Cool)  

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Dopo averci messo le mani e la faccia per The Mindbending Sounds of…, per il nuovo Psychedelic Sunrise Little Steven ci mette stavolta anche i soldi. Quello che sarà destinato ad essere l’ultimo atto dei Chesterfield Kings esce infatti sotto la sua produzione esecutiva e per la sua label. Nonostante il disco mostri una continuità concettuale ed una sorta di affiatamento artistico (la formazione resta invariata rispetto a quella del disco precedente) con Mindbending, il risultato è però una bolla di sapone.

Eccentrica, colorata, iridescente.

Ma pur sempre una bolla.

Tradito da un’ambizione forse un po’ eccessiva (i violini di Inside Looking Out, i forzati inserti pinkfloydiani di Elevation Ride, tanto per dirne di due) e da richiami fin troppo ovvi con il freakbeat che fu. Sparandone uno, sfacciato, proprio in apertura di disco. Proprio per questo forse il disco funziona meglio ascoltato ribaltando la scaletta, visto che come nei piatti malconditi il meglio rimane sul fondo: il garage punk arruffato di Dawn che svisa dalle parti di Fluctuaction, l’Alice Cooper impasticcato di Yesterday’s Sorrows, la ballatona roots Gone che invece tracima dalle parti di I’ll Be Back Someday.

                                                                      

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

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KING KHAN – Murderburgers (Khannibalism)  

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Non ci sono gli Shrines a coprire le nudità del Re Khan su questo disco del 2014 che torna adesso sul mercato in veste ufficiale.

A porgergli il mantello e dividere con lui gli hamburger sono Greg Ashley e Oscar Michel, ovvero due/quarti di quelli che furono i Gris Gris. E il risultato, ahimè, si sente. L’energia positiva e travolgente dei dischi con gli Shrines è quasi del tutto dissipata, soffocata da una rilassatezza che non concede al ritmo che pochissimi Joule di energia (il tiro garage scriteriato di Teeth Are Shite, il suono dei Saints replicato quasi alla perfezione su Born in 77).

Murderburgers non ha insomma la stessa spettacolarità dei dischi con gli Shrines, preferendo adagiarsi su un folk rock che tenta addirittura l’assalto alle fortezze di Dylan (It’s Just Begun) e di Beck (Too Hard Too Fast), scivolando in realtà molto prima di aver raggiunto la salda certezza di una balaustra. Anche la carica esplosiva di Born to Die soccombe alla psichedelia sgraziata di Greg Ashley.

Un diversivo che concediamo con piacere a King Khan, per tutto quello che ci ha regalato in quindici anni di dischi.

Ma adesso ridateci gli Shrines, per favore.

E qualcuno dica al Re che è nudo.

 

    

                                                                                     Franco “Lys” Dimauro

UFFE LORENZEN – Galmandsværk (Bad Afro)  

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La progressiva metamorfosi di Uffe Lorenzen in Roky Erickson ha del prodigioso e del trascendente. Non mi riferisco ovviamente solo al lato squisitamente musicale dell’artista danese ma ad una trasformazione fisica che lo ha portato, a 46 anni, a dimostrarne venti di più. Il suo volto barbuto come quello di un Santa Claus, tenuto celato sulle copertine dei suoi Baby Woodrose e degli Spids Nøgenhat, fa ora bella mostra di sé su questo suo debutto solista che Uffe ha riempito di canzoni che, a parte un paio di eccezioni, potranno cantare solo in Danimarca siccome è il danese la lingua prescelta per presentarle. Galmandsværk ha dentro tutto quel respiro che forse faticava a venire fuori dai dischi incisi con le sue band anche se il marchio di fabbrica della “penna” di Lorenzen rimane indelebile, così come la sua scrittura resta permeata dagli elementi dei suoi eroi di sempre, Erickson, Fred Cole, Arthur Lee in primis ma anche l’India galvanizzata dai suonatori di sitar e tablas. Tutto il mondo allucinato del musicista danese (sviscerato e documentato un paio di anni fa dal regista Palle Demant sul suo lungometraggio Born to Lose, NdLYS) si riverbera mesmerico dentro queste dieci tracce che inseguono il suo personale concetto di trance e di meditazione estatica ed alterata. Questo senso di spiritualità è trasposto musicalmente in composizioni mantriche avvolte da tenere e dilatate tessiture di chitarra acustica, flauto, sitar, vibrafoni, sintetizzatori e altre diavolerie esotiche che ne liberano gli aromi panteisti e la forza quasi liturgica.

Musica per spazi, mentali e geografici, vasti come le terre che l’hanno ispirata.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

THE TRIP TAKERS – The Trip Takers (Area Pirata)  

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MERAVIGLIA!

Limitante, superfluo, inutile rivelare la provenienza di questa band al suo debutto.

Tutto ciò che vi si chiede è di chiudere gli occhi e proiettarvi negli anni Sessanta del Merseybeat che bussa alle porte della Swingin’ London. Nient’altro.

Lasciate perdere tutto il resto.

I Trip Takers sono degli autentici, credibili temponauti in grado di trascendere il limitante concetto di revival per ridefinire uno stile carico di suggestioni di chiara ascendenza beatlesiana. Il loro mini album sembra una proiezione assiale di una visione caleidoscopica del beat/folk del ’65. (Solo) sei canzoni che sono come l’aria fresca del mattino quando apri le imposte. O meglio, quando le aprivi cinquant’anni fa.

Melodie cristalline, chitarre arpeggiate come se stessi accarezzando le gambe di Jane Birkin avanzando con i polpastrelli come fossero i tentacoli di una medusa trasparente.

Canzoni che scendono giù come la manna, leggere come le piume dei Byrds (o, nella conclusiva You Are Not Me, come il loro tappeto, NdLYS) e degne delle raffinatezze dei loro compatrioti Beau Brummels.

Per i palati fini del vintage-sound, uno dei gruppi-rivelazione di quest’anno.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

THE BIRDMEN OF ALKATRAZ – From the Birdcage (Contempo)  

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Quattro uomini dalla testa di pennuto si alzano come colossi dell’antichità dal paesaggio spettrale dell’isola di Alcatraz, puntando i becchi al cielo. 

È uno degli ultimi lavori “commissionati” al grande Rick Griffin, attraverso un ponte italo-americano tirato su da Aldo Pedron del Buscadero e Chris Darrow dei Kaleidoscope. Unici italiani a fregiarsi di quel nome sulla copertina di un loro disco sono i pisani Birdmen of Alkatraz, giunti al secondo lavoro dopo aver attraversato una giungla di problemi di ego (che si “placheranno” con la dipartita di Maurizio Curadi e la nascita degli altrettanto genialoidi Steeple Jack) e di ordine contrattuale (la band abbandonerà la Electric Eye per accasarsi nella geograficamente più a portata di mano Contempo).  

Anche stavolta, nonostante il lavoro di produzione sembri in qualche modo “pietrificare” la sezione ritmica e tendere a soffocare i vapori lisergici, i Birdmen of Alkatraz ci accompagnano in una scala a chiocciola che ci porta direttamente nel cuore della psichedelia californiana e texana dei sixties. Una visione spiroidale e circoncentrica ampliata dagli intrecci di due chitarre che pur conservando i tratti salienti del rock acido di due decenni prima, li proietta in una dimensione onirica para-fantastica e pre-apocalittica (Lord of Flies, Puzzle of a Downfall Child, Harsheness Day) che, unita all’immaginario evocato dal nome di battesimo scelto dal quartetto pisano, ne accresce il senso di vertigine e prefigura certa distopia steampunk che verrà codificata da lì a breve.

Più distesa appare la “sezione” dedicata alle cover, ben quattro, che fanno da corollario ai pezzi scritti da Daniele Caputo e Francesco Bocciardi. Rese con perizia magistrale e scioltezza da fuoriclasse.

Quello che i Birdmen erano, con buona pace di quanti cercavano all’estero quello che lasciammo marcire in patria.    

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro 

 

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