SKY “SUNLIGHT” SAXON / FIRE WALL – Destiny’s Children (PVC)  

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Mars Bonfire degli Steppenwolf, Shelley Ganz degli Unclaimed, Steve Wynn dei Dream Syndicate, Ric Albin e David Provost dei Droogs, Lee Joseph degli Yard Trauma, Rich Cooffee dei Fourgiven, Johnette Napolitano dei Concrete Blonde, Roy McDonald dei Redd Kross, Peter Case dei Plimsouls, Marc Platt dei Real Impossibles, Ethan James dei Blue Cheer.  

Il fior fiore della scena californiana con le teste piegate come enormi girasoli sotto la luce abbagliante di Sky “Sunlight” Saxon.

Potremmo chiudere qui e tornarcene alle nostre faccende casalinghe.

Oppure scegliere, con un po’ di raziocinio, di inoltrarci in questo campo fiorito a sfogliare i petali di m’ama non m’ama di Saxon, qui davanti al suo miglior lavoro post-Seeds.

Il suono è straordinariamente simile, oltre che a quello dei Seeds medesimi, a quello degli Unclaimed, band devotissima ai Seeds oltre che ai Music Machine e ai Count Five. Lo è soprattutto quando esce fuori dai binari classici dello stile amato da Saxon, ovvero quello che con ostinazione rifiuta ogni sorta di compromesso col ritornello e che lavora in maniera concentrica attorno ad un’unica idea base (un esempio di “emancipazione” da questa tecnica è quella del brano di apertura Starving for Your Love che prevede un insolito, per gli standard di Saxon, bridge). Destiny’s Children mostra dunque uno Sky Saxon che riapre gli occhi e si ritrova al centro di un culto che non avrebbe mai immaginato. Uno Sky Saxon in gran spolvero, pronto ad inossare il mantello di re di quel revival che lui malgrado ha contribuito ad ispirare.  

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

ALLISON RUN – God Was Completely Deaf (Mantra)

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Italians do it better.

Madonna sfoggia il motto su una t-shirt nel 1986.

Gli Allison Run ne danno prova nel 1989, quando è ora di mettere a frutto le idee esibite sui due extended play dell’87 e dell’88, sull’asse Brindisi-Bologna.

È già da un po’ che i ragazzi italiani, loro compresi, pasticciano con i colori a tempera degli anni Sessanta, ma God Was Completely Deaf porta l’espressionismo neo-psichedelico ad un nuovo livello. C’è uno scintillio che se non è di certo inedito, è del tutto pervasivo. Sono sedici canzoni in tutto, anche se una buona parte (facilmente individuabili con i nomi propri di persona usati per dar loro cristiano battesimo, NdLYS) sono solo piccoli haiku che servono da ordito per intrecciare le restanti dieci le une alle altre e ai nostri cuori.

Un’altra volta, come era successo sui dischi di Robyn Hitchcok e Julian Cope, ci troviamo sul pavimento a righe verdi e rosse dell’appartamento di Syd ad Earls Court. E ancora una volta la testa inizia a girare mentre Amerigo Verardi e i suoi folletti si siedono al tavolo offrendoci le bibite gassate di Tangle of Love e I’d Like to Walk with Somebody e gli sciroppi di Above Ground, Giam(elli) Siam(esi), The Carsick Blues in un servizio da tè dentro cui puoi immergere le dita e guardare fino all’alba piccoli cerchi concentrici che franano sui bordi come onde d’acqua su una diga. E restare lì per millenni. Aspettando che Dio si sturi le orecchie.    

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

THE ELECTRIC MESS – V (Soundflat)  

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Si perdono un po’ per strada gli Electric Mess, al quinto tassello della loro discografia. V è un album che vorrebbe essere tante cose ma finisce per non essere nulla di tutto quello che avrebbe voluto ed è un vero peccato, tenuto conto che il loro disco precedente invece prometteva un grintoso rilancio della formazione newyorkese. La lista di influenze e tentativi di approccio ai generi più disparati viene elencata dal gruppo stesso a margine di ogni pezzo, passando dal country westcoastiano al brit-pop, dai Blue Cheer al proto-punk, dallo space metal ai Creedence Clearwater Revival, dalla neo-psichedelia alla new-wave al surf-punk senza in realtà centrare mai in pieno uno solo degli obiettivi.

Se dunque The Beast Is You pur abbandonando la traiettoria madre con i suoi sconfinamenti verso il glam, il power pop e lo street rock ‘n’ roll riusciva ad elaborare una sintesi efficace dei nuovi linguaggi adottati dagli Electric Mess, V rischia di non piacere a nessuno finendo per suonare come una sorta di caricatura kitsch di tutto quanto previsto dal menù.

Un pasto dove non sono tanto gli accostamenti azzardati ad essere indigesti, quanto la resa finale dei piatti. Come se i succedanei potessero beffare il palato per più di una portata.  

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

BLUE ORCHIDS – The Magical Record of Blue Orchids (Tiny Global Productions)  

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Longevi almeno quanto i padri Fall ma sicuramente molto ma molto meno produttivi, i Blue Orchids tornano nell’ennesima reincarnazione con un inaspettato omaggio alla musica psichedelica dei sixties con una girandola di pezzi presi in prestito da Calico Wall, Remaining Few, Dovers, Human Expression, Penny Saints, Cave Dwellars, Aardvarks e due cover da due band contemporanee come Crystal Stits e Growlers in aggiunta all’unico originale del gruppo che vede Martin Bramah mettere in musica un vecchio pezzo di Mark E. Smith, arrangiandolo in sintonia col resto dell’album ovvero con gran spolvero di organo e chitarre scintillanti mescolate al suono onnipotente delle tastiere, senza dunque discostarsi molto dallo stile espresso dal gruppo di Manchester sin dal lontanissimo The Greatest Hit. Però dentro The Magical Record tutto sembra un po’ appesantito, dinamicamente affaticato come me quando devo spostarmi dal divano per arrembare il frigo lasciandoci con dentro una gran nostalgia dei Plan 9 e poco di più.  

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

THE TEARDROP EXPLODES – Wilder (Mercury)  

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Oh, l’assoluta magnificenza di Wilder dei Teardrop Explodes!

Tutto un abbaglio di luci, di esuberanza screamadelica, di flatulenze R&B, di piroette psichedeliche su un tappeto a molle di denim new-wave. Vasi pieni di fiori colorati e piatti che straboccano di donuts e cup cakes. Canzoni che sono inni alla gioia dissoluta come quelle dei muppet, un’aria trionfale esagerata, come se scalare le classifiche di Billboard fosse un’impresa eroica come quelle di Annibale.

Wilder si apre con una Bent Out of Shape che suona come un impianto idrico ingolfato di musica psichedelica. Manicotti e gomiti sotto pressione, sul punto di esplodere inondando tutta la casa e regalarci un arcobaleno domestico che non tarda ad arrivare. Il secondo disco della band di Liverpool è infatti un’esplosione travolgente di colori e la definitiva conferma della grande abilità di Julian Cope nel costruire melodie di pop appiccicoso come chewing gum alla fragola.

The Culture Bunker, Passionate Friend, Pure Joy, Like Leila Khaled Said, Falling Down Around Me, trionfo e apoteosi delle roboanti sovrastrutture di David Balfe, risuonano di melodie facili e zuccherose che sembrano affondare i piedi nell’easy-soul di band come Equals e Foundations e aprono squarci di luce nel cupo mondo del dopo-punk inglese.

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

MOTHER ISLAND – Motel Rooms (Go Down)  

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Come se Vicenza fosse San Francisco e il 2020 il ’68. In qualche modo i Mother Island riescono a proseguire la caccia al Bianconiglio iniziata dai Jefferson Airplane e da questi abbandonata nei primi anni Settanta. Noi oggi abbiamo il privilegio di poter assistere alla battuta.  

Dietro l’austero disegno geometrico di Motel Rooms si nasconde in realtà un magico intreccio di fioriture spontanee di flora psichedelica e di spinosi calici d’agave che portano addosso l’aroma salmastro del mare, l’arida secchezza delle spiagge. Il suono dei Mother Island gioca fra ricami jingle-jangle e suoni riverberati come nella migliore tradizione surf, folk-rock californiano e qualche vago sapore New England concedendosi pure una roba come We All Seem to Fall to Pieces Alone, volo pindarico che ci fa immaginare una Grace Slick in avamposto davanti al country mariachi dei Calexico. Un disco che può farci insomma volare un po’ oltre le mura in cui siamo rintanati e in cui torneremo a rintanarci ancora a lungo.

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

THE SONIC DAWN – Enter the Mirage (Heavy Psych Sound)  

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Torna il soffice cuscino psichedelico dei danesi Sonic Dawn.

L’alba sonica che rischiara il Nord Europa come fecero in California gli arcobaleni di Jefferson Airplane, Santana, Tim Buckley e Love e che invece qui risplende sulle acque e sulle piattaforme galleggianti del Parkipelago di Copenaghen come fossero enormi chiazze di acrilico e loro degli artisti dell’Ebru. Un suono largamente acustico, quello messo in mostra su Enter the Mirage, in dieci canzoni che stavolta lavorano “a mantello”, evocando in questo le suggestioni delle nevi più o meno perenni delle loro latitudini. Che tuttavia quando si sciolgono producono qualcosa di molto simile allo sgocciolio liquido di una canzone come quella che dà il titolo a questo loro quarto lavoro, il meno elettrico del lotto. 

Musica avvolgente e rassicurante, quella dei Sonic Dawn. Che lascia filtrare raggi di sole funky e che stende tappeti folk senza mai diventare gioco di cattivo gusto, senza mai strafare, ben conoscendo il senso della misura oltre che il valore terapeutico della libertà e degli spazi aperti.   

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

THE ELECTRIC FLASHBACKS – The Lovely Arts of Electronics (Teen Sound)  

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Un piccolo, grande prodigio. Davvero.

Gli Electric Flashbacks sono un progetto estemporaneo di Tito Fabio Macozzi dei Brainsuckers nato per rendere omaggio ad una dozzina di canzoni che gli ronzano in testa da decenni e di cui era necessario liberarsi in qualche modo. Canzoni non sue, anche se è come se lo fossero. Perché sono ormai parte del suo come del nostro DNA.

Pezzi come Writing on the Wall dei Five Canadians, She’s About a Mover del Sir Douglas Quintet, Goin’ Away Baby dei Grains of Sand, Stop It Baby degli Heard, Biff! Bang! Pow! dei Creation ma anche una Crawlin’ Up a Hill di un trentenne John Mayall, maneggiate come se fossero i diamanti più preziosi della cassaforte del rock ‘n’ roll.

“Trattate” con gli strumenti Vox di pertinenza ma anche con un piccolo armamentario mai troppo ingombrante e invadente di marchingegni psichedelici (vedi It’s My Pride dei Guess Who), di sassofoni da festa del liceo (come nel bellissimo riarrangiamento di Close that Door dei Tigermen), di pianoforti alla Little Richard (come nella rendition di Sick and Tired  o nella coloratissima cover dei Creation) le riletture degli Electric Flashbacks sono un grandissimo esempio di come si possa suonare ancora oggi una musica vecchia di cinquant’anni e farla sembrare una roba scritta l’altro ieri.       

 

                                                                                             Franco “Lys” Dimauro

THE BIRDMEN OF ALKATRAZ – Gargolle alate

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Suppongo che molti sconoscano, per semplici ragioni anagrafiche, i Birdmen of Alkatraz. A loro dirò, molto semplicemente, che si trattava del più GRANDE gruppo neopsichedelico partorito dalla scena filo-sixties italiana durante gli anni Ottanta.

Non uno tra i migliori ma IL MIGLIORE in assoluto.

Tecnicamente, culturalmente, intellettualmente, musicalmente un vertice mai più raggiunto.

Ne’ allora ne’ mai.

 

Diciassette canzoni. Tante da poter riempire due facciate intere di quelle che allora erano chiamate C90, le cassette da novanta minuti che pochi debuttanti potevano legittimamente riempire senza il rischio di far sbadigliare i giornalisti cui venivano inviate per “far girare” il nome, finendo spesso per far girare ben altro. I Birdmen of Alkatraz potevano permetterselo anche perché non erano dei debuttanti assoluti: due di loro provenivano infatti dai grandi Useless Boys che proprio due anni prima avevano fatto la medesima operazione inviando ai giornalisti di settore Dream’s Dust Factory, preziosissima demotape di una band che non aveva paura di dividere il palco con i temibili mostri a cresta della scena hardcore toscana ma che su nastro aveva già deposto le uova di quello che, finita l’avventura, era diventato il suono dei Birdmen of Alkatraz di Maurizio Curadi e Daniele Caputo e che si ravvisava già in pezzi di psichedelia riverberata e tribale come First Born, Courtyard o Loss of the Soul, chiaramente filiale a quella dei 13th Floor Elevators.

La demotape della nuova band di Curadi e Caputo, ora assestatisi a quartetto con l’ingresso di Gianfranco Migliaccio al basso e Marcello Ventura alla seconda chitarra era in realtà per gran parte niente altro che la documentazione di una serata live particolarmente ispirata registrata a Fidenza il 25 Maggio del 1985 e che come tale verrà poi messa su compact disc quindici anni dopo nella collana Psychedelic Series della AUA. Dodici brani, in larga parte brandelli di amore di Daniele Caputo per gente come Lollipop Shoppe, Elevators, Bo Diddley, Love a anche un salto nel passato allora prossimo degli Useless Boys. Bravi da piangere.

Cosa che, vista la reperibilità praticamente pari a zero del loro materiale vintage (un 12″ e un LP usciti per due etichette ormai sepolte dalla storia) diventerà l’unico modo per correre ai ripari (oltre a quella di avventarsi sugli scaffali di qualche Fiera del Disco) e assicurarsi qualcosa della band pisana facendo un salto indietro di sedici anni, con la storica prima formazione che vedeva ancora Marcello Ventura e Maurizio Curadi contendersi le chitarre (il primo continuerà a scrivere da solista, il secondo formerà i grandi Steeple Jack, NdLYS), ormai ad un passo dall’esordio discografico ufficiale che sarebbe arrivato a breve proprio grazie a quel nastro.  

In coda a quell’esibizione infatti la formazione toscana si divertiva registrando in studio tre classici del blues e due originali. Uno dei quali verrà preso con delicatezza dalle mani sapienti dell’ostetrico Claudio Sorge per posizionarlo nel cullino termico della scena neo-psichedelica italiana Eighties Colours. Una canzone che, partendo dal jungle-beat di Bo Diddley e dalle chitarre acide dei Quicksilver Messenger Service si avventurava nel labirinto del cervello contorto di Charles Manson e che qui vi invito ufficialmente a riscoprire in tutta la sua austerità lisergica: credo che mai più nessuno scriverà una canzone così.

   

In Italia accadono grandi cose, nella metà degli anni Ottanta.

Una delle più portentose viene messa a fermentare all’ombra della torre di Pisa e imbottigliata a Pavia. Si chiamava Glidin’ Off e la stappammo per il Natale del 1986.

Veniva dalle cantine dei Birdmen of Alkatraz, dai cui fatati vigneti avevamo già assaggiato la magica effervescenza di una cosa come Song for the Convict Charlie.

Su Glidin’ Off i Birdmen of Alkatraz riuscivano formidabilmente a replicare quell’incanto, quel maleficio capace di riportare indietro le lancette nel tempo e nello spazio distribuendone le spore su tre canzoni che dei fiori psichedelici di cui essi si erano cibati avidamente come api operose sembrava adesso ne avessero fatto del miele sublime.

Furono loro ad iniziare tanti, me incluso, alla comprensione di alcuni dei testi più pregiati ed enigmatici del rock acido di venti anni prima raffinando quel recupero dell’immenso archivio degli anni Sessanta iniziato dalle formazioni Paisley americane e poi dalle garage-band del vecchio e nuovo continente, concedendosi il lusso di allargare la forbice ad imbuto per lasciare confluire dentro il loro cilindro il blues primordiale di Robert Johnson, il suono della giungla di Mastro Bo Diddley, le muffe post-psichedeliche dei primi anni Settanta. E lo fecero con questo distillato che ancora oggi riesce a spandere vapori e regalare sensazioni olfattive, visive, percettive di stordente, aggrovigliata bellezza.

Quattro uomini dalla testa di pennuto si alzano come colossi dell’antichità dal paesaggio spettrale dell’isola di Alcatraz, puntando i becchi al cielo. 

È uno degli ultimi lavori “commissionati” al grande Rick Griffin, attraverso un ponte italo-americano tirato su da Aldo Pedron del Buscadero e Chris Darrow dei Kaleidoscope. Unici italiani a fregiarsi di quel nome sulla copertina di un loro disco sono i pisani Birdmen of Alkatraz, giunti a From the Birdcage dopo aver attraversato una giungla di problemi di ego (che si “placheranno” con la dipartita di Maurizio Curadi e la nascita degli altrettanto genialoidi Steeple Jack) e di ordine contrattuale (la band abbandonerà la Electric Eye per accasarsi nella geograficamente più a portata di mano Contempo).  

Anche stavolta, nonostante il lavoro di produzione sembri in qualche modo “pietrificare” la sezione ritmica e tendere a soffocare i vapori lisergici, i Birdmen of Alkatraz ci accompagnano in una scala a chiocciola che ci porta direttamente nel cuore della psichedelia californiana e texana dei sixties. Una visione spiroidale e circoncentrica ampliata dagli intrecci di due chitarre che pur conservando i tratti salienti del rock acido di due decenni prima, li proietta in una dimensione onirica para-fantastica e pre-apocalittica (Lord of FliesPuzzle of a Downfall ChildHarsheness Day) che, unita all’immaginario evocato dal nome di battesimo scelto dal quartetto pisano, ne accresce il senso di vertigine e prefigura certa distopia steampunk che verrà codificata da lì a breve.

Più distesa appare la “sezione” dedicata alle cover, ben quattro, che fanno da corollario ai pezzi scritti da Daniele Caputo e Francesco Bocciardi, neo-acquisto della band assieme al bravissimo Stefano Magni, autentico “reduce” del beat anni Sessanta tra le fila de Gli Evangelisti. Rese con perizia magistrale e scioltezza da fuoriclasse.

Quello che i Birdmen erano, con buona pace di quanti cercavano all’estero quello che lasciammo marcire in patria.

Grazie Birdmen. Per esservi presi cura di noi come Stroud dei suoi canarini.   

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro 

 

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VIBRAVOID – The Decomposition of Noise (Stoned Karma)  

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C’è sempre un altro mondo possibile. E uno di questi è quello dei Vibravoid. Una galassia che ha ormai trent’anni di esistenza anche se l’avvistamento dai telescopi terrestri delle sue forme di vita risale solo all’alba degli anni Zero con quel Love Is Freedom che lanciava i primi segnali di comunicazione col nostro pianeta.

The Decomposition of Noise è il disco (volante, al pari degli altri) chiamato a celebrare questo importante anniversario dell’equipaggio tedesco guidato dal capitano Christian Koch facendo sfoggio di tutta l’effettistica psichedelica d’ordinanza. Oscillatori, riverberi, nastri magnetici amplificano l’assalto delle chitarre dei Vibravoid capaci stavolta di aggredire l’ascoltatore da subito con due tracce di coloratissimo e ammiccante pop psichedelico come The Decomposition of Noise e World of Pain che, se la Madchester degli anni Novanta avesse vinto la storia e non solo un paio di campionati, adesso potrebbero dominare le radio di tutto l’occidente. Il suono si fa più barrettiano con It Happened Tomorrow, vicina a certi cristalli cremisi degli inglesi Breathless di Dominic Appleton per poi perdersi un po’ su Eardrum, indecisa prova che oscilla tra kraut-rock, l’acid-rock degli Elevators e un basso legnoso e liverpooliano sfumando un po’ irrisolta e incompiuta. Sorte che la accomuna alla successiva Plastic Covered Tangerines, esperimento un po’ cannibale di rumorismo che finisce appunto per divorare sé stesso. Il disco si chiude con la lunghissima divagazione spaziale di The Essence of Noise, una fluttuante suite stereofonica di venti minuti sospesa su un punto indefinito del cielo che ci lascia col naso all’insù, in attesa di vedere nuovamente arrivare gli alieni planare sul nostro pianeta con la loro navicella optical, portando in dono il Verbo e le chiavi per aprire le porte della percezione, visto che quelle del cielo ci sono state negate.       

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro