THE VEGABONDS – Dear Revolution (autoproduzione)

0

Non ne aveste ancora abbastanza dei corvi, eccovi i Vegabonds, che pescano un po’ da quelli neri di Atlanta e un po’ dai sette che Adam Duritz sogna di contare in California nei primi anni Novanta.

I Vegabonds provengono però da Auburn.

Esiste un Auburn in ogni stato del Nord America, o quasi. Ma i Vegabonds si sono scelti quella dell’Alabama, uno degli stati più conservatori e tradizionalisti della confederazione: il posto perfetto per la loro musica.

Southern rock da statale americana, spesso al limite del plagio. Brandee e Dorothy Gayle ad esempio svolazzano dalle parti di Soul Singing e Remedy così come We‘d Escape sembra una outtake da Recovering the Satellites ma sono tra i tentativi di volo meglio riusciti.

Del resto anche i corvi imparano a volare guardando mamma è papà.

Però, nonostante le buone intenzioni, si arriva alla fine del viaggio stanchi.

Manco questa cazzo di statale ce la fossimo fatta a piedi.

E quando alla fine appaiono tra la polvere i cartelli delle ultime città (The Wanderer, The Preacher, Dear Devolution) o la linea della frontiera (The Border), gli occhi si sono già concessi altre più piacevoli distrazioni. 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

Annunci

THE BLACK CROWES – By Your Side (Columbia)  

0

Il disco che inaugura il nuovo contratto con la Columbia parte con il piede sull’acceleratore. Go Faster tiene infatti fede al suo titolo, nel tentativo di recuperare il tempo perduto fra il disco precedente e questo nuovo.

Attorno ai fratelli Robinson sono cambiate nel frattempo diverse cose.

Il disco consegnato alla American Recordings non è piaciuto e la band ha fatto le valigie (la American ci ripenserà tempo dopo, con i corvi ormai volati lontano, pubblicandolo come Lost Crowes assieme agli scarti di Amorica., NdLYS). Marc Ford è stato allontanato dal campo dove i corvi vanno a beccare e Johnny Colt ha lasciato il nido per diventare uno yogi. Non l’orso, quello che saluta il sole al mattino e riverisce la luna di notte. Un lavoro di “depurazione” che i Black Crowes celebrano sulla copertina del nuovo disco vestendosi di un angelico bianco.  

Rich Robinson, ribattezzatosi The Prince per l’occasione, non fa rimpiangere il Ford che ha abbandonato il garage. La sua chitarra, che la magia della produzione alterna e sovrappone nel ruolo di ritmica e di solista, non ha un solo attimo di cedimento e By Your Side, dopo le incertezze del disco precedente, rimette il suono dei Black Crowes nella carreggiata del miglior rock sudista contemporaneo, con gli occhi sempre fissi a guardare quelli di Keith Richards, Mick Jagger e Ron Wood.

I detrattori che li vogliono alfieri di un rock demodè avranno di che rodersi il fegato e dovranno rivolgersi altrove, aspettando magari che nasca il Kid A di cui pare sia iniziata la gestazione in un’altra parte del globo.

Qui dentro, solo puzza di vecchio.

La naftalina l’ha mangiata tutta Eta Beta.  

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

download (3)

 

DIAMOND DOGS – Black River Road (Smilodon)

0

Real 70’s-flavored rock è quello di cui odora Black River Road degli svedesi Diamond Dogs: piani barrelhouse (Autopilot), fiati da anthems northern soul (Hand On Heart, Stand Up), bottlenecks scivolosi (Black River Road), ruvidi riffs Stonesiani (New Set of Wheels), boogie jumps poderosi (Lift It Up) e un paio di ballate alcoliche: Sulo e Bobba spingono per i corridoi dell’hard market lo stesso carrello a lungo trascinato dai Black Crowes prendendo un po’ dagli stessi scaffali: Humble Pie, Faces, Free, Allman Brothers, Stones, Band. E come i fratelli Robinson si fanno aiutare nella scelta da qualche bravo addetto al reparto (là era Chuck Leavell degli Allman, qui Randy Bachman dei Bachman Turner Overdrive). L’operazione deja-vu fa già parte del progetto iniziale per cui non stupitevi per il gioco di rimandi e citazioni, sarebbe sciocco pretendere chissà quali rivoluzioni da una musica che ha il vezzo di nutrirsi di siffatte prelibatezze. Bravi, e tanto ci basta.

           

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro


THE BLACK CROWES – Lions (V2)    

0

L’incontro con Jimmy Page rinvigorisce la criniera dei Black Crowes.

Il ritorno in studio dopo il lungo tour con il chitarrista inglese è foriero di belle vibrazioni e Lions saluta dei corvi in grandissima forma, nuovamente carichi di stimoli di cui le ultime prove in sala di registrazione sembravano orfane.

Se da un lato la produzione di Don Was conferisce una dinamica senza precedenti nella storia della band di Atlanta, dall’altra le chitarre di Rich Robinson ruggiscono come non mai mentre la voce di Chris si impenna in interpretazioni credibili di quel soul che ha già bruciato le ugole di Peter Green e Joe Cocker.

Archetipo della nuova formula è Come On, messa in scaletta dopo la mirabolante doppietta iniziale di Midnight From the Inside Out e Lickin’ piene di chitarre imbizzarrite che sembra difficile da tenere a bada. Oppure, sulla seconda parte dell’album, la Young Man Old Man che traccia un ideale ponte tra gli Stones di Beggars Banquet, il Santana di Abraxas e lo Stevie Wonder di Innervisions.

Cosmic Friend è invece uno dei pezzi più bizzarri e capricciosi dell’intero catalogo Black Crowes con la sua intro quasi freakbeat, il botta e risposta messo tra l’ugola di Chris e la chitarra del fratello Rich e il pianto di neonato che la conclude.

La sezione ballate, da sempre una delle più rigogliose dell’albero dove i corvi vanno a poggiare le zampe, si arricchisce delle fronde morbide di Miracle to MeLay It All On MeLosing My Mind mentre la Soul Singing suonata da Rich su una delle fantastiche creature metalliche di James Trussart, regnerà sovrana e imperitura su tutto il catalogo Black Crowes degli anni Zero.

Benvenuti nella giungla, uccellacci della malora.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro 

1_000000001954

 

THE BLACK CROWES – Shake Your Money Maker (American Recordings)    

0

Sudista e sudato. 

Shake Your Money Maker è un’Operazione Nostalgia assolutamente ben fatta.

Roba da lacrimoni blues e fiotti di sperma rock ‘n roll.

Jeans sdruciti e capelli sozzi. Come nella tradizione locale di Allman Brothers e Lynyrd Skynyrd e quella importata dal Vecchio Continente di Rolling Stones, Faces, Free. Gentaglia che si divertiva a misurare la lunghezza del pene e bere Southern Comfort, con i letti pieni di sorca e l’alito cattivo e un canzoniere in cui le macchine corrono sempre troppo veloci e le donne hanno il cuore a forma di portagioielli, come nella vita vera.

Come dentro le prime canzoni dei Black Crowes.

Che sono giovani e adulte al tempo stesso.

Non hanno la stessa urgenza teppista dei Guns n’ Roses.

Non hanno fretta di morire. 

Sono cariche di soul.

Quella roba che ti fa ridere di dolore.

Come l’amore non corrisposto. 

Come l’amico del cuore che ti vende per trenta danari.

Quanto costava una birra ai tempi di Cristo?

Quanto costava ai tempi dei Black Crowes?

Quanto costa, adesso, una birra?

Più di un amico.

Meno di un disco dei Crowes.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro  

Black-Crowes-Shake-Your-Money-Maker

CHRIS ROBINSON – This Magnificent Distance (Vector)

0

Chiusa la bottega di restauro dei Black Crowes i fratelli Robinson hanno avviato le loro attività in proprio continuando a contemplare gli stessi paesaggi. Gente che al di là di tutto, sa di cosa sta parlando. Non semplici pouseurs ma nuovi hippie cresciuti con le orecchie dentro gli speakers quando questi passavano Free, Allman Bros., Faces, Humble Pie.

Il mood ecologista e bucolico di New Earth Mud trova compimento nell’assemblaggio di questo gioco di incastri tra southern rock e acid-rock californiano, mellifluo dilatato e distorto come dentro un utero pieno di acidi psichedelici. I Little Feat che, stanchi di aspettare Columbus, hanno deciso di andare a Bron-Y-Aur a vedere suonare i Santana e gli Skynyrd fino all’alba. Tutta la tradizione sudista americana col suo carico di profumi latini e fuligine magica passa per qui, oggi.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

magnificentdistance

DEXTER JONES’ CIRCUS ORCHESTRA – If Light Can‘t Save Us, I Know Darkness Will (Fuzzorama)

0

Nome e titolo che, assieme, si mangiano metà delle battute classiche della media delle recensioni da carta stampata.

Sarà per questo che molti ne stanno alla larga facendo dell’Orchestra la meraviglia rock europea meglio custodita.

Tanto che a qualcuno suonerà nome del tutto nuovo quando invece questo terzo album celebra i loro primi dieci anni di attività e che qualchedun altro potrebbe invece confondere col quasi omonimo gruppo australiano.

Cresciuti nel posto giusto ma al momento sbagliato, dopo che il “fenomeno” rock scandinavo era stato già appallottolato dalla stampa e dal pubblico e buttato nei cassonetti della riciclata da cui puntualmente ci sarà chiesto di riprenderlo tra qualche anno (ci hanno già chiesto di riprendere le Shop Assistants, figurarsi….NdLYS).

L’Orchestra di Dexter Jones però lavora su un concetto di rock meno furioso di quello dei circhi di Hellacopters (per restare in patria), Gluecifer o Turbonegro (per rimanere in zona “fredda”).

Più ricercato e meno d’impatto, creando ponti artistici e tracciando affinità elettive con Soundtrack of Our Lives e Queens of the Stone Age.

Altre band dai nomi prolissi, guarda caso.

Merito soprattutto delle chitarre che lavorano spesso all’unisono o comunque ad incastro o che si sovrappongono in modulazioni che mai oltrepassano la soglia del buon gusto o del rumore.

Difficile, quando si parla non di due e nemmeno di tre ma di ben quattro chitarre.

Non c’è parata da retaggio hard rock ed ovvio esercizio di muscoli, quanto piuttosto una grande capacità di piegare la tecnica al servizio dell’atmosfera, come succedeva in passato per band come Yawning Man o Masters of Reality.

Non fatevi ingannare dal suono gelido di If Bars Could Bend, il brano per organo e voce messo in apertura: il suono del disco è, come quello dei due album precedenti, un’avvolgente coperta dal groove molto southern e aria da jam session.

Acceso e brillante nella smaniosa I‘m a Dog But You‘re a Hound poi via via sempre più sprofondato nei climi bluesy e folk spaziale da Desert Sessions.

Caldo, nonostante le latitudini.

A volte è necessario fermarsi a queste pozze di acqua, quando il tuo peregrinare tra la scena rock pare una visita al museo delle cere.

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

a3204088714_10.jpg

THE BLACK CROWES – The Southern Harmony and Musical Companion (Def American)

0

Il southern rock che sconfina nel soul.

Un fiume straordinario di chitarre, spruzzi di pianoforte (opera di Eddie Harsch, più tardi bassista e organista nei Detroit Cobras, NdLYS), una voce calda come quella del miglior Rod Stewart contrappuntata da un coro di voci femminili. Proprio mentre fuori si registra l’ultima rivoluzione di costume giovanile del millennio, The Southern Harmony porta a compimento le ottime intuizioni del debutto scendendo a patti con la tradizione americana sin dalla scelta del titolo rubato a un vecchio libro del secolo precedente che metteva insieme 335 brani della storia musicale sacra del Sud. Il dialogo empatico tra le chitarre di Rich Robinson e del neo acquisto Marc Ford è spettacolare, reso ancora più caldo dall’uso delle classiche accordature aperte memori della lezione stonesiana degli anni Settanta e così fluido da permettersi di indugiare senza nessuna concessione alla noia anche per oltre sei minuti, come succede sulla dolcissima Thorn in My Pride, nella rancorosa Bad Luck Blue Eyes, Goodbye e nei ruggiti slide di My Morning Song. The Southern Harmony and Musical Companion è un disco che, pur rimestando nella cornucopia di suoni “old-oriented”, riesce a sorprendere per una capacità di scrittura straordinariamente sopra la media, sorprendentemente coerente eppure sempre in grado di trovare una soluzione di classe, un gancio melodico efficace, un riff conciliante, una lordura inaspettata, una sottigliezza tecnica, una coloritura esclusiva capace di fare di ogni singola canzone un piccolo capolavoro nel capolavoro. The Southern Harmony alza il fantoccio del guitar rock degli anni Settanta e gli alita in bocca il soffio della vita, anche se tanti continueranno a guardarlo come fosse uno spaventapasseri.

Con sopra dei corvi neri.

 

 

                                                                                        Franco “Lys” Dimauro

The Black Crowes_The Southern Harmony and Musical Companion - Front Jasa

THE BLACK CROWES – Amorica. (American Recordings)

0

La copertina mette subito voglia, come dire… di “scoprirlo”, il terzo album in studio dei Black Crowes.

Amorica. è disco destinato a scontentare i fans.

A dimostrazione che se i Black Crowes sono dei conservatori, il loro pubblico lo è ancora di più. Nonostante la rapidità con cui viene registrato, Amorica. sfoggia infatti il tentativo di emanciparsi dalla formula dei due dischi precedenti cercando formule più elaborate e concettuali messe in mostra sin dall’iniziale Gone, dove il riff di chitarra (elemento portante dello stile della band) viene di fatto sbriciolato e ridotto ad una presenza virtuale. E se A Conspiracy riporta apparentemente il bilico sul classico assetto del gruppo grazie alla voce sempre carica di umori soul di Rich Robinson (ma anche qui si evidenzia un lavoro di chitarre che tende a sfuggire, senza rinnegarli, dai modelli stilistici abituali), il taglio cubano (spezzato dal riff granitico dell’inciso) di High Head Blues torna a ravvivare il gusto per nuove contaminazioni (Santana?) che verranno sviluppate anni dopo nei dischi solisti del leader. Al quarto pezzo i Black Crowes infilano la solita ballatona piena di umori Skynyrd+Cocker+Burrito+Faces+Stones cui ci hanno ri-educati sin da Shake Your Money Maker e che non cesseranno mai di esibire lungo la loro lunghissima carriera. Sei minuti di dolcezza e livore chitarristico che inumidiscono di umori vaginali il pelo pubico mostrato in copertina. Il lato più rurale del suono dei Crowes trabocca invece da pezzi come Nonfiction e Downtown Money Waster, briciole cadute dalla tavola di Beggars Banquet, polveri blues scivolate nella fogna assieme alle bustine di coca buttate nei gabinetti di Main Street.

Più ordinariamente “easy” sono invece Ballad In Urgency, Wiser Time e Descending, dove tornano ad emergere i clichè del suono Crowes nella loro veste più ammiccante e puttana. Quella che rassicura tutti, detrattori compresi.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro 

 

4945348_orig.jpg