DIRTY LOOKS – 12 O’Clock High (Stereoblige) / SWEATMASTER – Sharp Cut (Bad Afro) / GILJOTEENS – Without You (Screaming Apple)

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Se saprà mantenere quanto promesso nella sua lista di next-releases il catalogo della Stereoblige diverrà presto una delle più interessanti labels di reissues internazionali, con la differenza che si tratta di un marchio tutto italiano e di vantare tra le uscite in programma nomi come Kilkenny Cats, Philisteins, Yard Trauma, Stomach Mouths, Deep Six, Kliek, Fourgiven. Roba che, viste le premesse date da questa curatissima retrospettiva inaugurale (ottimi masters, splendido packaging, bonus tracks, booklet ricco) potrebbe davvero far urlare al miracolo, qui in Italia: 12 O’Clock High mette assieme il primo omonimo LP dei Dirty Looks e ben 13 bonus tracks. Pur provenendo dall’area metropolitana di N.Y., il suono della band aveva un appeal molto inglese tanto che il loro debutto venne licenziato dapprima proprio in U.K. dalla storica Stiff. Parliamo di grande guitar pop, robusto ma dotato di un grande estro melodico. Se stravedete per Beat o Plimsouls fatelo vostro assolutamente. www.notymerecords.com

Attualissimi invece i Finlandesi Sweatmaster, finalmente al debutto “lungo”. Sharp Cut esce per Bad Afro e in UK per Must Destroy, la nuova etichetta messa su dagli A&R “rei” di aver portato gli Hives alla corte della Poptones, con tutto ciò che ne è conseguito. E il successo che il secondo estratto ha già riscosso alla BBC e alla XFM la dice lunga sugli interessi degli inglesi in questo momento. Il suono degli Sweat è pura demenza rawk ‘n roll, becero, sporco, triviale e raunchy. Nessuna distrazione è consentita. Basso/chitarra/batteria/voce, tutto come un treno. Accordi secchi, energia pura, ritmica senza sbavature, testi sboccati da luride canaglie. Non so che cazzo ascoltiate voi, ma per me roba come Wanna See It Done I Am a Demon sono da antologia del rock ‘n roll. Grezzissimo hard rock suonato da punkettoni con zero voglia di starsela a menare sugli strumenti.

Esce per Screaming Apple il nuovo singolo dei Giljoteens col consueto ottimo lavoro di beat dai ricami folk acidi e variopinti. Francamente capisco perché un personaggio come Jens Lindbergh sia letteralmente impazzito per loro: pezzi come Time to GoAway From Me o Without You sono roba inavvicinabile da gran parte di sixties-bands in circolazione, così “dentro” il suono di un’epoca, eppure di una bellezza così struggente da indurre a commozione.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

COUNT BISHOPS – Speedball plus 11 (Chiswick)  

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Il famoso SW1.

Ovvero il Penny Black della musica indipendente britannica.

La nascita dei Count Bishops e della Chiswick è contestuale ed è databile nell’estate del 1975 quando, dalle ceneri dei Chrome londinesi e dopo aver reclutato un paio di nuovi musicisti attraverso un annuncio sul Melody Maker, Mike Spenser e Zenon Hierowski danno fuoco alle polveri pub-rock della vecchia band dentro i serbatoi dei Count Bishops. A portarli in studio per registrare una dozzina di cover è Roger Armstrong, che decide di pubblicare i pezzi che possono starci dentro un sette pollici tenendo da parte gli altri e mette in piedi a tal proposito un’etichetta da cui da lì ad un paio d’anni si troveranno a transitare band come Damned e Motörhead. Speedball esce il 28 Novembre di quell’anno, “distribuito” e venduto nel cofano della Peugeot del socio di Armstrong, fino ad esaurimento delle mille copie. Dentro ci sono quattro cover rock ‘n roll asciutte come non si sentiva dai tempi dei Downliners Sect di cui i Bishops si legittimano da subito come gli eredi perfetti.

Gli “scarti” di quelle sedute vengono ora finalmente pubblicati in coda a quel fantastico singolo e a due documenti dell’unica registrazione in studio dei Chrome fra cui una cover di quella I Want Candy che qualche anno dopo, con Mike Spenser ormai sceso dall’auto per dare vita ai Cannibals, porterà al gruppo inglese una discreta visibilità in madre patria. Il resto del mondo continuerà invece ad ignorare una delle meraviglie del pre-punk inglese, una di quelle che con arroganza e spregiudicatezza teppista si permetterà di sfrondare i rami dell’intricata foresta prog per riportare l’orto botanico inglese all’incontaminata essenzialità dei primi anni Sessanta.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

DR. FEELGOOD – Malpractice (United Artists)  

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Nel 1975 i Dr. Feelgood sono la perfetta cartolina del quartiere da dove provengono. Un’autentica tanica di petrolio, come quelle delle raffinerie che tagliano la skyline di Canvey. Un serbatoio di benzina pronto ad esplodere.

Un ventre fertile dove il seme del rock ‘n roll, dell’R&B e del beat più intransigente può fecondare a ritmi incessanti. Tanto che a soli nove mesi dal disco d’esordio, sono già al secondo parto. Malpractice rinnova tenacemente il sogno di Wilko Johnson di perpetuare il ricordo di Johnny Kidd and The Pirates (spingendo, forse indirettamente ma forse neppure tanto, gli stessi Pirates alla reunion celebrata proprio dopo pochi mesi dall’uscita di questo album, NdLYS) tanto da sistemare in apertura una versione della I Can Tell di Bo Diddley perfettamente sovrapponibile a quella datane dal gruppo londinese tredici anni prima.

Il Dottor Feelgood asciuga ancora una volta il grasso accumulatosi attorno al rock ‘n roll e lo riporta nella sua forma più asciutta. Come delle bacche di Goji ne scioglie l’accumulo adiposo, riportando in mostra i contorni e le sporgenze delle sue ossa, imprimendo un’accelerazione al pub-rock (proprio con i proventi delle vendite di Malpractice Lee Brilleaux presterà a Jack Riviera i primi 400 pounds necessari per mettere in piedi la Stiff Records, NdLYS).

Un disco necessario per curare le malattie di cui è vittima il rock nella metà degli anni Settanta, portandolo a guarigione completa.   

                                                                                    Franco “Lys” Dimauro  

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THE 101’ers – Elgin Avenue Breakdown Revisited (EMI)  

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Il progetto cui Joe Strummer stava lavorando prima della sua morte, ovvero quello di rimettere in piedi la sua prima band e rieditarne il materiale con l’aggiunta di materiale inedito viene alla fine concluso grazie all’aiuto della sua compagna Lucinda Tait e pubblicato dalla EMI. E, nonostante la propagazione virale della rete stia rendendo quasi superflue operazioni simili, non possiamo che gioire nell’aggiungere un altro pezzo di plastica sullo scaffale di dischi occupati dal musicista inglese, questa volta pieno delle sue prime canzoni.

Siamo nel 1974 ed il primo ingaggio per portare al pubblico di Londra la propria musica, dopo aver girovagato mezza Europa con in braccio un ukulele cercando di suonare, su quello, le canzoni di Chuck Berry Joe Strummer lo ottiene dall’Elgin, per cinque sterline a serata. Per ottenerlo, Joe ritaglia un trafiletto del Melody Maker dove un giovane Allan Jones fa un bel complimento alla sua band dopo averla sentita suonare al Charlie Pig Dog, la casa occupata che gli 101’ers usano come quartier generale.

La band porta sul palco del club londinese e quindi in giro per gli altri locali della città il suo onesto pub-rock finchè sulla scena non irrompono i Sex Pistols, chiamati a far loro da spalla in una serata alla Nashville Room. Quella sarà la sera in cui il pub-rock passa il testimone al nuovo punk e che di fatto segna la fine degli 101’ers. Due mesi dopo, con una breve audizione muta al Shepherd’s Bush, nasceranno i Clash e Strummer coronerà in qualche modo il suo sogno di diventare uno “strimpellatore” di protesta come Woody Guthrie. Infatti è proprio così che lo chiamano i suoi compagni, a quel tempo: Woody. Anche se è più col rock ‘n roll di Chuck Berry e Diddley che sembra avere confidenza. E anche se ha già cominciato a scrivere canzoni convincenti come Lonely Mother’s Son (poi ceduta al repertorio dei Clash), Keys to Your Heart, 5 Star Rock ‘n Roll, Sweet Revenge (dove lo “stile” Strummer è già molto vicino a quello dei dischi dell’età adulta) cui manca solo la chitarra tagliente di Jones per diventare ciò di cui il mondo, pur senza saperlo ancora, ha di bisogno.

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

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PRETENDERS – Pretenders (Real)  

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Peccato che i negozianti di dischi lo avrebbero spostato dallo scaffale del punk a quello della new wave facendo così che i punk non lo trovassero. E che poi lo avressero rimesso da quello della new wave in quello del punk, cosicchè i new wavers non lo trovassero. E che lo avessero spostato poi in quello del power-pop facendone perdere le tracce a quelli che amavano l’hard rock. E che poi lo avessero rimesso in quello del punk quando a cercarlo erano gli amanti del rock commerciale.

Peccato che, alla fine, nonostante il successo e l’entusiasmo iniziali, in pochi abbiano ascoltato l’esordio dei Pretenders prestando davvero attenzione alle sue peculiarità e fermandosi al giubbotto rosso di Chrissie Hynde.

Peccato pure che poi tutto sia andato come poi è andato, con la band decimata dalle overdose e la Hynde che si adagia su un pop-rock di maniera e che tutti la ricordano più per aver cantato assieme agli UB40 ed esser convolata a nozze con Jim Kerr che per l’audacia iniziale con cui aveva dato il via all’avventura dei Pretenders.

Peccato insomma che per tutti i quarantenni di oggi, i Pretenders siano “quelli di Don’t Get Me Wrong”. E che per i loro figli non siano nessuno. E che ne’ gli uni ne’ gli altri si ricordino della chitarra di James Honeyman-Scott capace di mille trucchi, effetti speciali ed errori (l’accordo aperto su Lovers of Today) grazie ai quali canzoni come Space Invader, Precious, Tattooted Love Boys escono fuori dall’ordinarietà di un rock cui viceversa sono state in qualche modo destinate.

Inciso sotto la spinta delle produzioni pub-rock e power-pop di gente come Dave Edmunds, Police e Nick Lowe Pretenders viene invece tacciato di voler cavalcare in qualche modo, immeritatamente e fuori tempo massimo l’onda punk con la quale invece i Pretenders non hanno nulla a che spartire nonostante i brani che lo inaugurano sembrino riallarciarsi in qualche modo a certe pagine di Patti Smith e all’Iggy Pop irrequieto di Lust for Life.  

Insomma, forse furono presi un po’ alla lettera e si “pretese” da loro più di quello che avessero in mente.

Che era invece un onesto, robusto rock senza bandiere da sventolare.

Così che si evitarono la fatica di doverle ammainare, lasciando il compito ai tanti che si erano divertiti ad agitarle come sbandieratori di chissà quale incrollabile fede.

    

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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DR. FEELGOOD – Down by the Jetty (United Artists)

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Uno dei dischi più essenziali della storia del rock ‘n roll. Nel Gennaio del 1975, dopo la sbornia di tecnicismi della stagione prog, i Dr. Feelgood riportano la musica alla sua formula alchemica di base. Chitarra/basso/batteria/armonica e registrazione in mono. E’ l’idea del rock che Lee Collinson, John Sparkes e Chris White portano in giro per i pub dell’Essex. È musica ignorante e rozza per gente rozza e ignorante.  

Gente da terza classe che però si sa divertire assai. 

Per renderla ancora più efficace, agganciano un chitarrista che ha una tecnica approssimativa ma incisiva. Si chiama Wilko Johnson ed è l’unico fra loro a saper anche scrivere qualche canzone e a suonarla col suo stile inconfondibile e primitivo che non prevede l’uso di alcun accessorio fra le sue unghie e le corde della sua chitarra.

Il lunghissimo repertorio di cover blues, R & B e rock ‘n roll si arricchisce in fretta di un buon numero di pezzi propri. Così in fretta che i Dr. Feelgood, non appena firmata l’esclusiva con la United Artists, infilano velocemente un disco dietro l’altro. Nove in otto anni di contratto. Wilko suonerà nei primi quattro, poi metterà su una band tutta sua, senza grossa fortuna, e lavorerà a fianco ad altra gente poco raccomandabile come Ian Dury, Roger Daltrey, Mick Farren, Johnny Thunders, gli Stranglers.

Down by the Jetty è il primo della lista. Non il migliore. Però suona come una efficace manifestazione d’intenti. Oltre che suonare come una scatola di latta. I Dr. Feelgood sono per il pub-rock quello che i Troggs erano per la musica beat dieci anni prima. E quello che saranno i Mighty Caesars per la musica garage dieci anni dopo. Un disco, una band, dal suono cavernicolo. L’unico posto dove cercare riparo dai dinosauri che spopolavano là fuori.

Grazie Dr. Feelgood, per la sua medicina miracolosa.   

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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EDDIE AND THE HOT RODS – The Singles Collection (Captain Oi!)

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Il suono è spesso pericolosamente vicino a quello di Chuck Berry (Get Out of Denver) e a quello dei fratelli delle strade newyorkesi, Dictators in primis.

E non c’è da stupirsi, avendo radici e obiettivi comuni: riportare il rock ‘n roll alla sua essenzialità. E’ il messaggio che spianerà la strada al punk rock, da un lato e dall’altro dell’Atlantico.

In Inghilterra lo chiameranno pub-rock. In America proto-punk.

Ma è la stessa cosa: è il rock che torna in mano ai ragazzi, come era stato per le beat-bands degli anni Sessanta e, prima ancora, per i teddy boys degli anni ’50. Gli Hot Rods sono tra i migliori. Hanno un suono scattante, una buona scelta di covers e sanno scrivere pezzi animati da una rabbia misurata, buona per i lavoratori e i disoccupati che affollano i pub dopo le cinque di pomeriggio.

Teenage Depression e Do Anything You Wanna Do  sono gli anthem, sin dai titoli. Qui li trovate accatastati in ordine assieme alle altre facciate A dei 13 singoli della loro carriera.   

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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FIVE O’CLOCK HEROES – Bend to the Breaks (Glaze)  

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Non deve essere semplicissimo suonare così fortemente inglesi dalla parti di New York, eppure i 5o’CH, che albionici lo sono davvero, per metà, sono riusciti a tirarsi le simpatie di gran parte del giro “alternativo” che conta, proprio negli USA. Bend to the Breaks è un disco che suona sufficientemente retrò per piacere un po’ a tutti, di questi tempi: echi di teen-sound tardo anni-70. Che poi sarebbe il beat, quello storico, rivisto secondo la lente leggermente convessa del punk. Pensate a gente come Costello, il primo Joe Jackson, i Jam, i primi Police, i Vibrators. Siamo lì, incuneati tra accordi in levare e ritmica pesta. Non tutti i 12 brani hanno la potenza contagiosa di pezzi come Skin Deep o Holidays (esclusa dalla versione definitiva) scadendo a volte nel banale (l’enfasi duraniana di White Girls, NdLYS) ma più per ingenuità che per cattiveria.

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

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RICK RIVETS BAND – City Rockers (Captain Trip)    

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Rick Rivets è un pezzo di storia del rock newyorkese. Fondatore prima delle New York Dolls struccate nel 1971 e quindi di altre rock ‘n roll bands “di base” come Brats e Corpse Grinders. Gente che continuava a suonare Chuck Berry mentre tutt’intorno scoppiava l’ inferno. Tenuto fuori dalla reunion delle Dolls dello scorso anno

Rick sputa in qualche modo la sua rivincita chiamando a se altri reduci di quelle sue creature e dedicando questo disco ad Arthur Kane e alla sua amata città.

City Rockers suona esattamente come vi aspettereste da veterani di quella stagione: pub-rock elementare, che odora di una New-York un po’ arrugginita, sporca e romantica. Nessuno ucciderebbe più per canzoni come queste ma pezzi come Valley of Fear o Frozen Alive sprigionano quell’odore familiare che hanno certe muffe di casa che io trovo ancora irresistibile.

 

                                                                                      Franco “Lys” Dimauro

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EDDIE AND THE HOT RODS – Teenage Depression (Captain Oi!)  

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Il pub-rock fu il primo movimento di “reazione” alle atrocità del suono progressive dei primi anni Settanta. Ancor prima che la scena fosse sovvertita dall’imminente esplosione punk, le chitarre spigolose di Hot Rods, Count Bishops, Dr. Feelgood, Graham Parker, Brinsley Schwarz o 101‘ers restituirono il rock ‘n roll all’ essenzialità degli anni sessanta, riannodandosi alle radici della musica beat e a matrici soul/RnB scheletriche. Un’opera di “snellimento” assolutamente propedeutica e oltremodo necessaria. Questo primo album degli Hot Rods vive di queste pulsioni anche se il meglio lo trovate nelle abbondanti bonus tracks che comprendono i due EP live dello stesso anno e soprattutto le primissime tracce con l’armonica blues di Lew Lewis che rimangono tra le cose più pregevoli dell’intera loro carriera.

 

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro