AA. VV. – Live Stiffs Live (Stiff)  

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Nell’estate del 1977 Dave Robinson e Andrew Jakeman, titolari del marchio Stiff, pensano di presentare al pubblico tutti i neo-acquisti della loro scuderia in un tour promozionale chiamato 5 Live Stiffs e che porterà in giro per l’Inghilterra per 24 date Ian Dury, Elvis Costello, Nick Lowe, Wreckless Eric e Larry Wallis con tanto di musicisti al seguito, non necessariamente quelli delle band che li accompagnano su disco. Ma del resto l’idea che Dave e Jake vogliono trasmettere della loro etichetta è quella di un’unica, grande famiglia, e quella è.

Lo show prevede due ore e mezzo di concerto, con un set di mezz’ora per ogni act, con conclusione affidata puntualmente a quello che è l’inno del tour: una versione corale di Sex and Drugs and Rock ‘n Roll di Ian Dury.

Un esperimento promozionale costato all’epoca qualcosa come 11000 Sterline, recuperati solo in parte.

Il souvenir discografico (ne esiste anche una versione video, già annunciata all’epoca sulla copertina ma in realtà resa pubblica solo nel 2014, NdLYS) dell’avvenimento è risicatissimo e purtroppo, malgrado gli scaffali siano affollati di ristampe deluxe, gran turismo e station wagon, nessuno si è preso la briga di allungare la striminzita scaletta di trentacinque minuti. Cosicché dopo quarant’anni Live Stiffs Live rimane quel che fu allora: un piccolo documento di un’attitudine, quello della Stiff, dove l’identificazione fra artista, pubblico ed etichetta era un requisito essenziale per l’affermazione della Stiff come etichetta più cool dell’Inghilterra, anche sotto il fuoco “nemico” del punk (il cui primo B-52 di era alzato proprio sotto l’egida della label londinese).

La musica è quella cui pensate ogni volta che il logo della Stiff passa sotto i vostri musi. Se non vi piace…it ain’t worth a fuck.   

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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THE CANNIBALS – …Bone to Pick (Hit)  

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L’avventura di Mike Spenser con i Count Bishops non era durata più di un anno.

Poi, la sua visione sempre più radicale lo avrebbe portato velocemente allo scontro con i compagni raggiunti dall’America solo un anno prima. Il passo successivo, dopo un infruttuoso approccio con Malcolm McLaren che lo avrebbe voluto alla guida di quelli che sarebbero diventati i Sex Pistols, sarebbe stata una band che avrebbe portato la restaurazione dei Bishops ad un fanatismo ancora più esasperato. Mike Spenser è uno dei primi filologi di questa estetica “trash” che si sarebbe presto coagulata a Brixton, nei venerdì sera del The Garage dove si sarebbero alternate sul palco band come Milkshakes, Surfadelics, Prisoners, Stingrays, X-Men, Changelings, Vertex, Corvettes e i suoi Cannibals.

Quella che viene sperimentata dentro il club di Londra e che verrà etichettata come Trash Music è il vero anello di congiunzione tra la pub-music dei tardi anni Settanta e il neo-garage del decennio successivo.

Il tentativo è quello di riportare il rock ‘n roll alla verginità dell’epoca immediatamente precedente all’esplosione della Beatlemania. Ogni contaminazione con la psichedelia e le orchestrazioni è bandita. La sperimentazione, quando c’è (qui un esempio potrebbe essere The Dreaded Lurgy), si ferma alle follie di produttori come Joe Meek e Kim Fowley.

…Bone to Pick, unico album dei Cannibals a non mettere le mani nel canzoniere, seppur dimenticato, altrui è un esordio folgorante vergognosamente ignorato dal pubblico, anche quello che da lì a poco si sarebbe radunato sotto il palco per band sixties-oriented ben più modeste.

Mike sa scrivere ottime canzoni, infarcite dei più ovvi ma più necessari luoghi comuni del rock ‘n roll basico. I’m Not Stupid, Blasphemy, Mumbo Jumbo, Led Astray, il rockabilly lordo di armonica di Spontaneous Combustion e la rollingstoniana Mind Your Own Business ne sono una testimonianza inequivocabile.

Chissà se mai qualcuno di voi, animali ammansiti da Youtube, si prenderà la briga di andarlo a rimettere sul piatto.       

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

BRINSLEY SCHWARZ – It’s All Over Now (Mega Dodo)  

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Sui Brinsley Schwarz si sarebbe dovuto fare un film.

Non leggetela come un’esagerazione. È cronaca. Circa una decina di anni fa una casa di produzione di Hollywood era interessata a documentare quello che sarebbe passato alla storia come il Brinsley Schwarz Hype. Poi, non se ne fece più nulla. Non che io sappia almeno.

Il film si proponeva di portare sul grande schermo uno dei più grandi disastri promozionali della storia, organizzato proprio per il lancio della carriera di questa allora del tutto sconosciuta band inglese. Un debutto organizzato al Fillmore East di New York con tanto di spese pagate per ben 134 giornalisti inglesi che avrebbero poi dovuto scrivere chissà quali delizie sull’esibizione del gruppo a fianco di Van Morrison e Quicksilver Messenger Service.

Le cose purtroppo non andarono come previsto. L’aereo riservato ai giornalisti ha qualche problema subito dopo il volo e il comandante decide di fare una sosta in Irlanda. Ora, cosa vuoi fare in Irlanda quando non hai un cazzo da fare se non aspettare per un tempo infinito che i meccanici riparino il tuo aereo? Bere, ovviamente. La seconda parte del viaggio è dunque un vero disastro, con la fusoliera dell’aereo trasformata in un’enorme latrina di succhi gastrici. All’arrivo a New York due terzi dell’allegra (molto allegra, inizialmente) carovana va in coma etilico nel suo albergo. Dei pochi impavidi che si trascinano al Fillmore, molti vengono bloccati all’ingresso per evitare sicure molestie. Quelli che passano racconteranno di un’esibizione “poco lucida”. Riferendosi forse più alla loro condizione che a quella dei Brinsley Schwarz. Ma ormai la frittata era fatta. L’avvio della carriera della band inglese si rivelerà un flop colossale di cui pagherà lo scotto per tutta la sua quinquennale storia.

La “riabilitazione” sarebbe arrivata tardiva, con la canonizzazione del pub-rock di cui loro furono profeti e l’avvio della carriera solista di Nick Lowe e l’ingresso di Brinsley e Bob Andrews tra le fila dei Rumour di Graham Parker. Troppo tardi, dunque. Siamo già nella metà degli anni Settanta e i Brinsley Schwarz hanno fermo in “officina” il loro settimo album che varcherà la saracinesca solo nel 1988, esposto neppure tanto bene da Ian Gomm nel suo cortile privato. La sua prima stampa su compact disc arriva adesso, quasi venti anni più tardi, per l’inglese Mega Dodo. La musica della formazione, già vecchia all’epoca della sua nascita, appare oggi antiquata come la sala da pranzo dei vostri bisnonni. Del resto i Brinsley non erano altro che dei restauratori e degli intrattenitori sopraffini.

Come i Drifters, ma con la pelle bianchissima.

Pop edulcorato, una spruzzata di musica nera (soul, ballad, reggae) opportunamente disidratata, country-rock da birreria, qualche puntatina nel blues-rock (Everybody e Give Me Back My Love nell’album in questione) e nessuna voglia di fare del male a qualcuno. Se non involontariamente, come il famoso disastro del Fillmore, film o meno, non smette di ricordarci.   

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

DIRTY LOOKS – 12 O’Clock High (Stereoblige) / SWEATMASTER – Sharp Cut (Bad Afro) / GILJOTEENS – Without You (Screaming Apple)

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Se saprà mantenere quanto promesso nella sua lista di next-releases il catalogo della Stereoblige diverrà presto una delle più interessanti labels di reissues internazionali, con la differenza che si tratta di un marchio tutto italiano e di vantare tra le uscite in programma nomi come Kilkenny Cats, Philisteins, Yard Trauma, Stomachmouths, Deep Six, Kliek, Fourgiven. Roba che, viste le premesse date da questa curatissima retrospettiva inaugurale (ottimi masters, splendido packaging, bonus tracks, booklet ricco) potrebbe davvero far urlare al miracolo, qui in Italia: 12 O’Clock High mette assieme il primo omonimo LP dei Dirty Looks e ben 13 bonus tracks. Pur provenendo dall’area metropolitana di N.Y., il suono della band aveva un appeal molto inglese tanto che il loro debutto venne licenziato dapprima proprio in U.K. dalla storica Stiff. Parliamo di grande guitar pop, robusto ma dotato di un grande estro melodico. Se stravedete per Beat o Plimsouls fatelo vostro assolutamente. www.notymerecords.com

Attualissimi invece i Finlandesi Sweatmaster, finalmente al debutto “lungo”. Sharp Cut esce per Bad Afro e in UK per Must Destroy, la nuova etichetta messa su dagli A&R “rei” di aver portato gli Hives alla corte della Poptones, con tutto ciò che ne è conseguito. E il successo che il secondo estratto ha già riscosso alla BBC e alla XFM la dice lunga sugli interessi degli inglesi in questo momento. Il suono degli Sweat è pura demenza rawk ‘n roll, becero, sporco, triviale e raunchy. Nessuna distrazione è consentita. Basso/chitarra/batteria/voce, tutto come un treno. Accordi secchi, energia pura, ritmica senza sbavature, testi sboccati da luride canaglie. Non so che cazzo ascoltiate voi, ma per me roba come Wanna See It Done I Am a Demon sono da antologia del rock ‘n roll. Grezzissimo hard rock suonato da punkettoni con zero voglia di starsela a menare sugli strumenti.

Esce per Screaming Apple il nuovo singolo dei Giljoteens col consueto ottimo lavoro di beat dai ricami folk acidi e variopinti. Francamente capisco perché un personaggio come Jens Lindbergh sia letteralmente impazzito per loro: pezzi come Time to GoAway From Me o Without You sono roba inavvicinabile da gran parte di sixties-bands in circolazione, così “dentro” il suono di un’epoca, eppure di una bellezza così struggente da indurre a commozione.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

COUNT BISHOPS – Speedball plus 11 (Chiswick)  

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Il famoso SW1.

Ovvero il Penny Black della musica indipendente britannica.

La nascita dei Count Bishops e della Chiswick è contestuale ed è databile nell’estate del 1975 quando, dalle ceneri dei Chrome londinesi e dopo aver reclutato un paio di nuovi musicisti attraverso un annuncio sul Melody Maker, Mike Spenser e Zenon Hierowski danno fuoco alle polveri pub-rock della vecchia band dentro i serbatoi dei Count Bishops. A portarli in studio per registrare una dozzina di cover è Roger Armstrong, che decide di pubblicare i pezzi che possono starci dentro un sette pollici tenendo da parte gli altri e mette in piedi a tal proposito un’etichetta da cui da lì ad un paio d’anni si troveranno a transitare band come Damned e Motörhead. Speedball esce il 28 Novembre di quell’anno, “distribuito” e venduto nel cofano della Peugeot del socio di Armstrong, fino ad esaurimento delle mille copie. Dentro ci sono quattro cover rock ‘n roll asciutte come non si sentiva dai tempi dei Downliners Sect di cui i Bishops si legittimano da subito come gli eredi perfetti.

Gli “scarti” di quelle sedute vengono ora finalmente pubblicati in coda a quel fantastico singolo e a due documenti dell’unica registrazione in studio dei Chrome fra cui una cover di quella I Want Candy che qualche anno dopo, con Mike Spenser ormai sceso dall’auto per dare vita ai Cannibals, porterà al gruppo inglese una discreta visibilità in madre patria. Il resto del mondo continuerà invece ad ignorare una delle meraviglie del pre-punk inglese, una di quelle che con arroganza e spregiudicatezza teppista si permetterà di sfrondare i rami dell’intricata foresta prog per riportare l’orto botanico inglese all’incontaminata essenzialità dei primi anni Sessanta.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

DR. FEELGOOD – Malpractice (United Artists)  

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Nel 1975 i Dr. Feelgood sono la perfetta cartolina del quartiere da dove provengono. Un’autentica tanica di petrolio, come quelle delle raffinerie che tagliano la skyline di Canvey. Un serbatoio di benzina pronto ad esplodere.

Un ventre fertile dove il seme del rock ‘n roll, dell’R&B e del beat più intransigente può fecondare a ritmi incessanti. Tanto che a soli nove mesi dal disco d’esordio, sono già al secondo parto. Malpractice rinnova tenacemente il sogno di Wilko Johnson di perpetuare il ricordo di Johnny Kidd and The Pirates (spingendo, forse indirettamente ma forse neppure tanto, gli stessi Pirates alla reunion celebrata proprio dopo pochi mesi dall’uscita di questo album, NdLYS) tanto da sistemare in apertura una versione della I Can Tell di Bo Diddley perfettamente sovrapponibile a quella datane dal gruppo londinese tredici anni prima.

Il Dottor Feelgood asciuga ancora una volta il grasso accumulatosi attorno al rock ‘n roll e lo riporta nella sua forma più asciutta. Come delle bacche di Goji ne scioglie l’accumulo adiposo, riportando in mostra i contorni e le sporgenze delle sue ossa, imprimendo un’accelerazione al pub-rock (proprio con i proventi delle vendite di Malpractice Lee Brilleaux presterà a Jack Riviera i primi 400 pounds necessari per mettere in piedi la Stiff Records, NdLYS).

Un disco necessario per curare le malattie di cui è vittima il rock nella metà degli anni Settanta, portandolo a guarigione completa.   

                                                                                    Franco “Lys” Dimauro  

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THE 101’ers – Elgin Avenue Breakdown Revisited (EMI)  

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Il progetto cui Joe Strummer stava lavorando prima della sua morte, ovvero quello di rimettere in piedi la sua prima band e rieditarne il materiale con l’aggiunta di materiale inedito viene alla fine concluso grazie all’aiuto della sua compagna Lucinda Tait e pubblicato dalla EMI. E, nonostante la propagazione virale della rete stia rendendo quasi superflue operazioni simili, non possiamo che gioire nell’aggiungere un altro pezzo di plastica sullo scaffale di dischi occupati dal musicista inglese, questa volta pieno delle sue prime canzoni.

Siamo nel 1974 ed il primo ingaggio per portare al pubblico di Londra la propria musica, dopo aver girovagato mezza Europa con in braccio un ukulele cercando di suonare, su quello, le canzoni di Chuck Berry Joe Strummer lo ottiene dall’Elgin, per cinque sterline a serata. Per ottenerlo, Joe ritaglia un trafiletto del Melody Maker dove un giovane Allan Jones fa un bel complimento alla sua band dopo averla sentita suonare al Charlie Pig Dog, la casa occupata che gli 101’ers usano come quartier generale.

La band porta sul palco del club londinese e quindi in giro per gli altri locali della città il suo onesto pub-rock finchè sulla scena non irrompono i Sex Pistols, chiamati a far loro da spalla in una serata alla Nashville Room. Quella sarà la sera in cui il pub-rock passa il testimone al nuovo punk e che di fatto segna la fine degli 101’ers. Due mesi dopo, con una breve audizione muta al Shepherd’s Bush, nasceranno i Clash e Strummer coronerà in qualche modo il suo sogno di diventare uno “strimpellatore” di protesta come Woody Guthrie. Infatti è proprio così che lo chiamano i suoi compagni, a quel tempo: Woody. Anche se è più col rock ‘n roll di Chuck Berry e Diddley che sembra avere confidenza. E anche se ha già cominciato a scrivere canzoni convincenti come Lonely Mother’s Son (poi ceduta al repertorio dei Clash), Keys to Your Heart, 5 Star Rock ‘n Roll, Sweet Revenge (dove lo “stile” Strummer è già molto vicino a quello dei dischi dell’età adulta) cui manca solo la chitarra tagliente di Jones per diventare ciò di cui il mondo, pur senza saperlo ancora, ha di bisogno.

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

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PRETENDERS – Pretenders (Real)  

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Peccato che i negozianti di dischi lo avrebbero spostato dallo scaffale del punk a quello della new wave facendo così che i punk non lo trovassero. E che poi lo avressero rimesso da quello della new wave in quello del punk, cosicché i new wavers non lo trovassero. E che lo avessero spostato poi in quello del power-pop facendone perdere le tracce a quelli che amavano l’hard rock. E che poi lo avessero rimesso in quello del punk quando a cercarlo erano gli amanti del rock commerciale.

Peccato che, alla fine, nonostante il successo e l’entusiasmo iniziali, in pochi abbiano ascoltato l’esordio dei Pretenders prestando davvero attenzione alle sue peculiarità e fermandosi al giubbotto rosso di Chrissie Hynde.

Peccato pure che poi tutto sia andato come poi è andato, con la band decimata dalle overdose e la Hynde che si adagia su un pop-rock di maniera e che tutti la ricordano più per aver cantato assieme agli UB40 ed esser convolata a nozze con Jim Kerr che per l’audacia iniziale con cui aveva dato il via all’avventura dei Pretenders.

Peccato insomma che per tutti i quarantenni di oggi, i Pretenders siano “quelli di Don’t Get Me Wrong”. E che per i loro figli non siano nessuno. E che ne’ gli uni ne’ gli altri si ricordino della chitarra di James Honeyman-Scott capace di mille trucchi, effetti speciali ed errori (l’accordo aperto su Lovers of Today) grazie ai quali canzoni come Space Invader, Precious, Tattooted Love Boys escono fuori dall’ordinarietà di un rock cui viceversa sono state in qualche modo destinate.

Inciso sotto la spinta delle produzioni pub-rock e power-pop di gente come Dave Edmunds, Police e Nick Lowe Pretenders viene invece tacciato di voler cavalcare in qualche modo, immeritatamente e fuori tempo massimo l’onda punk con la quale invece i Pretenders non hanno nulla a che spartire nonostante i brani che lo inaugurano sembrino riallarciarsi in qualche modo a certe pagine di Patti Smith e all’Iggy Pop irrequieto di Lust for Life.  

Insomma, forse furono presi un po’ alla lettera e si “pretese” da loro più di quello che avessero in mente.

Che era invece un onesto, robusto rock senza bandiere da sventolare.

Così che si evitarono la fatica di doverle ammainare, lasciando il compito ai tanti che si erano divertiti ad agitarle come sbandieratori di chissà quale incrollabile fede.

    

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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DR. FEELGOOD – Down by the Jetty (United Artists)

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Uno dei dischi più essenziali della storia del rock ‘n roll. Nel Gennaio del 1975, dopo la sbornia di tecnicismi della stagione prog, i Dr. Feelgood riportano la musica alla sua formula alchemica di base. Chitarra/basso/batteria/armonica e registrazione in mono. E’ l’idea del rock che Lee Collinson, John Sparkes e Chris White portano in giro per i pub dell’Essex. È musica ignorante e rozza per gente rozza e ignorante.  

Gente da terza classe che però si sa divertire assai. 

Per renderla ancora più efficace, agganciano un chitarrista che ha una tecnica approssimativa ma incisiva. Si chiama Wilko Johnson ed è l’unico fra loro a saper anche scrivere qualche canzone e a suonarla col suo stile inconfondibile e primitivo che non prevede l’uso di alcun accessorio fra le sue unghie e le corde della sua chitarra.

Il lunghissimo repertorio di cover blues, R & B e rock ‘n roll si arricchisce in fretta di un buon numero di pezzi propri. Così in fretta che i Dr. Feelgood, non appena firmata l’esclusiva con la United Artists, infilano velocemente un disco dietro l’altro. Nove in otto anni di contratto. Wilko suonerà nei primi quattro, poi metterà su una band tutta sua, senza grossa fortuna, e lavorerà a fianco ad altra gente poco raccomandabile come Ian Dury, Roger Daltrey, Mick Farren, Johnny Thunders, gli Stranglers.

Down by the Jetty è il primo della lista. Non il migliore. Però suona come una efficace manifestazione d’intenti. Oltre che suonare come una scatola di latta. I Dr. Feelgood sono per il pub-rock quello che i Troggs erano per la musica beat dieci anni prima. E quello che saranno i Mighty Caesars per la musica garage dieci anni dopo. Un disco, una band, dal suono cavernicolo. L’unico posto dove cercare riparo dai dinosauri che spopolavano là fuori.

Grazie Dr. Feelgood, per la sua medicina miracolosa.   

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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EDDIE AND THE HOT RODS – The Singles Collection (Captain Oi!)

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Il suono è spesso pericolosamente vicino a quello di Chuck Berry (Get Out of Denver) e a quello dei fratelli delle strade newyorkesi, Dictators in primis.

E non c’è da stupirsi, avendo radici e obiettivi comuni: riportare il rock ‘n roll alla sua essenzialità. È il messaggio che spianerà la strada al punk rock, da un lato e dall’altro dell’Atlantico.

In Inghilterra lo chiameranno pub-rock. In America proto-punk.

Ma è la stessa cosa: è il rock che torna in mano ai ragazzi, come era stato per le beat-bands degli anni Sessanta e, prima ancora, per i teddy boys degli anni ’50. Gli Hot Rods sono tra i migliori. Hanno un suono scattante, una buona scelta di covers e sanno scrivere pezzi animati da una rabbia misurata, buona per i lavoratori e i disoccupati che affollano i pub dopo le cinque di pomeriggio.

Teenage Depression e Do Anything You Wanna Do  sono gli anthem, sin dai titoli. Qui li trovate accatastati in ordine assieme alle altre facciate A dei 13 singoli della loro carriera.   

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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