IGGY POP – “Zombie Birdhouse” (Animal)  

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Scaricato dalla Arista in seguito alle ristrutturazioni aziendali dei primi anni Ottanta Iggy Pop è costretto a trovare il suo ennesimo rifugio. L’angelo che lo soccorre ha stavolta le sembianze di Chris Stein, il bassista dei Blondie che ha da poco messo in piedi una nuova etichetta e che gli sovvenziona, oltre al solito alloggio di fortuna, le sessions di registrazione e la stampa del nuovo disco, cui egli stesso mette mano come produttore e bassista.

“Zombie Birdhouse” suona come l’impianto di ventilazione della latrina degli Stooges. Un prodotto di scarto industriale a tratti vicino alla disco music gotica e fluorescente dei Bauhaus di Mask, dei Public Image e dei Throbbling Gristle o a quella funky dei Talking Heads e che anticipa, a tratti e accelerato a dovere (provate a suonare a 45 giri una traccia come Life of Work, NdLYS), il motorik cibernetico dei Sigue Sigue Sputnik. Una vasca da bagno piena di merda dentro cui il padre del punk sguazza chiedendo alle sue groupies di urinargli addosso.    

È un disco nichilista, decadente e invendibile, afoso, irrespirabile, asfittico, malsano. Impastato nell’ozio malato che rigenera il corpo una volta smaltita la dose di odio che lo percorre. La deriva assoluta, l’unica praticabile dell’asfissia annichilente di The Idiot, della wave berlinese e dei dischi dei Joy Division (il cui raggelante suono da freezer sembra venire fuori dal frigo aperto di Platonic).    

Un lavoro caotico e a tratti straziante, assolutamente fuori contesto e fuori rotta, se mai ce n’è stata una nella carriera del cantante del Michigan, una poltiglia acida dove ci sono un sacco di cose fuori posto, che sembrano andare per i cazzi loro anche quando un riff più ficcante degli altri (Bulldozer) sembra voler riportare sui binari il vagone impazzito dentro cui si è chiuso Iggy e che rotola sulla strada come la scatola di latta ammaccata dei Public Image, in attesa che qualcuno le dia un calcio che la scaraventi oltre il selciato.  

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

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WIRE – Send (Pinkflag)    

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Quando torni nel posto da cui eri stato cacciato.

E ci torni per fare male.

Così suona Send dei Wire.

Che è un terzo That Petrol Emotion (Being Watched, ad esempio) e un terzo Ministry (In the Art of Stopping, sempre per esempio).

Il restante terzo sono i Wire, armati di spranghe.

I nuovi pezzi della band inglese suonano dritti come sfilassero via su un treno cyberpunk. Anzi, come fossero essi stessi quei vagoni.

Nice Streets Above, Comet, In the Art of Stopping, Mr. Marx’s Table, Read & Burn, Half Eaten viaggiano tutte così, meccaniche, fredde e traslucide, aggredendo le rotaie e gli audaci che stanno defecando a lato dei binari.  

Il ricompattamento delle “fila” dei Wire sembra quello rigoroso di un plotone militare più che quello di una band. E forse eccedono nel present-arm, finendo anche per mirare e sparare alla fantasia, quando questa passa.

Però Send è un disco senza compromessi, senza ammiccamenti, che non si struscia sulle gambe dei discografici come certi cagnolini di piccola taglia che hanno necessità di eiaculare. Send è un disco dei Wire giovani per la terza volta.

Noi qui, sventoliamo i nostri fazzoletti ben stirati mentre attendiamo che passino i loro vagoni.

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

TOM VERLAINE – Cover (Virgin)

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Rumori di ossa e di specchi che si frantumano e poi un ricamo simile ad un pungi mediorientale che appare come un cobra dal cesto di un incantatore di serpenti, prima di venire divorato anch’esso dalla mano assassina di Verlaine.   

Uno dei brani più belli di tutta la new-wave americana è chiuso, come un gioiello in uno scrigno, dentro il quarto album di Tom Verlaine. Si intitola Travelling ed è un funky plastico e finto-persiano buono per la danza del ventre di piccoli gnomi meccanici. Un pezzo che puoi immaginare solo se hai la fantasia di uno come Verlaine e se riesci a far dire alla tua chitarra cose balbuzienti e dislessiche con l’eleganza del culo di un pavone.

Una follia onirica che parla di viaggi e figlie presunte e di talismani che possano fare da scudo all’anima. Una stregoneria.

Varrebbe la pena mettersi in casa Cover anche solo per scavare dentro questi due centimetri di solchi fino a renderli più piatti e logori degli altri, che tuttavia meritano altrettanto di essere arati e mietuti come un campo di grano dorato. Perché già quando parte la pioggia rada di note di Five Miles of You ti senti piccolo, come se quella mano che sparge gocce d’acqua e di cristallo fosse la mano di Dio.

E sai che quando Dio inizia a far piovere, c’è sempre il rischio che arrivi un diluvio a trascinarti via, tu che sei solo un granello di polvere cui ti è stata concessa la bellezza e non l’hai saputa apprezzare.  

E che l’arcobaleno è una menzogna colorata.   

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

 

MICK KARN – Dreams of Reason Produce Monsters (Virgin)  

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Tutta la ritualità misteriosa ed esotica dei Japan risuona dentro Dreams of Reason Produce Monsters, capolavoro del geniale bassista cipriota in cui l’apporto dei fratelli Batt in termini di scrittura e di esecuzione torna ad essere basilare, ricreando quell’alchimia perfetta degli ultimi Japan e costruendo un capolavoro di architettura carica di curve, archi, figure convesse. Il lavoro al pennello di Mick è stavolta più misurato, meno straripante, sebbene rimanga sempre inconfondibile la sua capacità di creare figure tridimensionali e rigurgitanti e nonostante sia proprio uno di questi rigurgiti ad accoglierci proprio in apertura di lavoro, nella bellissima foresta adunca di First Impression.

Ed è una scelta voluta e consapevole, quasi a volersi scrollare addosso il ruolo di abilissimo musicista di cui il mondo sembra essersi accorto con ritardo pachidermico. Sebbene le strutture rimangano ampiamente libere, c’è stavolta un maggior senso di compiutezza oggettiva, ci sono canzoni con cui si può scendere a compromessi con maggior facilità, soprattutto quando a prendere posto al microfono è ovviamente David Sylvian e ci sono tanti, tantissimi paesaggi di bambù e pareti di carta di riso dietro cui si muovono le composte forme delle geishe e le opulente sagome dei samurai cui la sua ex-band ci aveva abituato: Land, Language of Ritual, Dreams of Reason, Buoy.

Posti che ci invitano ancora una volta all’approdo in terre lontane.

Mick Karn come un Marco Polo tira via l’àncora, puntando il dito verso oriente.

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

 

 

THE GOOD, THE BAD AND THE QUEEN – Merrie Land (Studio 13)   

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The Good, the Bad and the Queen hanno fatto un altro disco che fra un paio d’anni non ascolterà più nessuno, forse neppure loro. Un album che si regge sull’attualità del tema (quello della Brexit) e che su quel tema costruisce una musica cinematografica nella quale sembra davvero di vedere l’isola britannica andare alla deriva con tutto il suo carico di anime, come una nave da crociera che ha spento i motori proprio mentre nella sala-teatro si tiene uno spettacolo da circo. Attori, marionette e suonatori sembrano disorientati. Lo show diventa zoppicante, le musiche si ingrigiscono, tutto diventa una baldoria triste, come un disco dei Madness che si inceppa, un carillon fuori fase.

Le canzoni di Merrie Land sono prive di ritornelli, di motivetti da cantare. Galleggiano indossando un Wurlitzer di salvataggio e annegano nella cristalleria evocata dai suoni della marimba, di un oboe, dei flauti. Sono canzoni con la spina nel fianco, drammatiche e goffe come degli Smiths sgonfiati o il Sandinista! stantio di Broadway e Hitsville U.K..  

Come Ribbons e The Poison Tree, naufragio definitivo dei Blur di The Universal e Tender.

L’Inghilterra, orfana più che di Europa di veri capolavori autoctoni, ve lo paragonerà a qualche disco dei Kinks o addirittura dei Beatles. Invece sembra il locale caldaie dello Yellow Submarine invaso dalle alghe.

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

 

LOW – Double Negative (Sub Pop)  

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Double Negative è la musica di una razza senza più terre da conquistare, senza più cibo sano da ingerire, senza acque pure da bere. Destinata probabilmente al cannibalismo per sottrarsi all’estinzione. O ad una mutazione genetica che possa adattare l’uomo a condizioni di vita che finora immaginiamo inumane, probabilmente affidando alle macchine e alla scienza la nostra sopravvivenza.  

Una razza destinata a polverizzarsi dopo aver sgretolato ogni millimetro del suo pianeta.

Un immaginario apocalittico che non è distante dalla realtà e che in qualche modo risuona qui dentro, in un ticchettio nebuloso ed opprimente.

Double Negative è il suono di quelle macchine che tentano di tenere in vita l’uomo, inceppandosi spesso anch’esse, come se stessero caricando un peso eccessivo perfino per la loro vita senza anima, per i loro muscoli bionici. Trascinandosi a fatica, come un enorme tapis-roulant che debba trasportare otto miliardi di persone su un altro pianeta. Sono musiche che non consolano, le nuove dei Low. Hanno dentro un senso di grevità abnorme, smisurata, paradossale. Non accennano a nessun gesto di ottimismo, di speranza. Suonano come dei congelatori installati a casa di Belzebù, oppressi dall’umiliante incarico di dover raffreddare quel che per sua natura non può conoscere la rinfrescante carezza del freddo.

E poi ci sono canti come preghiere. Inascoltate.

Per questo più simili al pianto. Versato dentro dei bicchieri di cristallo. Come per una eucarestia. L’ultima, prima del grande viaggio.                                        

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

PETER GABRIEL – So (Charisma)

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Peter Gabriel fu l’uomo-alieno dalle antenne invisibili.

L’uomo-alieno in grado di percepire, nel pieno della corrente prog, che quei mondi fatati di cui anche i suoi Genesis cantarono, erano destinati ad essere spazzati via da un’onda violentissima che era lì lì per abbattersi sull’Inghilterra, seppellendo quei paesaggi immaginifici per un tempo abbastanza lungo per potersene prima dimenticare e poi, sentirne la nostalgia. Gabriel a quel punto si era reinventato uomo, addirittura uomo-scimmia. Masticando bacche che erano già intinte nei succhi della new-wave, l’onda anomala che la profezia aveva annunciato. I suoi primi quattro dischi erano nati così, figli dell’uomo-reinventato.

So arriva a metà degli anni Ottanta.

Arriva in un periodo fondamentale, ovvero quando i grandi reduci si stanno reimponendo al pubblico mainstream grazie al supporto dei video musicali che garantiscono visibilità e penetrano nei salotti: è il momento in cui Sting, i Queen, i Simple Minds, David Bowie, addirittura Iggy Pop escono fuori dalla tv e ballano assieme agli impiegati durante il loro riposo infrasettimanale. Una sorte cui non si sottrae neppure Peter Gabriel, forte di un video colossale (sarà il detentore del record come la clip più trasmessa su MTV per qualche anno) come quello che accompagna Sledgehammer, sorta di soul tecnologico pensato per l’uomo ingordo ed ipermoderno di quel decennio, dove i fiati e il basso astronomico di Tony Levin (ah, dimenticavo, il successo di massa riguarda solo chi tiene il microfono in mano e ci mostra la faccia dallo schermo tv, il resto rimane roba di culto, NdLYS) si gonfiano come le tette che i chirurghi estetici negli anni Ottanta realizzano con frequenza e precisione crescenti.

Come fosse la trionfale overture dell’Aida, So viene spinto verso un successo popolare inimmaginabile, aiutato anche dal fatto che per la prima volta sfoggia una copertina da classica discoteca borghese. Peter Gabriel e il pubblico si vengono incontro reciprocamente, inchinandosi l’un l’altro fin quasi a cozzare le teste.

Gabriel capisce, da ex-alieno con le antenne, che il momento di sperimentare è terminato (magari relegando la ricerca alla parallela discografia di colonne sonore) e che è arrivato il momento di “ingrandire”. So è il Gabriel dalle vetrine ampissime e stipate di tanti ninnoli e suppellettili quanto l’occhio del passante non riesce neppure a cogliere. Lampadari sfavillanti accanto ad esotico piattellame terzomondista messi in mostra da chi della volpe ha appeso al chiodo il costume ma non la furbizia, per un campionario che soddisfa i palati più raffinati (Mercy Street, immensa distesa di sabbia dove mettere a riposare la carovana nomade oppure la ballata per geishe occidentalizzate di This Is the Picture) e quelli più kitsch (Big Time, con tutti gli sbrilluccichìi tipici del funky anni Ottanta), gli spiriti romantici (il duetto svenevole di Don’t Give Up) e quelli più avventurosi (We Do What We’re Told, sorta di declivio che trasporta il Bowie berlinese fin dentro il porto di Bristol, NdLYS), abominevole plastica del mondo al di qua della Cortina e riciclati tessuti provenienti da tutti i mondi in coda al Primo.     

Dietro il bancone si aggira un team colossale: Nile Rodgers, Kate Bush, Stewart Copeland, Laurie Anderson, Bill Laswell, Mark Rivera, Wayne Jackson, P.P. Arnold, Yossou N’Dour, Daniel Lanois, Shankar, Tony Levin, Jerry Marotta.

Come sedersi in cima al mondo a guardare le scie delle comete.

Gabriel si alza con volo di arcangelo, sapendo che domani nulla sarà come prima.    

                       

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

DAVID SYLVIAN – Dead Bees on a Cake (Virgin)  

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Il viaggio nell’alveare di dodici anni prima arriva alla sua conclusione con la messa in scena della morte delle api di Dead Bees on a Cake, vertice del percorso mistico ascendente di David Sylvian.

È l’ultima installazione del Sylvian crooner tardo-romantico prima delle piogge elettroniche che si rovesceranno copiose sui dischi del nuovo secolo.

Mentre Dio avvicina lentamente la sua coppa di veleno alle labbra dell’ignaro Sylvian, David si abbandona alle musiche e alle religioni induista e buddista e ad uno sconfinato amore per Madre Natura, sigillando il suo disco più etnico ma pure quello in cui la ricerca dell’equilibrio perfetto lo porta a far emergere il suo lato più femminile, cercando proprio nelle donne le alleate spirituali più consone a denudare questo suo lavoro di comunione dei generi.

Sono donne carnali ma anche donne di spirito quelle che ispirano canzoni come Krishna Blue, All My Mother’s Names, Praise, The Shining of Things e Thalheim. L’omogeneità tematica ed ispirativa è tuttavia controbilanciata da una scaletta quanto mai varia che mette in sequenza strumenti tradizionali occidentali (il dobro) e orientali (le tabla), orchestrazioni sinfoniche, blues, musica rituale, distese ambient, campionamenti, mutanti mostri Waitsiani o salti antigravitazionali sostenuti esclusivamente dal suono ermafrodita del Fender Rhodes.

Un album dall’animo mutante, specchio di una ricerca altrettanto mutevole e ostinata della felicità. Che non sempre viene, ma noi continuiamo a prepararci ad accoglierla.   

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

ARCTIC MONKEYS – Tranquility Base Hotel + Casino (Domino)  

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Volevo solo essere uno degli Strokes. E invece guarda che casino mi hai fatto fare” è forse uno degli incipit più belli che io abbia ascoltato in tempi recenti. Il nuovo album degli Arctic Monkeys invece una delle metamorfosi più inaspettate dell’anno, assieme a quella di Jack White. Un disco coraggioso come quello. Per la determinazione con cui decide di cambiare rotta, di sovvertire le regole base del pranzo a buffet mettendo sul tavolo bocconi di nouvelle cousine mentre tutti erano pronti ad ingozzarsi di pasta sfoglia col würstel.

Tranquility Base Hotel + Casino opera il dissolvimento dell’intera cifra estetica della band inglese e segna il passaggio definitivo dall’età ribelle all’età moderata. Che in musica storicamente si traduce nel peggio che possiate immaginare. Visivamente, è il momento in cui decidi di strappar via i poster dei tuoi eroi musicali dalle pareti della cameretta e di sostituirli con una carta da parati con fregi e damigiane fiorate. Magari con una greca altrettanto orribile a delimitare il bordo del pessimo gusto, che è sempre meglio lasciare mezzo metro d’aria, casomai stessi affogando nella merda e sentissi l’impellenza di respirare.

Ecco, Tranquility è quel momento lì, quel disco lì. Con Alex Turner ormai seduto al pianoforte e fattosi persuaso di essere il nuovo David Bowie che ci manca tanto, senza rendersi conto di aver individuato il Bowie sbagliato. La musica dei nuovi Arctic Monkeys ha un’aria melodrammatica e greve che ci vorrà tempo per digerire, semmai ci riuscirà di assimilare adeguatamente un’altra band vestita come alla Notte degli Oscar che ci gira per casa e cominciandoci a chiedere se, alla fatta dei conti, malgrado tutta la grandeur di cui fanno sfoggio, non siano retrocessi dalla serie A di Arctic alla serie B dei Blow Monkeys.

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

JACK WHITE – Boarding House Reach (XL)  

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Dopo aver lasciato la propria impronta nel garage rock degli anni Novanta, ecco il primo disco di The Artist Formerly Known as Jack White, l’album con cui il musicista di Detroit si scrolla di dosso se stesso. Un disco controverso, androgino, ambiguo e che afferma la propria identità nello stesso istante in cui la annienta, esattamente come era successo con Prince. Boarding House Reach è lavoro che chiede coraggio a chi lo ascolta, con le sue volute funk, i suoi cori gospel e i suoi riff frantumati costretti a riassemblarsi come dentro un disco dei Funkadelic. Il risultato finale, oltre che a quello del folletto di Minneapolis, ha molto a che fare con gli esperimenti di cut-up di Beck, al cui pubblico canzoni come Corporation, Hypermisophoniac o Ice Station Zebra piaceranno certo più di quanto possa piacere ai vecchi fan di White. Che qui dentro ci sia del genio ce lo dice il passato di Jack White, ce lo dicono le sue capacità, ce lo dice il rispetto reverenziale che il suo passaggio sui canali musicali suscita anche al di là delle critiche. Non ce lo dice il disco, che è ancora una massa opaca di idee che cozzano tra George Clinton e Aloe Blacc e che non sempre riesce ad espellere i calcoli che hanno sedimentato nella colecisti di White negli ultimi due o tre anni.  

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro