THE RUTLES – The Rutles (Warner Bros.)  

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Non si sa bene chi fosse fan di chi fatto sta che Paul McCartney corteggia artisticamente Neil Innes, per un periodo della sua vita. Dal canto suo Neil Innes sacrifica gran parte della sua interpretando John Lennon. La storia dei Beatles si intreccia con quella di Neil Innes già nel ’67, quando Paul impone a John la presenza della Bonzo Dog Doo-Dah Band nel loro Magical Mistery Tour. Ma è quasi dieci anni dopo che Innes ha l’intuizione definitiva: mettere in piedi un gruppo-parodia che sfrutti tutti gli artifici musicali caratterizzanti utilizzati dai Beatles realizzando una replica praticamente perfetta. Non si tratta, come era stato negli anni Sessanta per centinaia, migliaia di gruppi di utilizzare i Beatles come supremo modello ispirativo ma di realizzare “in vitro” un Frankenstein incastrando alla perfezione gli elementi tipici della scrittura Beatlesiana e di abbinarla a testi dichiaratamente ironici che svelino in maniera altrettanto precisa l’intento parodistico e canzonatorio del progetto Rutles. Sono canzoni che non valgono nulla, ovviamente. Ma i Rutles sono un progetto antropologicamente interessante, perché la loro pop-art “mirata” mette a nudo quell’idolatria e quel fanatismo che sono fonte essenziale di ogni mito musicale e bisogno primario che muove una grandissima fetta del mercato musicale (più di quella che pensate e che non si esaurisce nella profusione di ristampe, raccolte, libri, biografie ma trova un canale subliminale altamente “inquinante” e persuasivo nel mondo delle colonne sonore e degli spot pubblicitari).

Proprio come i fanatici più incalliti, i Rutles hanno motivo di esistere solo in funzione di un mito pre-esistente. Senza i Beatles, i Rutles non sarebbero nulla. È questo il messaggio lanciato dal loro primo disco. La loro vita si compie e si esaurisce nella contemplazione di quel mito. Ma Innes e i Rutles vanno ben oltre, si sostituiscono integralmente a quel mito creando una vita parallela “autenticamente falsa” e perfettamente sovrapponibile a quella dei loro eroi, con tanto di morti presunte e teorie complottiste (la Dirk Is Deaf contrapposta alla Paul Is Dead).

Un romanzo nel romanzo.

Tanti fakes piccolini dentro un unico fake enorme.           

The Rutles dimostra in maniera lapalissiana quanto il rock ‘n roll sia già stato destinato alle bacheche da museo. Ora, nel 1977, si può passare fra le sue teche e fotografarne ammirati i pezzi esposti. Di più, si può distinguere un originale dal suo falso, studiandoli uno ad uno, valutandone l’approssimazione rispetto ai modelli base.

Niente più emozione, solo studio estetico e valutazione collezionistica.

Niente più guerra, solo cimeli.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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DAVID SYLVIAN – Secrets of the Beehive (Virgin)  

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Laboriosità e disciplina sono le nuove leggi che regolano la vita artistica e privata di David Sylvian quando si siede per lavorare al suo terzo disco solista.

Seduto, si. Voi avete un’altra immagine di Sylvian che compone le sue opere?

Sono le caratteristiche tipiche dell’alveare, simbolicamente scelto ad emblema e amuleto di Secrets of the Beehive, il suo capolavoro estetico. Sylvian è pienamente consapevole della sua arte seduttiva, della sua abilità nel tessere trappole eleganti sulle quali poter raccogliere i corpi delle sue prede, della sua capacità di evocare fantasmi, streghe, demoni, Dei cristiani e idoli pagani, di irretire l’ascoltatore avvolgendolo in una rarefatta nuvola di bellezza che teme la luce del sole.

La tromba di Mark Isham e il pianoforte di Ryuichi Sakamoto donano plasticità e atmosferica mist(er)ica al fortissimo afflato spirituale che avvolge tutto il disco, modellando la cera dell’ape Sylvian. Le percussioni di Danny Cummings vestono le ali degli angeli di ninnoli orientali, perché il loro frullare sia annunciazione gioiosa di un’alba sorgiva. Le linee di basso di Danny Thompson conferiscono senso di vertigine e danno profondità alle ombre che sono sempre pronte a soffocare ogni anelito di felicità, a troncare ogni pace che sembri duratura, a ricacciare nelle tenebre ogni conquista d’amore, riportandola alla precarietà che la rende ancora più desiderabile, ancora più irraggiungibile.  

Secrets of the Beehive sublima così, liricamente e musicalmente, l’ideale di bellezza Sylvainiana. Fa della sua arte, un’arte Omerica.                 

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

SPIRITUALIZED – Ladies and Gentlemens We Are Floating in Space B P (Dedicated)  

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Se la vigilia di Ferragosto del ’95 aveva visto scendere nell’arena i Blur e gli Oasis con la voluta (da parte dell’etichetta dei primi) pubblicazione in simultanea di Country House e Roll With It, il 16 Giugno di due anni dopo un’altra uscita cronometrata mette a confronto i Radiohead e gli Spiritualized, ovvero il lato più intellettuale della “giovane Inghilterra”, quella più lontana dalle zuffe in stile hooligan e dalle riviste per ragazzine alla prima cotta. Sono entrambi al terzo album ma la storia musicale di Jason Pierce, l’argonauta alla guida degli Spiritualized, affonda negli anni Ottanta quando, nemmeno maggiorenne, aveva dato vita agli Spacemen 3 scartavetrando sui dischi di Stooges e 13th Floor Elevators.

Pierce ha già la scimmia sulla spalla da un po’ quando decide di portarsela in giro per lo spazio. Non ha mai sorriso tanto ma da quando Kate Radley lo ha mollato per celebrare in tutta segretezza le sue nozze con Richard Ashcroft, ha smesso di sorridere del tutto pur conoscendo il potere terapeutico del sorriso come ammette candidamente su Broken Heart, il pezzo su cui dà al suo dolore la forma di un requiem. Pierce la porta ancora una volta con sé, per l’ultima volta, nel suo viaggio più ambizioso. Anzi, è proprio la voce di Kate ad introdurre al lunghissimo viaggio affrontato da Pierce alla ricerca dell’armonizzazione perfetta tra la musica orchestrale, gli effluvi psichedelici e i canti di redenzione della musica sacra, affrontando distanze difficilissime da misurare.  

Ladies and Gentlemens We Are Floating in Space B P (dove B P sta per British Pharmacopoeia, ovvero il prontuario farmaceutico ufficiale inglese, NdLYS) è insomma lo scafandro con cui Pierce esce dalla navicella della sua band per tuffarsi nello spazio. Salvo poi, ma di questo era molto probabile Pierce ne fosse pienamente consapevole, restarne intrappolato a vita.

La vastità dello spazio, richiamata nelle dimensioni mastodontiche del lavoro e nel movimento fluttuante e antigravitazionale di molte sue tracce, equivale per il musicista inglese al metro quadrato della sua prigione.

L’anelito religioso sfuma in un atto privo di fede. Non consegnando a Dio neppure un’oncia del suo dolore, egli lo rende spettatore e non terapeuta della sua follia o conforto del suo tormento.

Noi lo siamo parimenti. E l’annuncio iniziale, a mo’ di avviso televisivo, non fa che confermare quale sia il ruolo cui siamo chiamati, obbligati ad assistere all’incanto dello schiudersi dell’atto creativo con la stessa meraviglia suscitata dal fiorire del loto, dallo spumeggiante gocciolio della manna o dall’incompiuto “sorriso” di Brian Wilson trasformato dal tempo in un ghigno di feroce follia.

Il terzo album degli Spiritualized si scioglie come un cero votivo dalle dimensioni paradossali. Noi veniamo macchiati dal suo muco d’ape in un’estasi che vorremmo mistica ma che più spesso è soltanto una trance di trasporto inerte e sbadigliante.

Vollimo, fortissimamente vollimo, farne un disco incommensurabile, non riuscendo a fare bene i calcoli.

Qualcuno, con analogo trasporto, giura di aver visto la Madonna salutarlo dalle nuvole, in una calda giornata di preludio d’estate.   

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

PRIMAL SCREAM – Screamedelica (Creation)  

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Bobby Gillespie manda giù la prima pastiglia di ecstasy nell’Aprile del 1989, direttamente dalle mani di Alan McGee, il boss della Creation Records. Quattro mesi dopo incontra per la prima volta Andrew Weatherall, uno dei Messia dell’acid house durante un pellegrinaggio a Brighton. Sono queste le due tappe fondamentali che danno il via alla creazione di Screamedelica, il disco capace non solo di trasformare i Primal Scream (che, nonostante due album alle spalle, sono ancora dei Signori Nessuno) nella band del Regno Unito più importante del post-Smiths e del pre-Oasis ma di marchiare col loro nome la storia della musica moderna.

L’album è una celebrazione, tardiva ma pertinente, della seconda estate dell’amore, quella dei rave parties, delle pillole portentose, dei dj agitatori di folle, dei remix come forma d’arte e celebrazione somma del matrimonio tra musica dance e brivido rock.

Seppur costruita in ritardo ne rappresenta, in termini discografici, l’architrave.

Come se la condensa umida generata con l’evaporazione della stagione acid fosse stata raccolta sulla sua superficie e ce ne piovessero le gocce ogni volta che se ne gira una delle sue quattro facciate.

Screamedelica è pensato per il pubblico dei club, che diventa da questo momento la base dei fans dei Primal Scream. Gli altri si accoderanno all’entrata una volta averne letto delle sue meraviglie sulle classiche riviste rock. Come l’inalatore da aerosol usato nei rave per prolungare e amplificare gli effetti delle pastiglie, Screamedelica permette di allungare gli effetti delle feste a base di musica e droga per un dosaggio casalingo. Un “first aid” domestico, da tenere nella dispensa del bagno.

I Primal Scream deformano la loro musica usando degli additivi di sicura efficacia. Si chiamano Andrew Weatherall, Orb, Tony Martin, Jah Wobble, Paul Taylor. Quello che ne viene fuori è un paradossale blob di ritmi sintetici, organi da cerimonia evangelica, voci soul, soffi raga, riff e solo Stonesiani, cori gospel, bassi dub, campionamenti, trombe jazz, bip elettronici, groove da funk latino.

Come se il Diavolo evocato da Jagger alla fine gli avesse dato appuntamento ad Ibiza, chiamando i Barrabas come testimoni.

Screamedelica nasce benedetto da Dio e dal suo rivale. Per questo tutti, in cielo e sulla terra, oltre ad esaltarne le virtù gli hanno perdonato anche i peccati che ad altri non furono perdonati.              

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

DAVID SYLVIAN/ROBERT FRIPP – The First Day (Virgin)  

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Il diniego di Sylvian ad entrare in pianta stabile nei King Crimson per la seconda reunion della band inglese si risolve artisticamente in una preziosissima collaborazione artistica con Robert Fripp, ormai incapace di rinunciare ad una voce espressiva come quella di Sylvian. Il disco coincide con uno dei periodi più felici nella vita personale di David Sylvian con la nascita del primo frutto di un matrimonio che si annuncia felice e che invece porterà uno stormo di nuvole grevi.

Ma sulla copertina e dentro le musiche di The First Day (titolo che già di per se annuncia una rinascita) Sylvian sorride come mai prima e come mai più farà dopo. Ne viene fuori un disco vivo e pulsante, forse anche godereccio se questo termine non facesse a pugni con l’immagine eterea e sciamanica che da sempre si associa a quella di chi quindici anni prima è stato eletto “uomo più bello del mondo” e che di quella bellezza preserva ancora un intatto, efebico splendore. The First Day è elogio e rappresentazione della fertilità che la carta astrale gli ha riservato in quel periodo della sua vita così come della spiritualità e dell’amore per le dottrine esoteriche e religiose che ne pervadono l’animo già da un po’.

Un disco che non rinuncia all’eleganza ma accetta l’oltraggio ritmico senza venirne umiliata.

È insomma la storia di un incontro e non di un baratto. Una delle tante ibridazioni possibili che David Sylvian impone alla propria arte per ravvivarne lo spirito alchemico, fino a lasciarla divampare dentro i dodici minuti di 20th Century Dreaming (Shaman’s Song), sin dal titolo un incrocio fra le figure schizoidi dei primi King Crimson e quelle mistiche di Words with the Shaman o a lanciarla dentro un flipper residuato dalla follia mancuniana che sembra aver invaso tutto il Regno Unito, come nella lunghissima Darshan che sfora il quarto d’ora di durata. 

Minuto più minuto meno la durata della felicità. 

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

THE DURUTTI COLUMN – Circuses and Bread (Factory)  

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Prima di salutare Vini Reilly per diventare il trombettista dei Simply Red (la band di blue-eyed soul formata dagli altri ex-Durutti Tony Bowers e Chris Joyce), Tim Kellett lascia dentro Circuses and Bread il suo testamento artistico, in una lunghissima improvvisazione intitolata Blind Elevator Girl (Osaka). È il sesto album in studio per la band che tra la fine degli anni Settanta e l’inizio del decennio seguente era stata l’orgoglio della Factory e di tutta Manchester assieme ai Joy Division ed è ancora una volta un disco bellissimo, crepuscolare e romantico. È il suono di una piccola orchestra che continua a dilettare il suo pubblico mentre fuori la guerra non le concede il rispettoso silenzio che meriterebbe (Street Fight). I Durutti Column regalano al mondo, ancora una volta, il dono della gentilezza. All’arte, la grazia cromatica del colore sfumato, del mezzo tono, delle tinte pastello. Anche quando azzardano qualche passo di danza (i due movimenti di Dance) lo fanno con un garbo aggraziato ed aristocratico lontano anni luce dalla prepotenza ritmica dei “vicini” New Order. È un mondo solcato dalla stessa decadente raffinatezza dei Tuxedomoon, quello dei Durutti Column. Rigato dalla malinconia e dalla mutevolezza d’umore che ne sgorga. Un piccolo rivolo di mascara che traccia una riga imperfetta ai bordi degli occhi.  

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

XTC – White Music (Virgin)  

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Si diventa bravi pasticcieri un po’ alla volta no?

Iniziando a sfornare biscotti dalle forme un po’ bizzarre, quasi sempre.

E così la pregiata pasticceria degli XTC quando apre le sue porte non ha ancora sul banco quei bei muffin e quelle ciambelle dal buco perfetto che esibirà con meritato orgoglio negli anni successivi ma una bizzarrissima successione di prodotti d’artigianato in cui i novelli pasticcieri cercano di riprodurre quanto letto nei ricettari del punk col la dilettantesca ma euforica energia degli esordienti e che, non fossero diventati quelli che poi sono diventati obbligandoci a riscrivere tutto, avremmo accostato senza nessuna difficoltà ai primi dischi della Joe Jackson Band, di Costello e dei primissimi Police.    

Un disco pieno di spine dove infilare le dita e prendere la corrente, anche se ne’ noi ne’ loro abbiamo più l’età per farlo.

Un disco che è figlio ritardato del punk.

Nipote del beat con la sua orgogliosa sindrome di down.  

Che non si vergogna di offendere la memoria degli zii Hendrix e Dylan infilando sotto il loro culo lo zighidà del ritmo ska e di zittirli sprofondando le loro voci in una pozza di organo Bontempi.

Gli XTC ragazzacci. Quelli che usano ancora la granella di zucchero di canna invece che il toping al caramello. E che parlano balbettando.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

SPARKS – Kimono My House (Island)  

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Il confine tra genio e demenza ha un margine sottile.

Magari non quanto un capello. Ma quanto la costina di un vinile, questo si.

Quello stesso, effimero margine separa spesso i gruppi di culto dagli artisti di successo, le “one-hit wonders” dalle band destinate a cavalcare la storia. Una schizofrenia che si traduce in una curva cartesiana alquanto bizzarra dove accanto a picchi di vendite clamorose si alternano irreversibili discese verticali tendenti allo zero.

È il caso degli Sparks. Una di quelle band che ha perseverato per interi decenni a stampare dischi, avviare collaborazioni e tentare l’assalto del guinness dei primati (e della nostalgia) riproponendo per intero e in ordine cronologico i loro album in altrettanti spettacoli londinesi in un tour stanziale e stravagante chiamato SPARKS LIVE! SPECTACULAR – 21 ALBUMS IN 21 NIGHTS. In quella scaletta, così come nella loro discografia, a Kimono My House è riservato cronologicamente  il terzo posto. Ma all’epoca, siamo nel 1974, i fratelli Mael dovettero lasciare la loro patria per trasferirsi in Inghilterra, pur di tentare la scalata a quel successo che coi primi tentativi era miseramente fallito. In Gran Bretagna invece, la loro miscela kitsch di musica da cabaret e glitter-pop, deflagrò con un singolo rimasto nella storia e l’album che lo conteneva. Un disco senza il quale, narrano le cronache, gente come Alex Kapranos e Morrissey non avrebbero mai pensato di darsi al mondo della musica.

Ma cosa c’era dentro Kimono My House?

C’era tutto quello che ai T. Rex non avremmo mai perdonato e che agli Sparks invece perdonammo, non pretendendo da loro altro che non una messinscena, come dicevo in apertura, a tratti geniale e a tratti demenziale.

Un rock effeminato che guardava al glam sotto una palla stroboscopica, con eccessi di stravaganza sopra le righe e di fregi decorativi rinascimentali che ai tempi solo Zappa e i Queen avevano osato (più tardi lo faranno, in maniera diversa, band come Primus e Faith No More) e che in qualche modo faranno da leva, artistica ma soprattutto visiva ed estetica, all’ala più transgender della disco music che infatti gli Sparks frequenteranno collaborando con un altro “rifugiato” americano come Giorgio Moroder. Un album pieno di paradossi che al rigore formale del rock sostituiva il vezzo da avanspettacolo e che piuttosto che gli assolo di chitarra preferiva esibire le gambe in un can-can. Senza avere neppure la premura di depilarle, per rendere tutto più disgustevole.  

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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U2 – Zooropa (Island)  

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A dispetto dell’aria postmoderna del disco e del forte impianto multimediale che gli U2 allestiscono per portarlo in giro nelle arene di tutto il pianeta, Zooropa è un omaggio viscerale seppur mascherato alle arie e alle vite esagerate dei crooner. Due di loro partecipano fattivamente al nuovo materiale (Johnny Cash su The Wanderer e Sinatra nella nuova versione di un suo standard scelta come B-side dell’estratto) mentre sia Bono che The Edge si prestano al gioco di ruolo su canzoni umorali come The First Time, Numb e Babyface oppure su Lemon, che ricorda molto ma molto da vicino certi giochi di chiaroscuro tanto cari a un altro camaleonte della voce come David Bowie, altro inevitabile ed evidente punto di riferimento per la costruzione di questo nuovo flipper elettronico allestito da Brian Eno con la complicità di Flood e che può, vuole, essere messo nella stessa sala giochi delle macchinette industrial-wave di Nine Inch Nails e Depeche Mode.

Questo momento, che è anche fortemente ambiguo e multivalente, è anche il momento in cui gli U2 sono la band più enorme della Terra, permettendosi di avere gruppi come Ramones e Pearl Jam come band “di supporto”, giusto per scaldare la gente in attesa di quello che in quegli anni è l’EVENTO musicale più imponente che giri i Colossei del pianeta.

Costruendo collaborazioni e filiazioni anche improbabili col mondo della musica, del cinema, della politica, del volontariato che rimarranno nei libri.

E non solo su quelli di Scaruffi e Cilia.

Una istituzione pubblica e sociale talmente invasiva che, paradossalmente, finisce per compromettere l’immagine artistica e sciupare il filone d’oro creativo della band, destinato a una aridità sempre più preoccupante fino a diventare irreversibile.        

 

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

 

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THE ONLY ONES – Even Serpents Shine (Columbia)  

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Gabbiani con le ali sporche di catrame, gli Only Ones regalano al 1979 il loro album-capolavoro, finito chissà in quale anfratto della memoria collettiva. Oscurato forse dalla grandezza di un singolo inarrivabile qual era stato Another Girl, Another Planet, che avrebbe oscurato chiunque, figurarsi le sorti di una band che sembrava predestinata ad una eclissi junkie inspiegabile, viste le qualità artistiche che avrebbero dovuto alzare la storia della band molte spanne sopra la media delle band new-wave cui il destino avrebbe riservato ben più fulgida e spesso duratura fortuna, e a disintegrarsi sul guard-rail senza riuscire ad oltrepassare il confine del loro romanticismo tossico borderline che si respira a pieni polmoni dentro Even Serpents Shine, perfetta caramellatura sul rock ‘n roll del maestro Johnny Thunders.

Un disco torbido eppure di una avvenenza narcisa e dionisiaca, il secondo Only Ones. Ravvivato da un torrente di tastiere sgorgato chissà come da qualche sorgiva sixties come quello che scorre su Flaming Torch, da qualche piccolo passo di bolero, da fortunali di chitarre che sospingono i bellissimi intrecci di voci che colorano canzoni come No Solution e Programme, punk più nei titoli che nei risultati o che scivolano languide sulla Out There in the Night dedicata da Peter Perrett al suo micio o nel “quasi” muto strumentale di coda in cui Peter ci priva del piacere della sua voce da angelo bello e dannato, ravvivando il desiderio di ricominciare da capo il naufragio dentro questo mare dove i serpenti brillano, prima di stringersi al collo.   

                                                                       Franco “Lys” Dimauro

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