SHA NA NA – The Golden Age of Rock ‘n’ Roll (Kama Sutra)  

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Una di quelle band inoffensive che piacevano, e piacciono ancora, solo agli americani.

Anche quelli insospettabili. Tipo Jimi Hendrix che li volle sul palco di Woodstock prima della sua esibizione. E così, la terza alba del festival venne investita da una discutibile febbricciola revival e da un’ancora più discutibile e fuori contesto coreografia di balletti old-fashion, pomate per capelli, pailettes.

Una merda assoluta in fatto di stile, diciamolo pure. Ma il pubblico del festival, rintontito da due giorni di musica, sesso e droghe, non se ne rese conto nemmeno (tanto che dell’esibizione del gruppo venne ripresa solo una piccolissima porzione, NdLYS). Lo scialbo fifties-rock degli Sha Na Na che aveva infiammato i cuori del campus universitario servì giusto come colonna sonora per accompagnare lo sciame di hippies che andava a svuotare vesciche ed intestini ai bordi del campo, in attesa che salisse sul palco il mancino di Seattle. Il loro show era più roba da avanspettacolo che un concerto rock, la loro visione del rock ‘n roll una roba che sapeva di lacca, gli intrecci vocali delle loro voci roba buona per le feste di fine anno accademico del campus universitario. Insomma, roba da musical. E infatti qualche anno dopo sarebbero finiti dentro Grease, il musical che celebrava l’America dei teenagers degli anni Cinquanta e che stavano a quelli della generazione hippie come Gianni Morandi con gli anni di piombo.

In realtà dietro il progetto effimero e frivolo degli Sha Na Na si nascondeva l’intenzione del loro creatore di sanare la spaccatura tra le frange pacifiste più intransigenti e i fanatici interventisti che di fatto scindevano in due il movimento studentesco della Columbia University, unendo di fatto le due fazioni sotto un’unica bandiera: quella del rock ‘n roll più spensierato. L’obiettivo era distrarre i ragazzi da ogni velleità o schieramento politico per invitarli a riassaporare il piacere degli impulsi primordiali. Tornare al pre-politico simulando una nostalgia che in realtà era studiata a tavolino e del tutto fasulla.  

Gli eccessi che covavano sotto quel mondo di cristallo sarebbero emersi nel 1974, quando dopo un concerto nella locale università di Charlottesville Vinnie Taylor, il venticinquenne chitarrista entrato nel gruppo tre anni prima, era stato trovato nella sua suite all’Holiday Inn con le vene così piene di eroina che le si erano irrigidite come le corde della sua chitarra.   

La sua chitarra è quella che si può ascoltare sul doppio live The Golden Age of Rock ‘n’ Roll, ennesima ripetitiva pantomima di figuranti di Elvis e di Bill Haley pubblicata dalla Kama Sutra nel 1973 e che avrebbe di fatto dato il via a tutto il fifties-revival degli anni Settanta, imperversato su piccoli e grandi schermi a suon di American Graffiti, Happy Days, Grease e lo show televisivo degli stessi Sha Na Na.

A quel punto Vincent Taylor scompare dalla faccia della terra ma continua a vivere in quell’universo parallelo che è il pianeta del rock ‘n roll. Perché nel Giugno del ’74, durante una visita alla sorella morente, il killer Elmer Edward Solly decide di mandare affanculo la custodia cautelare e l’accompagnatore affidatogli dal penitenziario e di darsi alla macchia. Ha bisogno di una nuova identità e quella notizia che aveva letto sul New York Times durante la detenzione un paio di mesi prima gli torna prepotentemente alla memoria. Così Mr. Solly decide di diventare Vincent Taylor. Non un Vincent Taylor qualunque, ma “quel” Vincent Taylor. Si reinventa una vita da rockstar e si presenta agli agenti di spettacolo come l’ex Sha Na Na, dichiara che tutto quello che era accaduto quel 17 Aprile era solo una messinscena per uscire fuori dalla band e si presenta al pubblico con il nuovo nome di battaglia: Danny C. “The Bad Boy”. Lo avrebbe tenuto per ben venticinque anni, facendo serate con tanto di scritta Sha Na Na cucita sulla giacca, firmando autografi e rispondendo alle email dei suoi fan dal suo sito web ufficiale, mostrando un’innata capacità di entertainer, a suo completo agio nei panni di un Frank Sinatra del doo-wop.

Una mandrakata mandata a monte da una telefonata fra professionisti dello spettacolo. Non dall’FBI, non dalla CIA, non dalla Polizia della Florida o della Virginia o dello stato di New York. Semplicemente, una telefonata fra Tommy Mara e Peter Endleson dell’entourage degli Sha Na Na. Come se Raul Casadei chiamasse Guido Elmi per ringraziarlo per avergli mandato Massimo Riva e scoprisse invece di avere nei camerini Renato Vallanzasca. Uguale.

Una storia inverosimile, un’”americanata” nell’”americanata” che tuttavia regge, alla faccia degli identikit, per un quarto di secolo e che è stata raccontata su Who The (Bleep) qualche anno fa (visibile in lingua originale a questo link: http://www.dailymotion.com/video/x19lakc). Una storia che da sola vale forse più di tutta quella degli Sha Na Na. Che artisticamente erano il vuoto assoluto e che tuttavia sarebbero durati più di ogni altro gruppo presente sul prestigioso palco di Woodstock.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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THE RIVINGTONS – Papa Oom Mow Mow (SHOUT!)  

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Leggenda vuole che Turner Wilson, il nuovo acquisto dei sopravvissuti di quelli che erano stati fino a pochi mesi prima i Lamplighters e gli indisciplinati “ribelli” della Rebel-‘Rouser di Duane Eddy, si aggirasse per lo studio durante la registrazione di Moonlight in Vermont, secondo e ultimo singolo inciso sotto il moniker di Crenshaws, balbettando un incomprensibile scioglilingua gutturale. E che Kim Fowley, che stava presidiando il banco del mixer, avesse avuto in un attimo, in un solo attimo, una delle sue tante illuminazioni.

I Rivingtons nascono quel giorno, assieme alla leggenda della loro Papa-Oom-Mow-Mow. Con uno scioglilingua senza senso (“il suono più divertente che abbia mai sentito e del quale non capisco una sola parola” canta Al Frazier, non appena il volume sul baritono di Wilson glielo consente) che avrebbe contagiato il mondo come aveva fatto cinque anni prima il Wop-bop-a-loo-mop alop-bom-bom di Little Richard. Uno scioglilingua la cui eco avrebbe risuonato ancora e spesso sui successivi singoli dei Rivingtons: Kickapoo Joy Juice, Mama-Oom-Mow-Mow, The Bird’s the Word, la buffa cover di Slippin’ and Slidin’ erano ritagliate fondamentalmente su quel modello. Folli novelty songs per far scuotere a dovere culetti e uccelli nelle feste del liceo. Selvaggi neri che cacciavano la loro selvaggina bianca.

Un gruppo da prendere poco sul serio, non fosse che le modulazioni delle loro quattro voci oltre a quei gorgheggi da scimpanzè in calore erano anche in grado di spalmare badilate di grazia soul sulle ballate che, come da tradizione, occupavano le facciate B dei singoli. Bastino qui due cose enormi come Deep Water e Waiting per capire quanto.  

Oppure rendere oltremodo divertenti classici trafugati dai camerini di Ray Charles o Little Richards.  

Un gruppo da portare ad ogni festa.

E, visto che non lo si può più fare, portarci almeno i loro dischi.

Come questa irrinunciabile raccolta di tutto il loro materiale inciso dal quartetto originale (Frazier lascerà per diventare il manager della band) per la Liberty tra il 1962 e il 1964 e liberare in sala il mitico uccello dei Rivingtons.

A-well-a everybody’s heard about the bird!

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

AA. VV. – Roll Your Moneymaker (Trikont)

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Prima del revisionismo sociale, politico e culturale che glielo avrebbe portato via, il rock ‘n roll era roba da neri.

Dovreste saperlo.

Ma di tanto in tanto è bene ricordarlo, visto che ancora oggi viene rappresentato con l’effige di Elvis Presley.

Roll Your Moneymaker val bene un ripasso.

Per ricordarci che il rock ‘n roll delle origini non aveva il ciuffo ma la pelle color ebano e che per un ventennio buono (diciamo dall’ uscita di Rocket 88 di Ike Turner fino ai dischi dei Led Zeppelin se proprio vogliamo, semplificando, circoscrivere, NdLYS) fu una costante rivisitazione della musica nera quella che dominò il gusto del pubblico ed ispirò la scrittura o la ri-scrittura degli artisti dominanti. Da Elvis ai Beatles, dagli Stones ai Cream, dai Grateful Dead ai Velvet Underground (tanto per capire, ascoltate la Sugar Coated Love di Lazy Lester, anno 1958, e confrontatela con la loro Run Run Run, anno 1967).

La raccolta della Trikont infila ventiquattro cartoline del ghetto che chiariscono il concetto e mettono in luce la commistione di generi (doo-wop, blues, hillbilly, gospel, jazz, musica tribale), l’audace libertà lirico-espressiva e la ricerca acustica (i primitivi ma efficaci esperimenti di Mr. Leonard Chess) che rese il rock ‘n roll delle origini rivoluzionario e sovversivo.

Bo Diddley, Chuck Berry, Etta James, Howlin’ Wolf, Andre Williams, Ike Turner, Slim Harpo, Joe Tex, Junior Parker, Johnny Watson, Rufus Thomas.

Odore selvatico di sesso e puzzo di alcol.

Chi punta sul rosso tenta la fortuna.

Ma chi punta sul nero non può sbagliare.    

 

 

                                                                                                Franco “Lys” Dimauro 

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LITTLE RICHARD – Here‘s Little Richard / Volume 2 (Ace)

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Il rock ‘n roll fu densamente suscettibile di redenzioni, riscatti spirituali, espiazioni. E crisi mistiche.

I piedi ficcati nello zolfo ma le mani che bussano alle porte del Paradiso, insomma. 

Quando uscirono questi due dischi, il “piccolo” Richard Penniman aveva già avuto la sua. Era successo su un volo aereo durante il suo tour australiano con Gene Vincent ed Eddie Cochran. Il velivolo sta perdendo quota e Little Richard ci mette un attimo ad abiurare la sua causa e promettere a Dio di dedicarsi alla musica del Cielo, anziché a quella del Diavolo. L’aereo riprende quota, atterra a Sydney, Little Richard scende e butta tutta la sua chincaglieria nell’acqua torbida del porto.

Lui racconta di aver visto degli angeli rimettere in piedi il suo aeroplano. I maligni vociferano fosse la maniera più furba di sfuggire al fisco e tenersi i proventi strabilianti delle vendite dei suoi primi 45rpm.

Tornò a casa in nave. Sopra di lui, l’aereo prenotato per riportarlo a casa, piroettava giù affondando nel Pacifico.
La Specialty intanto “sfruttava” il fenomeno con l’uscita di questi due LP.

Micidiali. Mentre le canzoni di rock ‘n roll abbondavano di doppi sensi, lui riempiva le sue di non-sense. Scioglilingua volgari e inopportuni. Come fare la conta in una stanza occupata da un’orgia.

 

           

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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