THE RIVINGTONS – Papa Oom Mow Mow (SHOUT!)  

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Leggenda vuole che Turner Wilson, il nuovo acquisto dei sopravvissuti di quelli che erano stati fino a pochi mesi prima i Lamplighters e gli indisciplinati “ribelli” della Rebel-‘Rouser di Duane Eddy, si aggirasse per lo studio durante la registrazione di Moonlight in Vermont, secondo e ultimo singolo inciso sotto il moniker di Crenshaws, balbettando un incomprensibile scioglilingua gutturale. E che Kim Fowley, che stava presidiando il banco del mixer, avesse avuto in un attimo, in un solo attimo, una delle sue tante illuminazioni.

I Rivingtons nascono quel giorno, assieme alla leggenda della loro Papa-Oom-Mow-Mow. Con uno scioglilingua senza senso (“il suono più divertente che abbia mai sentito e del quale non capisco una sola parola” canta Al Frazier, non appena il volume sul baritono di Wilson glielo consente) che avrebbe contagiato il mondo come aveva fatto cinque anni prima il Wop-bop-a-loo-mop alop-bom-bom di Little Richard. Uno scioglilingua la cui eco avrebbe risuonato ancora e spesso sui successivi singoli dei Rivingtons: Kickapoo Joy Juice, Mama-Oom-Mow-Mow, The Bird’s the Word, la buffa cover di Slippin’ and Slidin’ erano ritagliate fondamentalmente su quel modello. Folli novelty songs per far scuotere a dovere culetti e uccelli nelle feste del liceo. Selvaggi neri che cacciavano la loro selvaggina bianca.

Un gruppo da prendere poco sul serio, non fosse che le modulazioni delle loro quattro voci oltre a quei gorgheggi da scimpanzè in calore erano anche in grado di spalmare badilate di grazia soul sulle ballate che, come da tradizione, occupavano le facciate B dei singoli. Bastino qui due cose enormi come Deep Water e Waiting per capire quanto.  

Oppure rendere oltremodo divertenti classici trafugati dai camerini di Ray Charles o Little Richards.  

Un gruppo da portare ad ogni festa.

E, visto che non lo si può più fare, portarci almeno i loro dischi.

Come questa irrinunciabile raccolta di tutto il loro materiale inciso dal quartetto originale (Frazier lascerà per diventare il manager della band) per la Liberty tra il 1962 e il 1964 e liberare in sala il mitico uccello dei Rivingtons.

A-well-a everybody’s heard about the bird!

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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AA. VV. – Roll Your Moneymaker (Trikont)

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Prima del revisionismo sociale, politico e culturale che glielo avrebbe portato via, il rock ‘n roll era roba da neri.

Dovreste saperlo.

Ma di tanto in tanto è bene ricordarlo, visto che ancora oggi viene rappresentato con l’effige di Elvis Presley.

Roll Your Moneymaker val bene un ripasso.

Per ricordarci che il rock ‘n roll delle origini non aveva il ciuffo ma la pelle color ebano e che per un ventennio buono (diciamo dall’ uscita di Rocket 88 di Ike Turner fino ai dischi dei Led Zeppelin se proprio vogliamo, semplificando, circoscrivere, NdLYS) fu una costante rivisitazione della musica nera quella che dominò il gusto del pubblico ed ispirò la scrittura o la ri-scrittura degli artisti dominanti. Da Elvis ai Beatles, dagli Stones ai Cream, dai Grateful Dead ai Velvet Underground (tanto per capire, ascoltate la Sugar Coated Love di Lazy Lester, anno 1958, e confrontatela con la loro Run Run Run, anno 1967).

La raccolta della Trikont infila ventiquattro cartoline del ghetto che chiariscono il concetto e mettono in luce la commistione di generi (doo-wop, blues, hillbilly, gospel, jazz, musica tribale), l’audace libertà lirico-espressiva e la ricerca acustica (i primitivi ma efficaci esperimenti di Mr. Leonard Chess) che rese il rock ‘n roll delle origini rivoluzionario e sovversivo.

Bo Diddley, Chuck Berry, Etta James, Howlin’ Wolf, Andre Williams, Ike Turner, Slim Harpo, Joe Tex, Junior Parker, Johnny Watson, Rufus Thomas.

Odore selvatico di sesso e puzzo di alcol.

Chi punta sul rosso tenta la fortuna.

Ma chi punta sul nero non può sbagliare.    

 

 

                                                                                                Franco “Lys” Dimauro 

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LITTLE RICHARD – Here‘s Little Richard / Volume 2 (Ace)

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Il rock ‘n roll fu densamente suscettibile di redenzioni, riscatti spirituali, espiazioni. E crisi mistiche.

I piedi ficcati nello zolfo ma le mani che bussano alle porte del Paradiso, insomma. 

Quando uscirono questi due dischi, il “piccolo” Richard Penniman aveva già avuto la sua. Era successo su un volo aereo durante il suo tour australiano con Gene Vincent ed Eddie Cochran. Il velivolo sta perdendo quota e Little Richard ci mette un attimo ad abiurare la sua causa e promettere a Dio di dedicarsi alla musica del Cielo, anziché a quella del Diavolo. L’aereo riprende quota, atterra a Sydney, Little Richard scende e butta tutta la sua chincaglieria nell’acqua torbida del porto.

Lui racconta di aver visto degli angeli rimettere in piedi il suo aeroplano. I maligni vociferano fosse la maniera più furba di sfuggire al fisco e tenersi i proventi strabilianti delle vendite dei suoi primi 45rpm.

Tornò a casa in nave. Sopra di lui, l’aereo prenotato per riportarlo a casa, piroettava giù affondando nel Pacifico.
La Specialty intanto “sfruttava” il fenomeno con l’uscita di questi due LP.

Micidiali. Mentre le canzoni di rock ‘n roll abbondavano di doppi sensi, lui riempiva le sue di non-sense. Scioglilingua volgari e inopportuni. Come fare la conta in una stanza occupata da un’orgia.

 

           

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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