POW WOWS – Nightmare Soda (Get Hip)

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I capelli non me li strappo più per nessuno.

E di certo non lo farò per i Pow Wows, nonostante le sperticate lodi che piovono da numi tutelari come King Khan o Sean Bonniwell. Non perché il debutto di questa band di Toronto sia un brutto disco, ma perché è “soltanto” un altro disco.

Ne’ peggio ne’ meglio di tanti altri album che stanno sul mercato, con questa attitudine garage un po’ svaccata, un po’ hippie, un po’ fanfarona. Se comprate regolarmente dai cataloghi In the Red e Dirty Water sapete di cosa sto parlando: dischi che, presi nel loro insieme, ti fanno anche passare una mezz’oretta ma che, quando ti ritrovi a farti il CD casereccio da mettere in macchina, non sai mai che pezzo tirarci fuori. L’orizzonte è basso, nonostante si vedano le dune dei Black Lips. Le ragazze hanno tirato fuori i loro costumi anni sessanta pronte a ballare l’ubangi-stomp mentre i Pow Wows suonano il loro repertorio. Peccato a tutti sembrasse stessero solo facendo il sound-check. 

 

                                                                                        Franco “Lys” Dimauro

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ANATROFOBIA – Lecosenonparlano (Wallace)

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Il nuovo disco degli Anatrofobia, così come quelli che lo hanno preceduto (quattro, credo…perlomeno tanti sono quelli in mio possesso) ti costringono ad un attenzione a cui ormai ci si è in larga parte disabituati. Un disco difficile, penserete voi. Dipende. A me di recente è risultato più difficile e molto, ma moooolto più indigesto ascoltare l’ultimo Red Hot Chili Peppers, ad esempio. No, molto più semplicemente Lecosenonparlano è un disco che si prende ciò che gli spetta di diritto: la vostra attenzione, la vostra capacità di farvi sorprendere, non di aspettare il ritornello mentre vi state calando le braghe nel bagno di casa vostra, smaniosi di cantare il refrain.

La musica degli Anatrofobia è invece sfuggente, smaniosa, in movimento perpetuo. Mai paga, mai comoda, mai sicura. Imprevedibile, come il suo pubblico. Che dubito abbia un’identità precisa siccome è vero che il pennello del gruppo piemontese si intinge spesso nella tavolozza jazz ma quelli che poi mette sulla tela non sono quadri che potrebbero andare nella stessa galleria di Gillespie, Mingus o Parker. Non gli sono superiori, semplicemente diversi. Vicini si allo spirito di un Coleman o di un Coltrane ma anche a quello di certi Tortoise, per esempio, o di certi scorci prog dei 70’s (non che i Tortoise non ne siano distanti…) anche italiani (penso agli Area).

Una cosa che mi piacerebbe sviluppassero sarebbe invece l’uso della voce che, inserita come elemento di disturbo più che come elemento melodico (come succede qui in Fleurdumirage e Propaganda), potrebbe accentuare l’effetto straniante della musica anatrofobica. O forse è meglio lasciare che lecosenonparlino?

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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VASCO ROSSI – Bollicine (Carosello)  

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La seconda partecipazione al Festival della canzone italiana offre a Vasco Rossi la possibilità di riabbordare il “suo” pubblico offrendogli un nuovo inno dentro cui riconoscersi, così come era successo due anni prima con Siamo solo noi. Vita spericolata, il pezzo portato a Sanremo nel 1983, conferma definitivamente il cantautore modenese come l’unico personaggio capace  di cantare senza filtri l’avversione dei nuovi adolescenti verso i valori genitoriali e parrocchiali ma piuttosto innalzando il loro parassitismo ad autentica e fiera dogma generazionale. Il distacco da un altro personaggio amato dai giovani come Rino Gaetano, morto due anni prima, avviene proprio sul campo della semantica. Ai testi spesso metaforici, simbolici ed ermetici del cantautore calabrese, Vasco Rossi sostituisce un linguaggio schietto, elementare, sfacciato e allusivo.

Il suo personaggio, adagiato su un’immagine a metà strada fra il ribelle, il teppista di provincia e lo stordito consapevole è perfettamente coerente con quello di cui canta. La sua vita privata, dalla quale cominciano a trapelare retroscena e dicerie, sembra confermare l’autenticità del messaggio. Non esiste scollamento fra pubblico e privato. Questo rende Vasco Rossi non il Perboni ma il Franti della sua sterminata scolaresca. Non uno seduto in cattedra col compito di dare il buon esempio ma il bullo seduto assieme a tutti gli altri che dei buoni esempi non sa proprio cosa farsene. Ecco perché a premiarlo non è l’imbalsamata giuria demoscopica di Sanremo ma quella ben più ricettiva del Festivalbar che permette alla sorniona Bollicine, il pezzo che da il titolo al suo sesto album, di vincere l’edizione di quell’anno consacrando definitivamente Vasco tra i big della musica italiana.     

Sull’album che le contiene entrambe il suono si adagia su certo funky sintetico tipico del periodo (Deviazioni, Portatemi Dio, la superflua disco-music di Ultimo domicilio conosciuto e della stessa musicalmente innocua Bollicine) e si adagia sulle ballate soft-rock e la vena rock comincia ad annacquarsi con una Mi piaci perché che anticipa già il qualunquismo degli album successivi.

La discografia italiana scopre la sua gallina dalle uova d’oro.

La Coca-Cola®  un testimonial d’eccezione.

Vasco comincia a fare del suo sogno di una vita spericolata la sua realtà.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

THE SUPERSLOTS TERRIBLE SMASHERS – Kidnappings (Area Pirata)  

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Sarebbe potuto venir fuori meglio, l’album d’esordio di questa nuova band Salernitana cui non difetta ne’ l’irruenza ne’ la giusta dose di competenza per tirare fuori delle buone garage-songs, come dimostrano lungo il percorso Wet Yell, Saint Tropez o Lickin’ Ears con tanto di effettistica alla Gravedigger Five. Eppure, la sensazione che mi lascia Kidnappings è quella di un disco, di una band un po’ “imprigionata” dentro uno stile che non le appartiene del tutto e che farebbe bene a cedere alle tentazioni cui sembra di tanto in tanto arrendersi senza la convinzione necessaria lungo il disco (quella frastagliata linea punk che parte dagli Eastern Dark e dai Pagans e arriva ai New Bomb Turks così come le divagazioni spaziali in odore 35007 che chiudono il disco) e che invece potrebbero rivelare il vero carattere del quartetto. Credo che gli STS abbiano le carte per osare di più, puntando con maggior persuasione e maggior appetito proprio a quelli che su questo disco sembrano, e non lo sono, i piatti di contorno alle portate principali, facendosi cacciare dal ristorante.

Per questa volta mi accontento di queste braciole arrostite nel fuzz, ma per la prossima volta ci voglio attorno tutte quelle puttanate che ti fanno bruciare il culo prima alla cassa, poi sul cesso di casa.  

Attendendo con fiducia qualcosa di più terribile da una band che mi pare dotata come e più di Pontello, mi sollazzo toccando le chiappe alle commensali mentre saltello con le canzoni di Kidnappings.

 

                                                                       Franco “Lys” Dimauro

 

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NEFFA & I MESSAGGERI DELLA DOPA – Neffa & i Messaggeri della Dopa (Black Out)  

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Il vinile più costoso dell’hip-hop italiano, anche dopo la sua ristampa di venti anni più avanti. E probabilmente anche uno dei più amati.

Erano gli anni in cui il rap, messe le sordine alle sirene dei Public Enemy, si illanguidiva sul funky, si sporcava col soul e sprofondava nel jazz. Neffa fa tesoro delle nuove tavoli delle leggi scritte da A Tribe Called Quest e dei campioni originali scovati nella discoteca della sua ragazza.

Gli anni in cui Neffa crede ancora nel sogno Sangue Misto che sarà costretto ad abbandonare davanti alle mura dell’intransigenza di Gruff, tanto che sta per “cedere” quello che sarà il suo primo successo solista a Lorenzo Jovanotti.

Fermandosi un attimo prima di firmare la liberatoria per l’uso di Aspettando il sole.

Radunando un collettivo di amici. Gente vecchia e nuova che crede nel messaggio hip-hop come a una fede, lo stesso che poi Neffa tradirà trasformandosi in cantante neo-confidenziale. Messaggeri della rima e della dopa. Giuliano Palma, Esa degli OTR, Soul Boy, Speaker Zu, Kaos e Dre Love dei Radical Stuff , Chef Ragoo, Dj Lugi, Deda, Speaker DeeMo, Gruff. E altri che non ricordo più, che la mia memoria è cedevole come la crosta molle di questo paese a forma di scarpone.

Il cordone con SxM non è del tutto reciso, come mostrano i campioni sparsi su Dopamina, In linea, La ballotta, El chico loco e le atmosfere “dopate” delle tracce conclusive, ma il debutto di Neffa evidenzia un più marcato accento sul groove e rivela una immediatezza radio-friendly (dovuta in buona parte ai campioni utilizzati ora cinematografici e incalzanti, ora sborrosi e funky come quelli dei Fun Lovin’ Criminals, ora semplicemente stesi ad asciugare sul boom chaka-boom quando si tratta di organizzare una jam vocale, ma soprattutto alle scelte vocali di canzoni come Un altro giorno, In linea o Aspettando il sole) che era stata volutamente scartata nell’intransigente progetto Sangue Misto.

Piacerà, e tanto, proprio al pubblico radiofonico. Piacerà, pure, a chi la radio dice di non ascoltarla.

Tutti, in qualche modo, si troveranno a fare i conti con Giovanni, il fu rapper Neffa. 

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro 

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LINK PROTRUDI AND THE JAYMEN – Seduction (Music Maniac)  

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La grafica di copertina che copia spudoratamente le confezioni dei profumi Dior onestamente non è gran cosa. Però, forse, considerando che all’epoca quelle erano le fragranze preferite dalla compagna Cori e che Seduction usciva dopo il live Lysergic Ejaculations sulla cui copertina Rudi aveva fosse toccato il livello più basso tra i suoi altrimenti apprezzabili lavori grafici, ci troviamo davanti ad uno dei pochi plateali gesti romantici del Protrudi.

Il disco è un tuffo nell’exotica ed è un omaggio alla musica turca di cui Protrudi, a corto di dischi durante il suo “esilio” olandese (eccetto un paio di raccolte psichedeliche di Pretty Things ed Electric Prunes), si intossica nel locale turco dove la sua donna lavora come banconista. I Jaymen lo “supportano” a distanza, inviando su floppy le basi ritmiche su cui Rudi adatta le sue due chitarre, cercando di ricreare il clima delle musiche per la danza del ventre di cui sta facendo incetta. Il risultato è un disco che ha rimpiazzato la emme alla t di torbido e che all’aggressivo burlesque protagonista del disco precedente ha sostituito le più sinuose movenze delle danze medio-orientali. Con risultati non sempre avvincenti, se non supportati dall’adeguato spettacolo visivo che ne è parte integrante.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro  

LOU REED – Rock and Roll Heart (Arista)  

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Per celebrare la prima uscita sotto l’egida dell’Arista, Lou Reed si tinge le mani e la faccia di blu, come Modugno nel suo sogno di vent’anni prima. Una sorta di rituale che ripeterà qualche anno dopo quando, con The Blue Mask, si troverà di nuovo fra le braccia della RCA. Rock and Roll Heart è un disco bugiardo. Un disco che non mantiene quanto promesso da quel cuore che Reed garantisce di voler mostrare e che si lancia subito in un ottimismo così sfacciato e in una dichiarazione di fedeltà alla “good-time music” così sgargiante  da puzzare subito di truffa, conoscendo lo sguardo torvo e l’anima di orso di Reed. Per tenerlo buono i suoi comprimari costruiscono una giungla di liane fusion e di ombre jazz.

E Lou sembra compiacersene.

Forse accenna pure un sorriso, chi lo sa.

Forse dorme con la luce accesa, adesso.

Forse non dorme più da solo.

E se non vuole che le puttane caricate in qualche viale vadano via dopo il primo pompino, deve mettere sul piatto un disco che le convinca a restare.

Un disco che esibisca la forma di un cuore.

Non necessariamente il suo.     

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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PUBLIC IMAGE LTD. – This Is What You Want…This Is What You Get (Virgin)  

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I Public Image, o quel che ne rimane (Lydon e Atkins), rientrano nel loro corpo nel 1984. Per non uscirne più. Da questo preciso momento quella che era una delle formazioni più evanescenti ed estreme della new-wave inglese diventa una band abbastanza ordinaria, trasformando la fortissima ed irrequieta componente ritmica di un capolavoro come Flowers of Romance in una decisa spinta disco-funk che crea una definitiva spaccatura con il claustrofobico ed annichilente vuoto d’aria dei tre dischi precedenti. Ne rimane appena qualche traccia in un paio di episodi della “…This Is What You Get”-side. Per il resto, il deforme splendore cede per la prima volta alle lusinghe dello specchio, compiacendosi della propria fisicità e regalando al mondo per la prima volta “quello che cerca”: una canzone da cantare. Pur se con le dita nel naso.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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SMALL FACES – From the Beginning (Decca)  

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Fino al 1967 il confine tra album e raccolte dedicate ad un artista era qualcosa di molto labile. In realtà, in un mercato che privilegiava il commercio su piccolo formato, per le etichette così come per i musicisti la concezione strutturale era esattamente identica sia per gli uni che per le altre. Raramente dietro un long playing c’era qualcosa che legava concettualmente le varie tracce, anche se Who e Kinks si stavano già muovendo in quella direzione. Si trattava di allineare qualche singolo di successo e metterci qualche riempitivo. Nient’altro.

From the Beginning, assemblato in fretta e furia dalla Decca non appena gli Small Faces hanno varcato la soglia per scindere il contratto e passare all’etichetta di Andrew Loog Oldham è dunque una raccolta perfettamente assimilabile ad un classico LP di quel periodo registrato in fretta e furia: Wham Bam, buona la prima.

Dentro c’è qualche altra bella cover, un paio di ripescaggi dal vecchio disco e una manciata di originali in parte già pubblicati su singolo (tra cui la formidabile hit All or Nothing, le guglie psichedeliche di Yesterday, Today and Tomorrow, il beat memorabile di My Mind’s Eye)  o destinati alla nuova etichetta, tanto da costringere la band a reinciderle per non violare le clausole del vecchio contratto. C’è qualche disomogeneità di fondo. Ma, ancora per poco, non interessa a nessuno. Tranne che agli Small Faces, che hanno già in programma un progetto ambizioso che culminerà, dopo quasi un anno di registrazioni, in Odgens’ Nut Gone Flake.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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THE BLACK CROWES – Before the Frost…Until the Freeze (Silver Arrow)  

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Per l’atto conclusivo della propria storia i Black Crowes radunano attraverso il loro sito una folla di pochi intimi ai Levon Helm’s Studios di New York, accendono microfoni e videocamere e registrano tutto.

Se non è buona la prima, non ci sarà una seconda.

Ma non serve ci sia.

Le venti canzoni che annunciano l’imminente glaciazione dei Black Crowes finiscono tutte su disco, a fare di Before the Frost…Until the Freeze l’ultimo orgoglioso viaggio dentro un suono dinamico come noi mai, a volte quasi  funkeggiante, ormai in grado di parlare con grandissima maestria e stile ogni dialetto della musica tradizionale americana. Forse, se un difetto lo si deve trovare in questo commiato dei corvacci neri, è proprio questo eccesso di padronanza dei propri mezzi espressivi (ascoltare la perfezione “formale” di pezzi come I Ain’t Hiding o What Is Home? su cui altri, ben più blasonati, avrebbero speso decine e decine di ore di registrazione) che va a discapito dell’anima sanguigna che ha sempre contraddistinto la band.

L’ultimo volo dei Black Crowes ha l’eleganza rapace e la possente maestosità di un volo d’aquile.

Come nella fiaba di Andersen, gli uccellacci abbandonano il nido lasciando un tappeto di piume nere.   

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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