THE JESUS LIZARD – Pure (Touch & Go)

0

La testa deforme e bitorzoluta del Cristo Lucertola fa capolino prima che chiudano le paratoie degli anni Ottanta. Un mini-lp di appena un quarto d’ora dove stridori di chitarra vengono pressati fra grugniti animali e una batteria elettronica dall’impronta industrial, in una sorta di incesto tra i Sonic Youth e gli Einstürzende Neubauten.

Un suono massacrante e sfigurato che verrà abilmente condotto da Steve Albini nelle fogne metropolitane degli anni Novanta fino a farne la Treccani del noise-rock americano.

Un gigantesco coleottero sviluppatosi tra le macerie del post-core dei Flipper e dei Big Black e delle implosioni rumoriste di Glenn Branca. Rumore parossistico che squarcia il petto dell’America e ne tira fuori chilometri di viscere putrescenti e sanguinolente, le stesse che soffocheranno Kurt Cobain. Una visione antitetica a quella dell’altra band “chiave” del hardcore dei ’90, ovvero i Fugazi, priva di qualunque redenzione e totalmente diseducata al bello.

Un annichilente e reiterato stupro alla salma del rock.

L’ultimo abominio consentito.

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

download

PISSED JEANS – “Why Love Now” (Sub Pop)  

0

L’incapacità di suscitare attenzioni incattivisce, dando energia cinetica ad una vite senza fine di odio e violenza. E così i Pissed Jeans, che sono forse la più pericolosa mina inesplosa del rock del nuovo secolo, diventano via via più cattivi. Dentro il loro nuovo disco sembra agitarsi l’anima inquieta di uno stalker, di un maniaco sessuale,  di un killer seriale. Il titolo è una domanda senza punto di domanda. Una domanda che contiene già la risposta. E la risposta è quella che tutti immaginiamo da un gruppo di degenerati figli di rednecks come i Pissed Jeans. Un amore prosciugato da qualsiasi emozione, come loro stessi dichiarano lungo questa dozzina di canzoni oscene, rantolanti, misogine. Che è quello che, fuori da Famiglia Cristiana, riempie le cronache dei nostri giorni, che aleggia nei social, che muove il mondo.

La musica di “Why Love Now” è animata da una furia cieca, vorace e convulsa. Una annichilente devastazione del giardino della bellezza. Il soffocamento costante, coatto di ogni suo germoglio.

Canzoni come sofferenza fisica. Un ascolto che è a sua volta sofferenza uditiva rigenerante e ripugnante allo stesso tempo.

Come nei primissimi dischi dei Jesus Lizard, come nei dischi neri dei Black Flag.

Come quando hai le stipsi e chiami tutti i santi di cui ricordi il nome stringendo i denti.

E nessuno di loro ha voglia di aiutarti.

E caghi sangue.      

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

MASSIMO VOLUME – ǝzuɐʇs (Underground)  

0

Il libro si intitola Zwischenzeit.

Ce ne sono tanti, di libri così.

Ma quello di Roland Schneider è diverso da tutti gli altri.

Raccoglie un centinaio di foto scattate dentro un ospedale psichiatrico di Berna nel 1987, lo stesso dove Schneider viene ricoverato per una gravissima forma di disaffezione e che, prima di prendere la forma di un libro, vengono mostrate agli stessi ospiti del centro di disfunzioni mentali che ne sono protagonisti.

I Massimo Volume, che in quel 1993 sono ancora i Signor Nessuno del rock italiano, scelgono uno di quegli scatti per la copertina del loro disco di debutto, un album destinato a tracciare il solco per il ritorno dell’uso della lingua italiana in ambito rock.

Fatta di necessità virtù (Emidio accetta di diventare il cantante della band a patto che non debba cantare per davvero), i Massimo Volume svincolano di fatto l’officiante dal ruolo di cantante, come era successo dieci anni prima con i CCCP Fedeli alla Linea sostituendo ai proclami di quelli delle vere e proprie micro-storie. Diventando un modello molto replicato e mai realmente raggiunto per molte band (non solo italiane) a venire. Dietro la voce di Emidio Clementi si staglia un muro di suono figlio del noise e del post-core americano.

Ferraglia, ruggine, polveri metalliche, molecole di carbonio, scambi ferroviari che segnano lo scorrere del tempo come lancette. La civiltà industriale che entra con prepotente forza nelle quotidiane vite di provincia, penetrando nelle storie di coppie che non si parlano più, di universitari che consumano i pomeriggi in piscina e le serate al bar, di uomini non ancora uomini che spingono le cremagliere dei ricordi sperando di muovere un ingranaggio che li spinga verso il futuro, restandone invece intrappolati.

ǝzuɐʇs vuote riempite da un rumore assordante. Come quello di mille bocche chiuse.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

massimo-volume-stanze

 

THE JESUS LIZARD – Head (Touch & Go)  

0

Il corpo sonoro dei Jesus Lizard prende forma come il David sotto il maglio di Michelangelo, acquisendo consapevolezza di se stesso dopo essere stato partorito con dolore da un blocco di marmo. 

Head ne rappresenta la testa, ovviamente. Dimora del discernimento e del calcolo freddo e razionale. Dopo il tracciato di Pure, il feto con la pelle di coccodrillo è pronto per porgere il suo vagito al mondo. 

Head è la marcatura a fuoco sulla carne di manzo degli anni Novanta. Il ferro rovente con cui i Jesus Lizard impongono il loro stile sul decennio che verrà invece ricordato per la segatura di metallo del grunge.

È David Yow a calarsi nella parte del bovino, rantolando e muggendo sotto la marchiatura della chitarra di Duane Devison e contorcendosi fra l’incudine e il martello che sono serviti a forgiare quel timbro a forma di lucertola.

Head è disco di inaudita barbarie.

Elogio della deformità e della sevizia che sfigura, maschera di ferro che si cala sul viso pulito degli anni Ottanta e li trasforma in una orribile macchina di mutilazione e tortura.

Come dei monarchi accecati dalla brama di potere i Jesus Lizard impongono il loro clima di terrore pur essendo, fondamentalmente, dei Restauratori. Se infatti il noise del decennio precedente aveva in qualche modo fatto delegittimato il riff chitarristico dal ruolo di imperatore sovrano, i Jesus Lizard lo rimettono al centro dell’impero rock, concedendogli il lusso di un trono. Che poi Devison preferisca costruirli usando una smerigliatrice piuttosto che una classica sei corde, cancellando ogni idea di assolo e qualsiasi esercizio onanistico di bending, è del tutto marginale a livello concettuale anche se è nodale ai fini della definizione del suono della band di Chicago, grezzo e prismatico allo stesso tempo.

Benvenuti negli anni Novanta, dove nulla di quello che vedete è vero e niente è dominato dall’amore. 

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

R-570815-1133186980

THE JESUS LIZARD – Goat (Touch & Go)  

2

Un autentico rigurgito di fiele.

Goat è la raffigurazione Gigeriana dell’abominevole mondo dei Jesus Lizard.  

Un disco dove ogni raccapriccio, ogni fobia, ogni perversione trova una sua rappresentazione fedele nell’orrore e nel godimento sadico che ne deriva.

Il rantolo psicopatico di David Yow, le chitarre invasive di Duane Denison e il martoriante picchiare di Sims e McNeilly creano un universo angoscioso che deve essere simile alle urla strazianti e al percuotere sulle sbarre provenienti dalle camere di isolamento di un ospedale psichiatrico.

Ascoltare Goat è come essere intrappolati nei corridoi su cui quelle prigioni per maniaci seriali si affacciano.  

Si può sentire il proprio corpo annaspare, avvertire tutto l’affanno della paura indotta dalla claustrofobia. Sentirne tutto lo sgomento.

Qualcuno pare stia rivettando il corpo di Cristo su una qualche nuova croce di acciaio e piombo.

Potremmo essere noi.

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

jesus-lizard_1024x1024

LAUGHING HYENAS – You Can’t Pray a Lie (Touch & Go)       

0

I Laughing Hyenas di Detroit furono il perfetto prototipo di quelle band che una volta dilaniati gli ultimi brandelli del corpo punk avevano iniziato a dissotterrare le ossa del blues messe da parte per quando non ci sarebbe più stata carne da sbranare. Alla fine degli anni Ottanta, quelle condizioni si erano verificate e la nausea che montava dentro la scena hardcore Americana avrebbe generato un disgusto ancora più efferato, fino a produrre i conati di vomito del cosiddetto post-hardcore, di cui i Laughing Hyenas furono in qualche modo “inventori”, del decennio seguente. Perfetto, per quanto disgustevole, punto di unione tra il blues sfigurato di Birthday Party e Beasts of Bourbon e le lacerazioni farneticanti di Jesus Lizard e Rapemen. Un suono che è un cumulo di scorie metalliche e una voce che è tormento e supplizio, l’urlo ferale di chi non riesce a placare i propri desideri e neppure ad espiare le proprie colpe, di chi nella soddisfazione dei propri bisogni vede una devastante e feroce tribolazione più che un rasserenante senso di appagamento. I figli del Vietnam hanno una foresta devastata dall’Agente Arancio dentro di se e ora ne cantano il deserto.

Dannazione da dannazione.

Pena da pena.

Sofferenza da sofferenza.

 

Franco “Lys” Dimauro

b8c72f221fa04bd9bdc152e94a4086b9

RAGE AGAINST THE MACHINE – The Battle of Los Angeles (Epic)  

0

La nuova chiamata per l’adunata sediziosa di cui i Rage Against the Machine sono in qualche modo profeti e portavoce, arriva nel 1999, con un disco spettacolare ed esplosivo quanto i due che lo hanno preceduto che se stavolta non ci scoppia in mano è solo perché nei sette anni che lo separano dall’arrivo sulle scene della formazione californiana ci siamo abituati in qualche modo ad armeggiare con le sue polveri piriche senza far venir giù le mura di casa.

Facendola brillare all’esterno, possibilmente.

Così come era stata concepita.

Musica del ghetto. Fiera, antagonista, arrabbiata.

E si, i Fugazi non incidono per una major mentre loro no, lo so.

E si, nel frattempo la fusione metal-rap ha generato dei mostri che manco quando fu mescolato l’hard rock con la musica di Puccini. Però basta far decantare e la merda verrà a galla da se.  

E si, Zack de la Rocha continua a sobillare la folla e ad incitare alla rivoluzione sul “solito” tappeto di chitarre croccanti come un campo coperto da locuste.

Nessuna variazione sul tema, dal punto di vista musicale. Morello usa il suo strumento come Terminator X faceva coi suoi piatti, con l’intento di ferire. Le parole vengono snocciolate come la cartucciera di un AK47.

La ritmica è quadrata, precisa, scultorea. Adatta a modellare le deformità di questo mondo su parallelepipedi di granito.

Testify, Guerrilla Radio, Maria, Voice of the Voiceless, Sleep Now in the Fire, War Within a Breath sono gli ultimi salmi cantanti con rabbia contro la macchina.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

download (4)

THE MEN – Leave Home (Sacred Bones)

0

The Men lasciano casa, dunque.

Non prima di averla buttata giù.

Fischia tutto dentro il nuovo disco degli Uomini di Brooklyn.

Un gioco al massacro in cui si scontra la ripetitività ossessiva dei Suicide e del rock krauto, il muro del suono dello shoegaze, il rock sfigurato dei Sonic Youth di Bad Moon Rising, i deliri espressionisti dei Velvet di European Son e del rumorismo industriale dei primi anni Ottanta, il rallenti mortifero del death metal fino alla furiosa discesa nel vortice del post-hardcore. E non c’è modo di risalire, ne’ di trovare riparo. Leave Home apre le fauci su un baratro abissale di rumore in putrefazione tumulandoci con strati e strati di polvere di ferro fino a vederci soffocare.

Nulla viene concesso al bello, men che meno alla pietà.

Provate a ripararvi il capo con il disco dei Beady Eye, vediamo quanto regge.

 

 

                                                                              Franco “Lys” Dimauro

Men - Leave Home sbr057

FUGAZI – Instrument Soundtrack (Dischord)

0

Alla fine del decennio la band si zittisce e fa parlare le immagini. Sono quelle che scorrono lungo Instrument, il film diretto da Jem Cohen che esce in VHS nel Marzo del 1999 e che ripercorre per due ore, dall’esplosione del punk fino alle ultime sedute in studio che hanno prodotto End Hits, tutta la storia della band. Ad accompagnarlo, in formato audio, lo sperimentale Instrument Soundtrack: diciotto tra demo, outtakes e inediti che mostrano come, se avessero voluto, i Fugazi avrebbero potuto essere “altro”. Un po’ come riuscirono a dimostrare i Clash.

Valgano come esempio la I‘m So Tired suonata al piano da Ian McKaye dove c’è già tutto l’Ed Harcourt che verrà dieci anni più tardi, oppure l’irriconoscibile, soffocata versione demo di Rend It (da In On the Killtaker). O ancora la dolcezza slintiana di Trio‘s, il mini dub improvvisato sul giro di Shakin’ All Over, la Afterthought che pare essere stata cacciata in esilio dalle maestà sataniche degli Stones o la Turkish Disco desaparecido da Sandinista!

Un disco progettualmente transitorio e satellitare rispetto alle grandi cose della band ma che riesce a dare risalto alla smania sperimentale che ha sempre contraddistinto il gruppo di Washington D.C.

Consigliato solo ai fanatici.

E chi non è fanatico dei Fugazi nel 1999, viene da un altro pianeta.

 

 

                                                                                                Franco “Lys” Dimauro


Fugazi_%20instrumentsoundtrack-01