STARFUCKERS – Sinistri (Underground)  

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Questo disco è noioso, questo disco fa schifo, questo disco è sbagliato.

Con Sinistri gli Starfuckers decidono di smontare le impalcature di tubi metallici con cui avevano costruito il loro precedente lavoro. E registrano quel silenzio interrotto da rumori casuali, metalli che cozzano, operai che si urtano mentre smantellano l’intero cantiere. Sfiniti ma pronti a bloccare i cancelli per il prossimo corteo sindacale.

Sono gli operai che inventano il logo della TIM con più di vent’anni di anticipo. Forse non sono più neppure loro, in verità.

Forse quella di Sinistri è la prima officina infestata dai fantasmi di quegli spiriti. Passando accanto alle macchine cui hanno sacrificato i loro corpi in vita producono un rumore, sfregano su qualche lastra di metallo, picchiano qualche utensile, azionano qualche puleggia, lanciano qualche ciotola nel tinello della sala mensa, spaccano qualche orinale.

Poi si mettono in marcia, intonando un malefico canto proletario che ha l’odore di tutte le cose definitive. Battendo le mani, con gli occhi bendati, le museruole infine slacciate, i piedi che pestano nel torbido: quello di Ordine pubblico è l’unico momento “musicale” di un disco dove è la presenza invasiva delle macchine a marcare il territorio, a farci precipitare in una voragine antropomorfica dove silenzi e suoni “sinistri” anticipano l’età della comunicatività compulsiva ma ectoplasmatica  che sta per arrivare, l’era in cui ogni contatto umano perde di fisicità e corporeità per disperdersi nel cyberspazio, mortificato da un sms, da un whatsapp, da una chat, da un “vediamoci” rimandato all’infinito, sparato nello spazio come l’eco di un sonar, come brindisi benaugurante di un incontro che non avverrà mai.

Distanti, polverizzati, deumanizzati, morti.   

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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PRIMAL SCREAM – Give Out but Don’t Give Up: The Original Memphis Recordings (Sony Music)  

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L’album con la bandiera confederata degli stati del Sud. Come quella sventolata dai Lynyrd Skynyrd durante gli anni Settanta.

Che i Primal Scream stessero al Sud degli Stati Uniti come l’orso polare con il deserto californiano importava poco: Give Out but Don’t Give Up non voleva barare, dimostrando subito un segno di appartenenza, anche se d’adozione. Il ritorno in pista dei Primal Scream dopo l’elaborata fusione tra mondi di Screamadelica fu di una volgarità inaudita: chitarroni rollingstoniani e fiati da gruppazzo funk, come gli Aerosmith di Permanent Vacation. Un’abiura dalle piste da ballo che il precedente disco aveva dominato e un tuffo nel mare magnum del rock ‘n’ roll untuoso da autostrada americana che si apriva già impettito, con Jailbird e la successiva Rocks, destinate a raccogliere il timone della Rag Doll dei gemellini tossici che era stato l’asso pigliatutto del rock da classifica di qualche anno prima. Proprio come quella, le ammiraglie di Give Out but Don’t Give Up transitano sovente in radio trascinando con loro tutto il carico di luoghi comuni del rock americano di cui il disco è saturo e certe sue assonanze con il blue-eyed soul degli Aztec Camera di Love che il pubblico distratto non sente ma che li raggiunge in maniera subliminale in tante canzoni, Big Jet Plane su tutte.  

Questa nuova versione, precedente a quella poi diventata la copia madre del disco che conosciamo, dovrebbe mostrare una faccia inedita, più “acqua e sapone” di quel disco prima che l’intervento di George Drakoulias lo dirottasse su territori limitrofi a quelli calpestati dai Black Crowes.

Anche “struccato” Give Out but Don’t Give Up non si discosta dal risultato a tutti conosciuto, per cui chi si avvicinerà al disco sperando di trovarsi dentro una palude di rock ‘n’ roll sudicio e cattivo, con sporcizia blues disseminata ai bordi delle strade come nell’Exile Street degli Stones, sappia che se ne tornerà a casa deluso e con qualche soldo in meno: le canzoni avevano infatti una loro precisa identità e quella di Bobby era un’infatuazione reale per i suoni della tradizione americana del resto già ravvisabile nei dischi precedenti. Solo che adesso Bobby vuole realizzare un disco “classico”.

Come scritto in apertura, dunque Gillespie non stava bluffando.

La nuova edizione del disco dunque non regala nessun valore aggiunto a quel lavoro, soddisfacendo più i bisogni da voyeur che una reale esigenza di ripulire l’insieme dal superfluo che, anche scartavetrando la superficie, resta inappagata.  Un esito che non ne giustifica i costi di realizzazione, pur risparmiando sulle foto per la copertina.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

 

MAU MAU – Bàss paradis (Vox Pop)  

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L’aroma mediterraneo latente su Sauta rabel si sprigiona in tutta la sua magica, avvolgente fragranza su Bàss paradis, capolavoro meticcio realizzato a Torino e completato ai Real World Studios di Peter Gabriel nel 1994 e con cui i Mau Mau firmano uno dei capolavori più sottovalutati della musica italiana. Se il disco di debutto rivelava, nella sua discontinuità, delle crepe destinate a rendere friabile l’impianto acustico del combo torinese, Bàss paradis svela una rotondità, una pastosità sonora incredibile e prodigiosa che lo rendono inattaccabile, come se la formazione piemontese avesse voluto proteggere la sua musica con una placcatura che le facesse da scudo e, insieme, ne aumentasse la lucente bellezza. L’area mediterranea compresa fra le coste africane, spagnole, francesi ed italiane e il movimento nomade delle popolazioni apolidi che le attraversano diventano il paesaggio-chiave della musica dei Mau Mau.

Nacchere, fisarmoniche, chitarre acustiche, percussioni (cuore vibrante del disco, ora incalzanti ora ribollenti come acque bagnate dalla lava), violini scorrono senza posa a raccontare storie di pellegrinaggi e di zuffe etniche tra popolazioni che faticano ad integrarsi, pur respirando della stessa aria, pur guardando allo stesso mare. I Mau Mau realizzano un disco di world music mezzosangue appassionante e moderna, ballabile, creativa, speziata ed imbastardita con tutto quanto puoi sentire infilando l’orecchio dentro una conchiglia trasportata dal Mediterraneo e destinata a farsi tromba di carbonato di calcio sulle nostre spiagge di rena e pietre marine.           

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

BLITZ – The Complete Blitz Singles Collection (Cherry Red) / THE VIBRATORS – The Indipendent Singles Collection (Get Back)

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Gruppo di punta della storica No Future Records (furono proprio loro ad inaugurarne il catalogo, NdLYS), i Blitz furono una delle formazioni cardine della terza generazione punk britannica, quella che mutuò dalla strada codici, stili di vita, comportamenti.

Questa raccolta mette in fila tutti i singoli della band di Manchester ad eccezione del 7″ EP pubblicato dalla Warning Records ed è quindi documento storico dalla forte valenza cronologica ma sicuramente disomogeneo articolando il suo percorso dallo street punk di pezzi frontali e diretti come Attack o Someone’s Gonna Die fino alle ultime discutibili virate protoelettroniche di pezzi come Bleed Sonar.

Molto più longevi furono i Vibrators, noti soprattutto per essere stati l’oratorio formativo di John Ellis, futuro Stranglers e Purple Helmets ma in realtà autori di una buona manciata di albums e qualche singolo più o meno noto a cavallo tra i Settanta e il decennio successivo, parte dei quali trova posto in questa doppia raccolta. Il titolo in questo caso potrebbe trarre in inganno: sappiate dunque che se cercate pepite come We Vibrate o London Girls oppure piccoli successi indie come Judy Says Automatic Lover dovrete glissare e rifugiarvi altrove (ad esempio tra i solchi della sempreverde raccolta The Power of Money su etichetta Anagram, NdLYS). Qui si parte infatti dal 1980 giù per dieci anni di singoletti indipendenti ma ahimè non tutti all’altezza del mito. Certo, Baby Baby rimane pur sempre un classicissimo ma di pezzi come Everyday I Die a Little o Halfway to Paradise francamente non è che se ne sentisse proprio la mancanza….

                                         Franco “Lys” Dimauro

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THE SMITHEREENS – A Date with The Smithereens (Floating World)  

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Nel 1994, in una delle (poche) interviste rilasciate per la promozione di A Date with The Smithereens, un Pat DiNizio palesemente risentito, dichiarò che il rock ‘n roll era finito e che la sua era forse l’unica rock ‘n roll band che continuava ad incidere dischi. Il risentimento era dovuto in larga parte all’attenzione rivolta da critica e pubblico al fenomeno grunge che aveva lasciato fuori dal cono di luce molte band “storiche”, come la sua. Uno scivolone terribile di cui avrebbe parlato ancora, con identico rancore, su Sick of Seattle.

La cosa curiosa è che Kurt Cobain aveva dichiarato che, durante la creazione di quello che del grunge sarebbe diventata l’icona insuperabile e del cui produttore DiNizio aveva inizialmente chiesto i servigi proprio per questo disco, le sue orecchie erano in buona parte occupate dall’ascolto di Especially for You, il disco d’esordio della band di DiNizio. Insomma, non proprio dei simpaticoni DiNizio & Co.

Ovviamente gli Smithereens non erano gli unici reduci rimasti in circolazione durante la sbornia grunge. E non erano neppure tra i migliori. In ogni caso, quando i riflettori sarebbero tornati a far luce su quello che c’era oltre Seattle, gli Smithereens si sarebbero limitati a diventare un gruppo-parodia, senza alcuna idea se non quella folle e megalomane di cimentarsi con le canzoni dei Beatles, con le canzoni di Santa Claus o di riproporre per intero il Tommy degli Who.   

A Date with The Smithereens dal canto suo pensava di fronteggiare la piena del grunge con un set di canzoni non proprio brillanti. Lo smalto power-pop degli anni Ottanta era soffocato dentro il tentativo di irrobustire leggermente il suono, opacizzando la brillantezza degli infissi. Il tentativo fallì miseramente, portando alla rottura con la RCA che pure aveva concesso agli Smithereens l’onore di ospitare per un paio di brani (Point of No Return e Long Way Back Again) la chitarra di Lou Reed. Eppure, a ben vedere, le ambizioni di DiNizio non erano del tutto malriposte, siccome i Lemonheads avrebbero spopolato ovunque e contemporaneamente in pratica con la stessa ricetta: canzoni melodicamente appese alle grucce di Tom Petty, accigliate ma senza mai scavallare nella malinconia o nel pessimismo fine a se stesso.

A Date è un plaid da tirarsi sulle gambe nei pigri pomeriggi di primavera, quando il sole tarda ancora a scaldare i tetti ma promette estati sfavillanti. E noi gli crediamo. Perché ci piace credere sia così.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

DINOSAUR JR. – Without a Sound (Blanco Y Negro)

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Raggomitolato sul divano di casa, da solo, J Mascis stappa una bottiglia di prosecco brindando non si sa bene a cosa o a chi, poi si snida e srotola il suo tappeto di chitarre cominciando a strusciarvisi sopra, facendo le fusa.

Disseminati sul tappeto, i suoi giocattoli di sempre. Lui ogni tanto tira fuori le unghie e li aggredisce come fossero dei topi di fogna che non meritano altro che essere sbranati. Poi torna a stiracchiarsi pigro, nei modi a lui consoni. E, quando l’intestino lo richiede, va a cagare nella lettiera. Senza curarsi di ricoprire la merda col terriccio.

Without a Sound non regala nessuna novità di rilievo, se non per il fatto che la sigla Jr. potrebbe adesso tranquillamente ridursi alla sola J, unico proprietario del marchio. E del resto, perché dovrebbe regalarne qualcuna? Mascis ha aspettato con pazienza che il mondo girasse e passasse dalla sua camera senza che lui abbia fatto niente di più che alzare leggermente la tapparella facendo passare un po’ di luce.

Adesso finalmente è giunto quel momento.

E mentre i Nirvana e gli Hüsker Dü pubblicano, per ironia della sorte, i loro dischi “dal vivo” pur essendo già morti, i Dinosaur Jr. si inerpicano sulle classifiche a rubare i croccantini che qualcuno aveva messo in alto illudendosi che il gatto Mascis non avesse mai avuto la forza e la volontà di spirito di arrampicarsi così in alto.  

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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ROLLINS BAND – Weight (Î-mä/gō)  

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Mandibole  e giugulari tirati fino allo spasimo, bicipiti e quadricipiti gonfi come tacchini, torso nudo, polpacci turgidi e pronti all’aggressione.

Ipertonico e carico di rabbiosa disciplina, Henry Rollins dà l’impressione che affronti ogni nuovo disco, ogni nuovo concerto come se dovesse affrontare un’altra sfida sul ring.

Rollins è uno che si avventa sulle canzoni. Le lavora ai fianchi con animalesco vigore e poi gli si scaglia contro.

Con possenza altèra, maschia, ferina cerca di dominarle e gode nel vederle dimenarsi affannate e doloranti sotto le suole cingolate dei suoi anfibi.

Sul ring con lui Sim Cain, Melvin Gibbs e Chris Haskett: dei secondi che non sono secondi a nessuno. “Pesi” massimi anche loro. Destinati a spaccare mascelle e tumefare il fegato degli avversari. 

Come il disco precedente (e parte di Dirty dei Sonic Youth, NdLYS), Weight è dedicato all’amico e coinquilino Joe Cole, ucciso davanti ai suoi occhi la notte del 19 Dicembre del 1991, dopo aver assistito a un concerto degli Hole (che a Cole dedicheranno l’intero Live Through This). E come quello è carico di una fisicità prorompente, incontenibile. Un manifesto quadrangolare della filosofia salutista di Mr. Rollins risolto in dodici canzoni che non conoscono la resa. Bagnate in un hard rock roccioso che padroneggia ganci e montanti e confonde l’avversario con l’elastica ma virile movenza del funky.

Senza abbassare mai la guardia.

Senza mai abbozzare un sorriso.

Senza mai gettare la spugna.

Mortificando il nemico.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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MARLENE KUNTZ – Catartica (Consorzio Produttori Indipendenti)  

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Quella del crowfunding è oggi pratica assai diffusa, in tutti campi.

Nel settore discografico la sua espansione è inversamente proporzionale alla disponibilità finanziaria delle case discografiche, piccole o grandi che siano.

Ma allora, siamo nel 1993 (quando quello che allora veniva chiamato World Wide Web viene usato ancora come alternativa ai canali porno di massa e per pochissimo altro), a tentare la strada del finanziamento pubblico, per di più senza averlo neppure, quel pubblico, sono davvero in pochi. I Marlene Kuntz ad esempio furono dei veri pionieri. Nell’estate di quell’anno sulle riviste di settore spunta, confuso tra cento altri, un annuncio con queste parole: “Marlene Kuntz è quattro anni  di suoni e amore. Ci nutriamo della quintessenza della Gioventù Sonica e delle Cattive Sementi: non plagio ma feeling di note e di vita. Chiediamo l’assurdo: la vostra prenotazione del nostro primo E.P. mandando £ 13.000 spese incluse a Riccardo Tesio, Via Sacco e Vanzetti 5, 12100 Cuneo”.

Le cose poi andarono come spesso vanno ai pionieri.

E quell’E.P. non uscì mai.

Ma a credere nei Marlene Kuntz fu uno che i Marlene Kuntz li aveva sentiti davvero. E che si prese carico di diventare il produttore esecutivo del progetto, finanziandolo con i soldi dell’etichetta che aveva appena messo in piedi. E così Catartica, che nel frattempo era diventato un album vero e proprio, divenne il primo numero del catalogo del Consorzio Produttori Indipendenti.

E Maroccolo aveva visto giusto, che il momento era buono per il rock non esattamente di stampo “mediterraneo” cantato in lingua italiana.

I Massimo Volume a Bologna avevano sdoganato la lingua di Dante rendendola protagonista centrale del loro suono.

Lo avevano fatto egregiamente i Flor de Mal giù in Sicilia e presto avrebbero ceduto, svoltando non solo stilisticamente, gli Afterhours. E anche chi qualche radice in comune con i Marlene Kuntz ce l’aveva per davvero, come i toscani Starfuckers. Senza svoltare. 

E i suoi C.S.I. erano pronti per il debutto. Trascinandosi dietro anche chi quell’alchimia la collaudava da anni ma senza riuscire a farsi largo in un mondo declinato in lingua inglese, come i Ritmo Tribale.

I Marlene Kuntz (che Godano proverà inutilmente a far articolare in maniera corretta, arrendendosi poi al comune adagio che li volle cunz anziché canz per sempre, NdLYS) diventano da subito quella gran cosa che sono rimasti negli anni, abbottonando con efficacia il canto in lingua madre alle asole storte dei Sonic Youth.

Un’abilità che si affinerà col tempo, quando la fragilità farà capolino fra i toni vanitosi che aleggiano ingombranti su gran parte dei primi testi del gruppo, ma che già su pezzi come Lieve, Nuotando nell’aria, Gioia (che mi do), Festa mesta si prefigura capace di trascinare le folle. Riuscendo alla fine a scucire quelle tredicimila lire ai botteghini dei concerti.   

Noi stiamo per generare l’idea di vomitare sui vostri piatti migliori.

E noi, aspettammo vomitassero.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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