GIRLS AGAINST BOYS – Cruise Yourself (Touch and Go)  

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Nel 1994, all’epoca di Cruise Yourself, i Girls Against Boys sono la piccola compagnia di ventura destinata a conquistare parecchie, parecchie terre sul tavolo del Risiko della musica alternativa.

All’epoca sono in giro già da un po’. Hanno fatto la cosiddetta gavetta. E non sono più delle reclute. Hanno appreso come usare le armi anche per offendere, non solo per pararsi il culo dagli attacchi nemici mentre sono nel buio fumoso del loro fortino.

Potevi trovarteli schierati davanti in formazione doppio basso/chitarra/batteria.

Oppure disposti secondo lo schema tastiera/basso/chitarra/batteria.

Ed in entrambi i casi non potevi trattenere un sussulto che si sarebbe presto trasformato in una sequenza di scatti epilettici capaci di spettinarti. A meno che non usavi il loro stesso trucco e ti impomatavi i capelli.   

Loro erano i ragazzi in perenne lotta con le donne.

Bellocci e carichi di un erotismo sensuale e virile. Tonici come la loro musica. Ma mai volgare. Mai ostentata. Sibillina, piuttosto. E anche un po’ perversa, ammiccante, audace.

Che stavolta siano arrivati per conquistare lo si capisce già dal passo risoluto di Tucked-in, con le voci dei due sergenti che si sovrappongono, impartiscono ordini, imprecano, aggrediscono. La truppa percorre uno stretto cunicolo, finché il tunnel non si apre su una palude che fuma ancora di bivacchi sonicyouthiani. È l’inizio dell’offensiva.

Cruise Your New Baby Fly Self e Kill the Sexplayer, con le loro doppie linee di basso, sono le teste di ariete usate per sfondare le mura.

Poi è un susseguirsi di attacchi psicologici, strategie d’azione e rese simulate che si chiamano [I] Don’t Got a Place, The Royal Lowdown, My Martini, Psychic Know-How, From Now On con cui i Girls Vs. Boys fanno centinaia, migliaia, centinaia di migliaia di prigionieri.

Me e voi compresi.       

                                                                                 Franco “Lys” Dimauro

JELLO BIAFRA AND MOJO NIXON – Prairie Home Invasion (Alternative Tentacles)  

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L’approdo estemporaneo di Jello Biafra alla più tradizionale tra le musiche americane è uno dei dischi di roots-rock più belli mai prodotti.
Traditional e pezzi originali si susseguono in un carosello caustico e dissacrante, con Biafra che istilla veleno in tredici pezzi vestiti armati col più classico arsenale sonoro degli Stati Uniti d’America: banjo, pedal steel, armonica, dobro, accordeon, violini. Una carovana che spala merda lungo tutta la meridiana che taglia in due il continente e poi la sera si riunisce a fare festa suonando sugli standard di Phil Ochs e dei fratelli Willis. Il suono di Prairie Home Invasion è tracotante e gagliardo, consegnando al canzoniere a stelle e strisce almeno tre nuovi classici come Burgers of Wrath, Buy My Snake Oil, Masket Mania, conati di vomito sui tavoli dei fast food e sulle scrivanie ordinate dei nuovi occhialuti eroi della scena emo-core che ha spento la vecchia rabbia punk ma non la risata del grande Joker dell’hardcore americano. Che ride ancora più forte, facendo volteggiare il suo cappello da cowboy e la sua fune, come in un rodeo dove porci e bovini vengono catturati e poi appesi a testa in giù, affinchè il loro sangue si mescoli con quello dei nativi trucidati tre secoli prima.

                                                                                         Franco “Lys” Dimauro

THE NEW BOMB TURKS – Information Highway Revisited (Crypt)  

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Per i canoni della Crypt, quasi un disco hardcore.

Il secondo disco dei New Bomb Turks sfreccia senza concederci neppure una pausa per pisciare.

In realtà Information Highway Revisited suona più come gli Stooges di Iggy Pop e James Williamson a velocità quadruplicata che come una qualsiasi compagine hardcore. Il suono è fetido e disperato, come di chi è perennemente fuori posto, perennemente disadattato, costretto a convivere con un cuore che può scoppiare come una bomba atomica e a scaricare un’energia incosciente che rischierebbe di bruciarlo nel giro di un’adolescenza.

Ecco perché un pezzo come Lyin’ on Our Backs ha lo stesso sapore di I Got a Right, perché tra le liriche di Bullish on Bullshit ci sembra di riconoscere quelle di I’m Sick of You.  

Ecco perché tutto il disco è pervaso da questa ferocia tossica, corrosiva, “stoogesiana”. Ecco perché tutto sembra correre velocissimo verso il precipizio di un nuovo anno “con niente da fare”.

Che quell’anno sia il 1969, il 1970 o il 1997 davvero non importa.    

                                                                                   Franco “Lys” Dimauro

NOFX – Punk in Drublic (Epitaph)  

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Qual è la differenza sostanziale fra il punk degli anni Settanta e quello degli anni Novanta? Be’, è molta, moltissima. Chi ascolta Punk in Drublic, uno dei manifesti del neo-punk dell’ultimo decennio del XX secolo e ha in casa e nel cuore i dischi di band come Dead Boys, Voidoids, Germs, dovrebbe accorgersene immediatamente. A naso.

Gli altri ovviamente no.

Il nuovo punk è, paradossalmente, in perfetta antitesi col punk che lo ha preceduto. È l’esaltazione delle vitamine, della vita salutista, dei muscoli contrapposta al flaccido marciume, alla vocazione autodistruttiva, al degrado fisico che straripava dalle copertine e dai testi di quegli eroi negativi.  

La musica dei NOFX, dei NOFX di Punk in Drublic in particolare, è il punk da spremuta di frutta, da taurina al caramello.

Ha lo stesso ritmo di una sega da sedicenne.

Se avete sedici anni, provate pure. Riuscirete ad andare a tempo in maniera metronomica.

Melodico (ma neppure tanto), veloce, suonato tutto in downstrokes, tranne quando la strizzata d’occhio e di palle dello ska impone di invertire la direzione.

Incazzatura raso terra.  

Io, che non sono facile alla risata, non mi sono divertito per nulla.

E non solo con la sega ma anche con la pialla, mi sa che sono più bravo io.   

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

HUGO RACE – Stations of the Cross (Bang!) 

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Stampato all’epoca esclusivamente solo su cd ed in sole 2000 copie, Stations of the Cross è uno dei capisaldi della discografia di Hugo Race, all’epoca ancora in pianta stabile nei Bad Seeds di Nick Cave. Il disco documenta un’esibizione modenese in solitario e in acustico del musicista australiano a simboleggiare da un lato un legame con la nostra terra che negli anni Race sceglierà come patria adottiva e campo per innesti da cui raccogliere altri frutti cattivi e dall’altro una riappropriazione dei canoni elementari della musica americana che in quel medesimo periodo attrae personaggi come Jeffrey Lee Pierce, Mark Lanegan, Kurt Cobain.  

Il repertorio è quello dei suoi dischi dei True Spirit e qualche cover blues.  

Roba semplice e schietta suonata con tocco da amanuense del blues, come la Send Me Your Pillow di John Lee Hooker sistemata a metà scaletta o la versione rurale, primitiva di J-Wray Day che sboccia ferrigna e spinosa quasi in chiusura.

L’Hugo Race ancora trentenne e bellissimo che viene ad abbracciarci, col suo pezzo di legno appeso al collo come il tronco di un patibolo.   

 

                                                                                               Franco “Lys” Dimauro

 

STARFUCKERS – Sinistri (Underground)  

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Questo disco è noioso, questo disco fa schifo, questo disco è sbagliato.

Con Sinistri gli Starfuckers decidono di smontare le impalcature di tubi metallici con cui avevano costruito il loro precedente lavoro. E registrano quel silenzio interrotto da rumori casuali, metalli che cozzano, operai che si urtano mentre smantellano l’intero cantiere. Sfiniti ma pronti a bloccare i cancelli per il prossimo corteo sindacale.

Sono gli operai che inventano il logo della TIM con più di vent’anni di anticipo. Forse non sono più neppure loro, in verità.

Forse quella di Sinistri è la prima officina infestata dai fantasmi di quegli spiriti. Passando accanto alle macchine cui hanno sacrificato i loro corpi in vita producono un rumore, sfregano su qualche lastra di metallo, picchiano qualche utensile, azionano qualche puleggia, lanciano qualche ciotola nel tinello della sala mensa, spaccano qualche orinale.

Poi si mettono in marcia, intonando un malefico canto proletario che ha l’odore di tutte le cose definitive. Battendo le mani, con gli occhi bendati, le museruole infine slacciate, i piedi che pestano nel torbido: quello di Ordine pubblico è l’unico momento “musicale” di un disco dove è la presenza invasiva delle macchine a marcare il territorio, a farci precipitare in una voragine antropomorfica dove silenzi e suoni “sinistri” anticipano l’età della comunicatività compulsiva ma ectoplasmatica  che sta per arrivare, l’era in cui ogni contatto umano perde di fisicità e corporeità per disperdersi nel cyberspazio, mortificato da un sms, da un whatsapp, da una chat, da un “vediamoci” rimandato all’infinito, sparato nello spazio come l’eco di un sonar, come brindisi benaugurante di un incontro che non avverrà mai.

Distanti, polverizzati, deumanizzati, morti.   

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

PRIMAL SCREAM – Give Out but Don’t Give Up: The Original Memphis Recordings (Sony Music)  

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L’album con la bandiera confederata degli stati del Sud. Come quella sventolata dai Lynyrd Skynyrd durante gli anni Settanta.

Che i Primal Scream stessero al Sud degli Stati Uniti come l’orso polare con il deserto californiano importava poco: Give Out but Don’t Give Up non voleva barare, dimostrando subito un segno di appartenenza, anche se d’adozione. Il ritorno in pista dei Primal Scream dopo l’elaborata fusione tra mondi di Screamadelica fu di una volgarità inaudita: chitarroni rollingstoniani e fiati da gruppazzo funk, come gli Aerosmith di Permanent Vacation. Un’abiura dalle piste da ballo che il precedente disco aveva dominato e un tuffo nel mare magnum del rock ‘n’ roll untuoso da autostrada americana che si apriva già impettito, con Jailbird e la successiva Rocks, destinate a raccogliere il timone della Rag Doll dei gemellini tossici che era stato l’asso pigliatutto del rock da classifica di qualche anno prima. Proprio come quella, le ammiraglie di Give Out but Don’t Give Up transitano sovente in radio trascinando con loro tutto il carico di luoghi comuni del rock americano di cui il disco è saturo e certe sue assonanze con il blue-eyed soul degli Aztec Camera di Love che il pubblico distratto non sente ma che li raggiunge in maniera subliminale in tante canzoni, Big Jet Plane su tutte.  

Questa nuova versione, precedente a quella poi diventata la copia madre del disco che conosciamo, dovrebbe mostrare una faccia inedita, più “acqua e sapone” di quel disco prima che l’intervento di George Drakoulias lo dirottasse su territori limitrofi a quelli calpestati dai Black Crowes.

Anche “struccato” Give Out but Don’t Give Up non si discosta dal risultato a tutti conosciuto, per cui chi si avvicinerà al disco sperando di trovarsi dentro una palude di rock ‘n’ roll sudicio e cattivo, con sporcizia blues disseminata ai bordi delle strade come nell’Exile Street degli Stones, sappia che se ne tornerà a casa deluso e con qualche soldo in meno: le canzoni avevano infatti una loro precisa identità e quella di Bobby era un’infatuazione reale per i suoni della tradizione americana del resto già ravvisabile nei dischi precedenti. Solo che adesso Bobby vuole realizzare un disco “classico”.

Come scritto in apertura, dunque Gillespie non stava bluffando.

La nuova edizione del disco dunque non regala nessun valore aggiunto a quel lavoro, soddisfacendo più i bisogni da voyeur che una reale esigenza di ripulire l’insieme dal superfluo che, anche scartavetrando la superficie, resta inappagata.  Un esito che non ne giustifica i costi di realizzazione, pur risparmiando sulle foto per la copertina.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

 

MAU MAU – Bàss paradis (Vox Pop)  

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L’aroma mediterraneo latente su Sauta rabel si sprigiona in tutta la sua magica, avvolgente fragranza su Bàss paradis, capolavoro meticcio realizzato a Torino e completato ai Real World Studios di Peter Gabriel nel 1994 e con cui i Mau Mau firmano uno dei capolavori più sottovalutati della musica italiana. Se il disco di debutto rivelava, nella sua discontinuità, delle crepe destinate a rendere friabile l’impianto acustico del combo torinese, Bàss paradis svela una rotondità, una pastosità sonora incredibile e prodigiosa che lo rendono inattaccabile, come se la formazione piemontese avesse voluto proteggere la sua musica con una placcatura che le facesse da scudo e, insieme, ne aumentasse la lucente bellezza. L’area mediterranea compresa fra le coste africane, spagnole, francesi ed italiane e il movimento nomade delle popolazioni apolidi che le attraversano diventano il paesaggio-chiave della musica dei Mau Mau.

Nacchere, fisarmoniche, chitarre acustiche, percussioni (cuore vibrante del disco, ora incalzanti ora ribollenti come acque bagnate dalla lava), violini scorrono senza posa a raccontare storie di pellegrinaggi e di zuffe etniche tra popolazioni che faticano ad integrarsi, pur respirando della stessa aria, pur guardando allo stesso mare. I Mau Mau realizzano un disco di world music mezzosangue appassionante e moderna, ballabile, creativa, speziata ed imbastardita con tutto quanto puoi sentire infilando l’orecchio dentro una conchiglia trasportata dal Mediterraneo e destinata a farsi tromba di carbonato di calcio sulle nostre spiagge di rena e pietre marine.           

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

BLITZ – The Complete Blitz Singles Collection (Cherry Red) / THE VIBRATORS – The Indipendent Singles Collection (Get Back)

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Gruppo di punta della storica No Future Records (furono proprio loro ad inaugurarne il catalogo, NdLYS), i Blitz furono una delle formazioni cardine della terza generazione punk britannica, quella che mutuò dalla strada codici, stili di vita, comportamenti.

Questa raccolta mette in fila tutti i singoli della band di Manchester ad eccezione del 7″ EP pubblicato dalla Warning Records ed è quindi documento storico dalla forte valenza cronologica ma sicuramente disomogeneo articolando il suo percorso dallo street punk di pezzi frontali e diretti come Attack o Someone’s Gonna Die fino alle ultime discutibili virate protoelettroniche di pezzi come Bleed Sonar.

Molto più longevi furono i Vibrators, noti soprattutto per essere stati l’oratorio formativo di John Ellis, futuro Stranglers e Purple Helmets ma in realtà autori di una buona manciata di albums e qualche singolo più o meno noto a cavallo tra i Settanta e il decennio successivo, parte dei quali trova posto in questa doppia raccolta. Il titolo in questo caso potrebbe trarre in inganno: sappiate dunque che se cercate pepite come We Vibrate o London Girls oppure piccoli successi indie come Judy Says Automatic Lover dovrete glissare e rifugiarvi altrove (ad esempio tra i solchi della sempreverde raccolta The Power of Money su etichetta Anagram, NdLYS). Qui si parte infatti dal 1980 giù per dieci anni di singoletti indipendenti ma ahimè non tutti all’altezza del mito. Certo, Baby Baby rimane pur sempre un classicissimo ma di pezzi come Everyday I Die a Little o Halfway to Paradise francamente non è che se ne sentisse proprio la mancanza….

                                         Franco “Lys” Dimauro

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