DINOSAUR JR. – Without a Sound (Blanco Y Negro)

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Raggomitolato sul divano di casa, da solo, J. Mascis stappa una bottiglia di prosecco brindando non si sa bene a cosa o a chi, poi si snida e srotola il suo tappeto di chitarre cominciando a strusciarvisi sopra, facendo le fusa.

Disseminati sul tappeto, i suoi giocattoli di sempre. Lui ogni tanto tira fuori le unghie e li aggredisce come fossero dei topi di fogna che non meritano altro che essere sbranati. Poi torna a stiracchiarsi pigro, nei modi a lui consoni. E, quando l’intestino lo richiede, va a cagare nella lettiera. Senza curarsi di ricoprire la merda col terriccio.

Without a Sound non regala nessuna novità di rilievo, se non per il fatto che la sigla Jr. potrebbe adesso tranquillamente ridursi alla sola J., unico proprietario del marchio. E del resto, perché dovrebbe regalarne qualcuna? Mascis ha aspettato con pazienza che il mondo girasse e passasse dalla sua camera senza che lui abbia fatto niente di più che alzare leggermente la tapparella facendo passare un po’ di luce.

Adesso finalmente è giunto quel momento.

E mentre i Nirvana e gli Hüsker Dü pubblicano, per ironia della sorte, i loro dischi “dal vivo” pur essendo già morti, i Dinosaur Jr. si inerpicano sulle classifiche a rubare i croccantini che qualcuno aveva messo in alto illudendosi che il gatto Mascis non avesse mai avuto la forza e la volontà di spirito di arrampicarsi così in alto.  

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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ROLLINS BAND – Weight (Î-mä/gō)  

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Mandibole  e giugulari tirati fino allo spasimo, bicipiti e quadricipiti gonfi come tacchini, torso nudo, polpacci turgidi e pronti all’aggressione.

Ipertonico e carico di rabbiosa disciplina, Henry Rollins dà l’impressione che affronti ogni nuovo disco, ogni nuovo concerto come se dovesse affrontare un’altra sfida sul ring.

Rollins è uno che si avventa sulle canzoni. Le lavora ai fianchi con animalesco vigore e poi gli si scaglia contro.

Con possenza altèra, maschia, ferina cerca di dominarle e gode nel vederle dimenarsi affannate e doloranti sotto le suole cingolate dei suoi anfibi.

Sul ring con lui Sim Cain, Melvin Gibbs e Chris Haskett: dei secondi che non sono secondi a nessuno. “Pesi” massimi anche loro. Destinati a spaccare mascelle e tumefare il fegato degli avversari. 

Come il disco precedente (e parte di Dirty dei Sonic Youth, NdLYS), Weight è dedicato all’amico e coinquilino Joe Cole, ucciso davanti ai suoi occhi la notte del 19 Dicembre del 1991, dopo aver assistito a un concerto degli Hole (che a Cole dedicheranno l’intero Live Through This). E come quello è carico di una fisicità prorompente, incontenibile. Un manifesto quadrangolare della filosofia salutista di Mr. Rollins risolto in dodici canzoni che non conoscono la resa. Bagnate in un hard rock roccioso che padroneggia ganci e montanti e confonde l’avversario con l’elastica ma virile movenza del funky.

Senza abbassare mai la guardia.

Senza mai abbozzare un sorriso.

Senza mai gettare la spugna.

Mortificando il nemico.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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MARLENE KUNTZ – Catartica (Consorzio Produttori Indipendenti)  

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Quella del crowfunding è oggi pratica assai diffusa, in tutti campi.

Nel settore discografico la sua espansione è inversamente proporzionale alla disponibilità finanziaria delle case discografiche, piccole o grandi che siano.

Ma allora, siamo nel 1993 (quando quello che allora veniva chiamato World Wide Web viene usato ancora come alternativa ai canali porno di massa e per pochissimo altro), a tentare la strada del finanziamento pubblico, per di più senza averlo neppure, quel pubblico, sono davvero in pochi. I Marlene Kuntz ad esempio furono dei veri pionieri. Nell’estate di quell’anno sulle riviste di settore spunta, confuso tra cento altri, un annuncio con queste parole: “Marlene Kuntz è quattro anni  di suoni e amore. Ci nutriamo della quintessenza della Gioventù Sonica e delle Cattive Sementi: non plagio ma feeling di note e di vita. Chiediamo l’assurdo: la vostra prenotazione del nostro primo E.P. mandando £ 13.000 spese incluse a Riccardo Tesio, Via Sacco e Vanzetti 5, 12100 Cuneo”.

Le cose poi andarono come spesso vanno ai pionieri.

E quell’E.P. non uscì mai.

Ma a credere nei Marlene Kuntz fu uno che i Marlene Kuntz li aveva sentiti davvero. E che si prese carico di diventare il produttore esecutivo del progetto, finanziandolo con i soldi dell’etichetta che aveva appena messo in piedi. E così Catartica, che nel frattempo era diventato un album vero e proprio, divenne il primo numero del catalogo del Consorzio Produttori Indipendenti.

E Maroccolo aveva visto giusto, che il momento era buono per il rock non esattamente di stampo “mediterraneo” cantato in lingua italiana.

I Massimo Volume a Bologna avevano sdoganato la lingua di Dante rendendola protagonista centrale del loro suono.

Lo avevano fatto egregiamente i Flor De Mal giù in Sicilia e presto avrebbero ceduto, svoltando non solo stilisticamente, gli Afterhours. E anche chi qualche radice in comune con i Marlene Kuntz ce l’aveva per davvero, come i toscani Starfuckers. Senza svoltare. 

E i suoi C.S.I. erano pronti per il debutto. Trascinandosi dietro anche chi quell’alchimia la collaudava da anni ma senza riuscire a farsi largo in un mondo declinato in lingua inglese, come i Ritmo Tribale.

I Marlene Kuntz (che Godano proverà inutilmente a far articolare in maniera corretta, arrendendosi poi al comune adagio che li volle cunz anziché canz per sempre, NdLYS) diventano da subito quella gran cosa che sono rimasti negli anni, abbottonando con efficacia il canto in lingua madre alle asole storte dei Sonic Youth.

Un’abilità che si affinerà col tempo, quando la fragilità farà capolino fra i toni vanitosi che aleggiano ingombranti su gran parte dei primi testi del gruppo, ma che già su pezzi come Lieve, Nuotando nell’aria, Gioia (che mi do), Festa mesta si prefigura capace di trascinare le folle. Riuscendo alla fine a scucire quelle tredicimila lire ai botteghini dei concerti.   

Noi stiamo per generare l’idea di vomitare sui vostri piatti migliori.

E noi, aspettammo vomitassero.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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CONSORZIO SUONATORI INDIPENDENTI – Ko De Mondo (Black Out)  

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Ko De Mondo è l’unico disco del Consorzio a non contemplare la presenza femminile. Un lavoro per soli uomini, affacciati al balcone da cui si vede sfumare l’Europa e decisi a rinnovare un voto, a ravvivare un patto, a dare concretezza ad un terzo, nuovo piano quinquennale sottoscritto pubblicamente il 18 Settembre del 1992 all’interno del Museo Pecci di Prato, davanti a testimoni che sono compagni e figli fedeli come Ustmamò e Disciplinatha.

Ko De Mondo e tutto il progetto del Consorzio ridefiniscono, volutamente, il ruolo di Giovanni Lindo Ferretti e ne convertono l’incarico di sobillatore in una figura quasi paterna e certamente più adulta di tutore della memoria. Un concetto, questo, fondamentale per comprendere a pieno tutto quello che Ferretti e compagni realizzeranno negli anni Novanta. Il “luogo della memoria” diventa per i C.S.I. una dimora imprescindibile, necessaria, vincolante, un patrimonio da tutelare. Il suono che ne viene fuori, seppur concedendosi lo sfizio di un approccio moderno rispetto a quello “rigido” dei primi CCCP così come a quello un po’ circense degli ultimi, trasuda un’amarezza poco incline alla fiducia (ben rappresentata dal nuovo registro greve sperimentato da un Ferretti sempre meno muezzin e sempre più pastore) e una innovazione stilistica, nei fatti, un po’ stantia e non del tutto realizzata. Ne soffrono soprattutto le chitarre di Zamboni e Canali che nel tentativo di non avanzare allineate come nelle vecchie parate sovietiche, finiscono per farsi ombra l’una sull’altra. Sarà necessario “staccarle” e riportarle alla quiete per poterle nuovamente innescare e stavolta nella giusta onda trifasica dei successivi Linea Gotica e Tabula Rasa Elettrificata. Le cose meno banali sono quelle più umorali, quelle che sembrano più permeabili agli scrosci di acqua di Finistère, il luogo di Bretagna che i C.S.I. si sono scelti per ambientare il loro sguardo sul mondo “debole e vecchio” che si avvia curvo alla fine del ventesimo secolo. Ferretti si riscopre suo malgrado “animale sociale”. La musica diventa nuovamente la sua biada. Felice di esserci, dopotutto. Di mostrare la sua ombra come fanno gli gnomoni sui quadranti, quando il sole concede loro il dono dei suoi raggi.     

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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THE CYNICS – Get Our Way (Get Hip)  

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Get Our Way ritrova la “strada” smarrita e riporta immediatamente i Cynics nei più familiari canoni del garage-rock che erano stati traditi da Learn to Lose causando lo sdegno dei fans e una bella perdita in termini di immagine e di dollari. Il recupero è veloce e abbastanza efficace, con un album che torna a macinare grandi riff folk/beat e garage-punk (Love Me Now che sembra addirittura tornare indietro fino all’esordio e Private Suicide i migliori) e che aggiunge un sottile straniamento psichedelico figlio delle intuizioni aaromatiche di We the People ed Elevators e che costituiscono la vera novità, stavolta ben gradita al pubblico storico della band, di pezzi come Lose Your Mind, 13 O’Clock Daylight Savings Times, All the Streets, Beyond the Calico Wall/STP00117. Get Our Way non regge forse il carico eccessivo (ben diciassette brani, come era stato per il disco di esordio, forse a voler simboleggiare un nuovo inizio e che invece segnerà una violenta e improvvisa battuta d’arresto per la band, forse stanca di affrontare tour estenuanti e interessata a prendersi un po’ cura degli affari propri) ma, seppur meno snello dei suoi illustri predecessori, ci restituisce una band capace di maneggiare con stile la fantastica tradizione beat-punk dei sixties.       

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

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THE CHESTERFIELD KINGS – Let’s Go Get Stoned (Mirror)  

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Forse il disco preferito di Greg Prevost fra tutti quelli incisi dai Chesterfield Kings è quello più esplicitamente dedicato agli Stones, omaggiati sin dalla copertina (elaborata su quella originale di Aftermath) e dal titolo, rivisitati con la solita carta carbone che i Re di Rochester riescono a maneggiare facendo dei ricalchi fedelissimi e citati qui e là anche nei pezzi firmati dalla band (clamorosa la versione tarocca di Simpathy for the Devil nascosta sotto Long a Go, Far Away) o nel trattamento stonesiano (siamo dalle parti di Dead Flowers) riservato al country di Merle Haggard Sing Me Back Home, invitati addirittura a suonarci dentro (ottenendo il cameo di Mick Taylor sulla cover di I’m Not Talkin’ e anche su una versione ad oggi inedita di Can’t Believe It).

Il suono degli Stones post-beat calza a pennello per i Chesterfield Kings infatuati dal glam e dallo street rock’n roll e Greg ed Andy, in questa sorta di parodia, hanno modo di sperimentare strumenti nuovi come il dulcimer, il sitar, il mellotron e nastri a rovescio usati però con grandissima parsimonia e relegati in fondo ad un disco che è invece pieno di striscianti chitarre blues e accordature aperte nella miglior tradizione di Mr. Keef e di boccacce simili a quelle del Jagger arrapato dei primi anni Settanta. Che è sempre un bel sentire. Anche se accentua la sensazione che i Chesterfield Kings, non essendo diventati i Chocolate Watch Band degli anni Ottanta si stiano accontentando di diventare i Rutles degli anni Novanta.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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THE JON SPENCER BLUES EXPLOSION – Orange (Matador)  

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Russell, Judah e Jon sono in una fatiscente camera del ghetto newyorkese, mentre dall’altra parte della parete un giovane bianco di nome Beck Hansen fa freestyle cianciando dentro una cornetta del telefono. E’ una parodia della clip di Walk This Way (Run DMC vs. Aerosmith) che la dice lunga sul fatto che la Blues Explosion si prenda molto meno sul serio di quanto si possa pensare, proprio nel momento in cui la loro musica esplode devastando il mondo.

Orange è il disco che definisce in maniera più o meno definitiva il “suono” della Blues Explosion.

Elegante e sporchissimo in egual misura.

Bianco, nero.

Sexy.

Funky.

Copertina a specchio con il theremin Moog Vanguard usato da Spencer stilizzato in copertina. Nessun accenno al frastuono dentro cui quello strumento è immerso, se non quell’unico punto esclamativo messo stavolta all’estremità del moniker della band, messo lì come un avvertimento per i più sprovveduti.

Che sono tanti, perché in quel 1994 che ha definitivamente seppellito la scena grunge, della Jon Spencer Blues Explosion si parla come della cosa più eccitante in giro sul Pianeta Terra. Ma i loro dischi, a quel tempo, non viaggiano su alcuna piattaforma o social, i loro dischi te li devi andare a sentire nei posti adatti a quel lavoro o te li devi “immaginare” leggendone sulle riviste di settore.

Molti dunque sono arrivati senza sapere esattamente quali sermoni sarebbero stati recitati dentro quel disco dalla copertina ammiccante e un po’ narcisa, finendo per venirne in qualche modo travolti, non appena si poggia la puntina su una cosa sporcacciona come Bellbottom che odora di sesso a pagamento e diventa una delle cose imprescindibili di tutto il rock ‘n roll del nuovo decennio.

Perché Spencer, il ragazzo che amava violentare gli Stones e i Neubauten, che divorava le Back from the Grave, i dischi di Presley e quelli di Rufus Thomas stavolta ha davvero fatto tutto per bene. Ha messo dentro violini, fiati, theremin, chitarre sbrindellate, giri di basso rotondi come le chiappe di Tina Turner, una batteria scoppiettante, hip-hop, blues, rock ‘n roll, funk, soul, lo ha prodotto a fianco di Jim Waters curandone ogni piccolo dettaglio e ha messo fuori un disco dove ogni lordura è calcolata, ogni macchia di sperma lasciata volutamente in vista, a simboleggiare una polluzione impossibile da controllare.

Orange è l’inizio dello spettacolo che Extra Width aveva soltanto annunciato.

Accomodatevi. Le donne ovviamente non pagano il biglietto.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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VINICIO CAPOSSELA – Camera a Sud (CGD)  

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Pur essendo stilisticamente un’esatta riproduzione del disco precedente, Camera a Sud è un album necessario a Capossela per fare a pezzi se stesso e congedarsi dal ruolo di cantante confidenziale e anche un po’ tirapiedi con cui ammicca in pose Piazzolliane nelle immagini a corredo del disco. Pose che strideranno con il Capossela che verrà da lì a poco e che forse sono le ultime diapositive che il giovane artista vuole inviare a suo padre, talmente innamorato della fisarmonica da dare a suo figlio il nome poco usuale di un suo amato “fisarmonicista con ritmo” di cui custodisce qualche 45 giri che l’avo emigrante alterna con frequenza a quelli di Bruno Martino, di Carosone, di Celentano, di Adamo. Un tacito ringraziamento per averlo iniziato a quella magia di mantici e tasti di ottone e madreperla.  

Sono gli ultimi rigurgiti dello struggimento amoroso che ha riempito la prima fase della sua carriera, l’ultimo gesto plateale con cui Capossela svuota il suo armadio di scheletri e fantasmi. Come quello “delle Tre” che lo perseguita da anni e che Fantini, il suo produttore-consigliere dell’epoca, non riesce proprio a digerire ma che Vinicio continua a proporgli con arrangiamenti diversi pur di vederlo, alla fine, pubblicato.

Ed eccolo qui fare la sua prima “apparizione” in studio, dopo aver svolazzato sul palco da quando Vinicio ne ha mai calcato uno.

Capossela lo lascia volare via tra profumi caraibici, piccoli soffi jazz, odori penetranti di salsedine che entrano dalle finestre di questo albergo rivolto con le finestre aperte verso il sud dove Vinicio ha trovato riparo dopo tre anni da Modì, in un esilio artistico che è intimamente e simbolicamente affine a quello del pittore livornese.

Poi Vinicio torna dentro, chiude le imposte e si sveste del suo completo da tanghero. Ad aspettarlo, c’è quel Sud che ha appena cominciato a guardare.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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THE OPTIC NERVE – Lotta Nerve (Get Hip)  

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Non era detto funzionasse.

E difatti non funzionò.

Durante una pausa dai Fuzztones, Elan Portnoy e Ira Elliot mettono su un estemporaneo gruppo chiamato Bohemian Bedrocks assieme al fratello di Elan, allora bassista degli Outta Place e a Bobby Belfiore dei Purple Onion. Non fanno tantissima roba. Giusto qualche concerto e qualche registrazione nella stessa sala prove dei Fuzztones. Diverse cover e qualche pezzo originale. Poi Elan e Ira ripartono per il tour europeo di Lysergic Emanations che consacra i Fuzztones nel vecchio continente e che sancisce anche la fine dei rapporti tra Elan e Rudi, accusato di averne legato di troppo “stretti” con la di lui ragazza. Sono cose che accadono. Non solo se sei in una rock ‘n roll band.

I Bohemian Bedrocks a quel punto non esistono più. E neppure gli Outta Place. Quando rientra a New York infatti Elan trova il fratello Orin e Bobby Belfiore impegnati a dare un seguito a quegli esperimenti che avevano iniziato assieme, scartavetrando la scorza garage/punk e mettendo a nudo la fragilità di quelle canzoni. Assieme a loro ci sono Tony Matura e Frank Manlin. Girano per i club della Grande Mela sotto il nome di Optic Nerve portando una ventata di armonie folk-rock dentro la tempesta garage-punk che si stava lentamente trasformando in un uragano alimentato da venti stoogesiani.  Azzardando una scommessa che, come dicevo in apertura, non era detto funzionasse.

E difatti non funzionò.

Nonostante due singoli strepitosi (quelle cinque canzoni, messe qui una accanto all’altra, destano ancora stupore e meraviglia) carichi di richiami al jingle-jangle di band come Beau Brummels, Blue Things, Turtles, Love e Byrds e un’immagine ultracool, gli Optic Nerve furono costretti a fronteggiare senza successo un pubblico affamato di suoni sempre più muscolosi, svanendo nel nulla in meno di un quinquennio e per moltissimo, troppo tempo.

Torneranno trent’anni dopo, come torna la nostalgia.

Consapevoli che forse non funzionerà neppure stavolta.

E non è detto funzionerà.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

 

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