SAVAGES – Long Live You (Half a Cow) / AA. VV. – Standing in the Shadows (Corduroy) / AA. VV. – Born Out of Time (Raven)

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Se di recente siete impazziti per i Gallery of Mites DOVETE immergervi nella sbornia Detroitiana di Long Live You dei Savages, band di Fagersta totalmente persa in un vortice di Stoogysound malato dove il wah wah ti scava le viscere come succedeva nelle fogne di Fun House. Devastanti. Edito da Corduroy, Standing in the Shadows è il plateale inchino al genio dei primi Stones, quelli nati fra i solchi di Muddy Waters e seppelliti pochi anni dopo ad Altamont. Quelli del R&B sputato misto a catarro sui vestitini dei Beatles e del caschetto biondo del folletto Brian. Ancora così grezzi e perfidamente naif da offrire giusto riparo alle brame da rockstar di migliaia di beats, anche 40 anni dopo. È col giusto rigore e rispetto che al loro repertorio si accostano Headcoatees, Tell-Tale Hearts, Others, Sailors, Breadmakers, Puritans, Shutdown 66, Sexareenos e le altre 13 bands coinvolte, per un risultato davvero più che dignitoso. IMPERDIBILE è la Born Out of Time sputata dalla Raven e che celebra l’età d’oro dell’Aussie-sound con 22 scatti che coprono il decennio 79-88. Dentro il pezzo dei New Christs che battezza il CD e che da solo vale l’acquisto di tre copie, ma anche Radio Birdman, Visitors, Hoodoo Gurus, Scientists, Hitmen, Beasts of Bourbon, Died Pretty e tante altre carogne della terra di OZ. Immancabile non solo sugli scaffali di Rob Darroch.

 

                                                                                Franco “Lys” Dimauro

 

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RADIO BIRDMAN – Living Eyes (WEA)  

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I soldi offerti da Saymour Stein garantiscono alla band uno studio di registrazione esterno per le sessioni del secondo album. La band, che è in tour in Europa come spalla ai Flamin’ Groovies, affitta i Rockfield Studios per qualche settimana. Deniz Tek ha in mano una ventina di pezzi, tra cui alcuni brani della prima ora che i Birdman si prefiggono di registrare dignitosamente.

La grana c’è. Ma non è abbastanza.

Quando tornano negli studi, i titolari li mettono in guardia: niente uscirà da quelle stanze coibentate se i debiti non verranno saldati prima dell’ultima seduta.

Deniz intuisce tutto: si fa una copia pirata dei master, anzi di una parte di esso, e se la porta via con se. Quei tredici pezzi, nonostante la confisca delle bobine originali da parte degli studi Rockfield (riscattate solo molti anni dopo, in occasione della ristampa dell’album del 1995, NdLYS), andranno a formare la scaletta di Living Eyes.

Un disco meno irruento e tragico del primo, vagamente irrorato di un certo umore garage/beat e power-pop ma non per questo privo dell’energia sporca, malata e decadente tipica della band australiana, pubblicato solo dopo che il contratto con la Sire (nel frattempo assorbita dalla Warner dopo essere andata per la seconda volta nella sua storia in bancarotta)  è diventata carta straccia e solo grazie alla caparbia ostinazione di Deniz Tek. Una sequenza mozzafiato da cui emergono pezzi bituminosi come Smith & Wesson Blues, I-94, Crying Sun, Alone in the Endzone, 455 SD, More Fun, la nuova versione di Burn My Eye.

I Radio Birdman tornano sul palco per chiudere il tour con i Groovies. Ma sono già carichi di odio, dentro e fuori. Quello che gira per le strade d’Inghilterra è un furgone pieno d’odio. Ed è così che passerà alla storia: il Van of Hate Tour, come la scritta che loro stessi hanno spruzzato a vernice sul portellone.

I Birdman implodono, a Giugno il tour viene sospeso per essere ripreso soltanto diciotto anni dopo.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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FUZZ – II (In the Red)  

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Ty Segall è per la musica indie di questi ultimi dieci anni ciò che Lou Barlow fu per la musica degli anni Novanta. Uno con le mani in pasta in tante cose.

Un album solista ogni anno e, nei ritagli di tempo, cantante, chitarrista, batterista e Dio sa cos’altro per gli Epsilons, i Perverts, i Sic Alps, i Traditional Fools.

Quando siede dietro i tamburi per farsi trasportare dalle correnti dei Fuzz, Ty apre il guscio e spurga tutto il suo amore per gli Hawkwind, da sempre il suo modello massimo di virilità rock ‘n roll.

Fatte queste premesse, il secondo disco dei Fuzz contiene già la sua recensione nel nome e nel titolo scelti dalla band. Si tratta semplicemente del secondo atto di teppismo fuzz dopo quello che li vide entrare in scena due anni fa. Un rosario di riff sabbathiani e kyussiani che culminano nel tripudio conclusivo del pezzo che “intitola” il disco cercando di agganciare la nave spaziale del capitano Dave Brock.

Un autentico, invalicabile muro di suono che solo per pochissimi istanti (gli intro di Say Hello, Silent Sits the Dust Bowl o Burning Wreath ad esempio) sembra lasciare passare un flebile, polveroso spiffero d’aria.

Per chi ha nostalgia della bella stagione stoner, quando piantavi un ombrellone nel deserto e quel posto lì diventava la tua spiaggia caraibica, un disco che va assolutamente messo, anche alfabeticamente parlando, appena dopo quelli dei Fu Manchu.

Vi ricordate in quale scaffale li tenete, vero?

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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MOTÖRHEAD – Bomber (Bronze)  

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Il 24 Agosto del 1979, dal palco di Reading, Robert Smith dedica la sua Object al “magnifico Lemmy”. Scatenando l’entusiasmo della folla. Perché quella sera, dei trentacinquemila spettatori accorsi all’apertura della diciannovesima edizione del Festival inglese, trentamila sono lì per fare l’headbanging sotto la pioggia di missili dei Motörhead. Quattromila sono lì per i Police. Gli altri mille sono quelli che fanno la coda ai bagni durante il set dei Tourists che hanno l’ingrato compito di fare da anello fra il set dei primi e quello dei secondi.

Perché nessuno può suonare dopo i Motörhead.

Non nel 1979.

Non quando hai sul mercato un disco come Overkill.

Quello che stanno finendo di registrare proprio in quei giorni si intitola Bomber. Come la novella di Len Deighton dove lo scrittore racconta con spietata freddezza 24 ore di bombardamento aereo.

Non ci sono vinti, ne’ vincitori. Semplicemente gente che muore e gente che, nonostante tutto, resta viva.

È un libro che Lemmy ha letto e riletto e che si adatta alla perfezione al raid sonoro della sua band.

Anche sotto la loro musica, non sei che un bersaglio.

Il disco esce alla fine di Ottobre, chiudendo con la grazia di una mazza chiodata quell’anno di borchie e metallo. La forza d’urto del disco precedente è leggermente attutita da un paio di episodi come Sweet Revenge e la Step Down che prepara il palato ai tanti golosi degli assoli metallici che riempiranno gli stadi negli anni Ottanta. E non solo quelli dove suonano i Motörhead.

Quando il Primo Dicembre Eddie bussa alla porta del bagno della sala prove per annunciare a Lemmy che il loro disco è al trentacinquesimo posto in classifica, Ian Fraser alza gli occhi al cielo continuando a pisciare, per vedere, qualche gradino sopra di lui, cosa custodiscono  Frida e Agnetha sotto quelle gonne insopportabilmente lunghe.

Poi si gira verso la porta. “Arrivo!”

 

                                                                       Franco “Lys” Dimauro

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MOTÖRHEAD – Overkill (Bronze)

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Phil Taylor si siede sullo sgabello, in attesa che Lemmy ed Eddie arrivino in studio, fedeli al loro ritardo. Ha appena montato una seconda cassa alla sua batteria.

Accende una sigaretta, la poggia al bordo del timpano, avvicina lo sgabello, mette i piedi sui due pedali.

E comincia a correre. Veloce. Sempre più veloce.

Eddie e Lemmy arrivano portando sei bottiglie di Jack Daniel’s. Danno un sorso inaugurale brindando alla salute di Phil. Poi accendono gli ampli e imbracciano gli strumenti e cominciano a correre. Pure loro. Al passo folle dell’amico.

È così che nasce Overkill, il pezzo che trasforma i Motörhead nella devastante e feroce macchina da guerra che tutti impareremo a riconoscere all’orizzonte, anche con gli occhi bruciati dalla polvere e dal fumo. A tenerle compagnia, sull’album cui offre il nome, altri nove brani. Nessuno altrettanto veloce, nonostante l’inganno che introduce Capricorn. Ma tutte altrettanto sature di odori penetranti di alcol e di bagni sbrodolanti.  

Quando riaprono la porta dei Rondhouse Studios, con le pareti che vomitano tabacco e whisky, è l’alba dello speed metal. Lemmy sorride, sornione e beffardo, raschiandosi i porri con i calli della sua mano sinistra. Ha già ingannato la Bronze spacciandole Louie Louie per un pezzo heavy metal. Di quegli idioti là fuori che stanno cercano un nome nuovo da dare al suo rock ‘n roll non sa cosa farsene.

Il Rock ‘n Roll non meriterebbe il nome che ha, se non te lo facesse duro. Non sprecarlo. Tienine sempre una buona riserva per te. Comunque sempre più di quanto ne sia necessario.   

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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THE LORDS OF THE NEW CHURCH – Los Diablos (Easy Action)  

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La fine del regime di Francisco Franco trovò una Spagna assetata e vogliosa di mettersi al passo con le democrazie politiche e culturali del resto dell’Europa.

La Movida Madrileña cercò in fretta di recuperare il gap che separava la terra spagnola dalle altre metropoli europee facendo da aratro per la nascita della controcultura di Madrid e del resto del paese. Ispirata da questi fermenti, la TVE inserì nel suo palinsesto un programma che si ispirava palesemente al celebre The Tube della televisione inglese, ospitando in studio i protagonisti della new-wave mondiale (Tuxedomoon, Psychic TV, John Foxx, Violent Femmes, Cabaret Voltaire, Gun Club, Johnny Thunders, Alan Vega e moltissimi altri). I Lords of the New Church furono ospiti in studio per due volte, mettendo in scena la loro consueta messa deviata dal sesso e dalle droghe, con Bators intento a “spezzare il pane” e offrirlo ai suoi discepoli che, nonostante il loro disco di debutto non sia uscito da poche settimane, sono già tanti.

Sono i due show (con scaletta praticamente identica) del 15 Luglio 1983 e del 2 Gennaio 1984 documentati per intero sul DVD appena pubblicato dalla Easy Action (disponibili finora solo come bootleg illegali su un blog privato, assieme a tutta la serie completa dei live per il programma spagnolo, NdLYS), il secondo dei quali (con l’eccezione di un paio di brani) viene anche pubblicato come cd audio andando ad alimentare la lunghissima lista di dischi postumi della band di Stiv Bators senza rivelarci nulla più di quanto sapessimo. Tutti i demoni interiori di Stiv vengono esibiti e a tratti disinnescati dentro un bubblegum punk dai tratti gotici che ben si sposa con l’apoteosi dark che si respira nell’Inghilterra del reflusso punk.   

Nulla era cambiato rispetto ai Dead Boys. Hilly Kristal era stato gabbato. La Sire era stata gabbata. Sotto di loro, una folla di voci urlanti aspettava il suo turno.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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LINK WRAY – 3-Track Shack (Ace)  

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Dopo il rumoroso tour con i Raymen lungo la costa est degli Stati Uniti, Link Wray sente l’esigenza di riposarsi e mettere a tacere il fuzz che lo ha reso famoso. Si ritira quindi nel ranch del fratello Vernon a respirare l’odore dei campi. La sera, sfinito ma soddisfatto del lavoro, mette le mani sulla sua chitarra folk e improvvisa un repertorio che della terra conserva intatto il profumo. Il fratello, piacevolmente incuriosito da quelle canzoni, improvvisa un minuscolo studio di registrazione nel pollaio e invita Link a registrare quei brani scritti assieme al percussionista Steve Verroca. Viene fuori così la trilogia di album raccolti su 3-Track Shack pubblicati tra il 1971 e il 1973 (dopo un tentativo fallito di approdare alla Apple dei Beatles, NdLYS) su Polydor e Virgin che rappresenta un decisivo taglio con il sound ribelle dei Raymen e che si abbandona definitivamente ad un abbraccio con la musica delle radici. Country, blues, folk. Musica acustica, docile, onesta su cui Link adesso non ha nessuna remora a cantare o ad affidare il compito ai suoi fidati musicisti. In uno spirito del tutto nuovo che lo avvicina ai capolavori di Van Morrison e degli Stones campestri. Dischi che spiazzano il pubblico del musicista di Dunn, secondo le previsioni (e la volontà) degli stessi fratelli Wray e che invece sono avvolti da una pellicola di bellezza taumaturgica. Piccoli vagoni che attraversano la campagna americana senza aggredire il territorio, in processione discreta e riguardosa. Il potere annichilente delle prime registrazioni è ovviamente un ricordo lontano e dentro questi dischi si respira la stessa aria di quiete che Link aveva cercato rifugiandosi nella fattoria del fratello.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

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MADNESS – Madstock! (Salvo)  

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Sulla pagina Wikipedia dedicata ai Madness c’è una timeline che ha questo profilo:

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Un grafico con un enorme imbuto vuoto quasi in centro.

A vederlo mette quasi paura. Trasmette un senso di catastrofe. 

Eppure, la storia dei Madness ha proprio quella forma rovinosamente discontinua.

All’indomani del successo commerciale di Mad Not Mad e forti di un contratto con la Virgin (che si vedrà costretta, avendo in mano una grande band già morta, a pubblicare raccolte su raccolte pur di far fruttare quell’accordo), la storia si interrompe bruscamente per riprendere il suo viaggio orizzontale esattamente l’ottavo mese del 1992. Esattamente da Finsbury Park. Esattamente nella zona Nord di Londra. Esattamente dove tutto era cominciato sedici anni prima.

A rimettere insieme i Madness ci pensa Vincent Power, il proprietario del Mean Fiddler che da qualche anno organizza alcuni dei più importanti festival dentro e fuori Londra. Vuole organizzare un evento che abbia l’odore di libertà di Woodstock e il gusto di liquirizia e panna dei Madness. Suggs e Chas Smith ci pensano un po’, si sentono come Dan Aykroyd e John Belushi dentro la sceneggiatura dei Blues Brothers. Si tratta di rimettere insieme la band. Per qualche Dio di cui non si conosce ancora il nome ma che patrocinerà di certo l’evento che nella mente di Power, oltre alla location, ha già un nome: Madstock!

L’8 Agosto, ad assistere alla reunion dei Madness e ai live show di Morrissey (è la sera infausta in cui Moz si copre con la Union Jack durante Glamorous Glue dando adito alle voci che lo vogliono simpatizzante dell’estrema destra, NdLYS) e Ian Dury al Finsbury Park si radunano 35000 persone. Trentacinquemila persone che cantano all’unisono tutte le canzoni dei Madness, compresa la storica introduzione di One Step Beyond che apre le danze. L’evento si ripeterà ancora altre volte e servirà da volano per riaccendere la discografia della band. Ma ovviamente la magia di quella prima edizione non sarà più eguagliata. I Madness sembrano tornati a mettere un sorriso in faccia alle migliaia di persone cui lo avevano tolto otto anni prima, in due ore di spettacolo in cui tornano a spolverare il repertorio precedente al disco della “rottura”, forse per un eccesso di scaramanzia.

La Union Square, nel suo perenne riciclaggio di materiale della band inglese, mette adesso assieme il disco pubblicato allora dalla Go!Discs (la label per cui Chas Smith aveva preso a lavorare all’indomani dello scioglimento dei Madness) e il DVD con l’esibizione (quasi) integrale del concerto già integrata quattro anni fa nel box video A Guided Tour of Madness. L’ennesimo tuffo in un’Inghilterra spensierata che celebra se stessa ballando. All’imbrunire. Sotto il cielo di Londra.

 

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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TUXEDOMOON – The Vinyl Box (Crammed Discs)  

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Pesa in tutto un chilo e novecento grammi: è il box pubblicato nel 13 Novembre più buio della recente storia europea dalla Crammed per commemorare i 38 anni di carriera del loro gruppo-chiave. Dentro, impilati uno sull’altro, ci sono i nove dischi più rappresentativi della discografia dei Tuxedomoon (unici assenti Divine e il più recente Pink Narcissus oltre al materiale pregiatissimo disseminato nei vari EP e singoli) più un intero disco di inediti assemblato partendo dalla lontanissima e irriconoscibile cover di Marvin Gaye del 1977 antecedente al loro piccolo disco autoprodotto che venne fuori l’anno successivo rivelando a pochissimi eletti l’arte solenne e decadente di una delle formazioni più originali, temerarie ed audaci di tutta la musica contemporanea.   

 

Immaginate la sala da ballo de Il Gattopardo popolata degli scheletri della Danse Macabre. 

In un angolo del salone un’orchestra che suona note intagliate nel ghiaccio, sputando aria gelida sui brandelli di macramè, sui divani broccati, sulle radiche di noce, sugli specchi e sui lampadari di ambra e cristallo.

Sembrano venire da un altro pianeta.

O forse da un po’ più vicino, dalla Luna.

Fanno musica da camera pensando a quelle del Castello di Elisabetta Bàthory, su a Cachtice.

Nei salotti perbene dell’Old Europa, all’epoca, non li conosce ancora nessuno anche se il gruppo (che in realtà viene da San Francisco, e non dai crateri lunari) ha più di un riferimento con certa musica elettronica europea di stampo krauto.

E difatti lì finiranno, dopo pochissimi mesi.

Prima a Rotterdam, quindi a Bruxelles.

A musicare balletti, pièce teatrali, set d’avanguardia, mostre d’arte e altri dischi.

Tutti assieme, divisi, in duo, in trio. Molti belli, qualcuno brutto. Altri inutili. 

Ma sono i primi anni, come accade quasi sempre, quelli per cui vale la pena spendere tutto, anche gli Euro, tanti, richiesti per questa occasione.

Piccoli capolavori sospesi tra decadentismo, avanguardia, jazz ed elettronica.

 

Half-Mute è la prima compiuta sintesi espressionista tra gli studi di musica elettronica che Blaine L. Reininger e Steven Brown stanno seguendo con profitto al City Collage di San Francisco e le avanguardie free jazz e la pre-wave di Brian Eno, Roxy Music, John Cale, Kraftwerk e David Bowie con cui ammazzano i loro pomeriggi mentre i loro coetanei scendono in strada a sventrare carcasse di auto e pisciare dalla ringhiera del Golden Gate Bridge.

Un disco che oggi soffre il peso degli anni ma che all’epoca, all’alba degli anni Ottanta e dopo le brucianti escoriazioni del punk, suonava come un delirante, illogico assalto alla musica contemporanea.

Half-Mute rappresentava allora un nuovo modo di essere ostili, utilizzando a proprio favore gli elementi della musica colta e cameristica ma ricontestualizzandola dentro le cornici inox delle nuove avanguardie giovanili. 

Con distacco, freddezza e imperturbabile cinismo.

Una rappresentazione moderna, una Biennale di arredamento musicale.

Half-Mute è, oggi come allora, un disco che non scalda.

Half-Mute è una tormenta di neve sintetica, come quella delle riprese del Dottor Zivago.

Agghiaccianti canzoni come 59 to 1, Loneliness o 7 Years sembrano suonate da un reparto della Schutzstaffeln. Senza l’ombra di un sorriso, senza nessuna concessione al gioco.

Il preludio alle ambientazioni meno raccapriccianti del secondo disco sono raffigurate dalla tromba che si stende sopra il basso sferico di Fifth Column, il pop meccanico di What Use?, il violino che batte le ali come una falena dentro Volo Vivace, e il convulsivo cigolio meccanico di KM/Seeding the Clouds.

La band porta il disco sui palchi del Vecchio Continente mostrandosi permeabili alle drammatizzazioni del ballo contemporaneo e del teatro di avanguardia con cui vengono in contatto e a cui rubano nuovi elementi che elaboreranno nel secondo, fenomenale album.

 

La musica che abita Desire dell’anno successivo è una musica da ballo che annienta il movimento, che ti strangola. Ma lo fa con l’eleganza di un elastico da papillon.

Ha queste curve discendenti come quelle di East e Again che debbono suonare un po’ come il rumore dell’acqua dentro le orecchie di chi sta decidendo di affogare dentro il Danubio blu.

C’è quest’aria di frac sporcati di tamarindo e succo di pera che si muovono dentro il vortice del valzer annoiato di Jinx.

Ci sono i loro cadaveri che gemono su Victims of the Dance.

C’è il retrobottega da emporio cinese di Music # 1.

C’è la musica algida da Spazio 1999 di Incubus e In the Name of the Talent.

C’è il siparietto da film muto di Holiday for Plywood.

E c’è l’elettronica nera della title track, fitta come la pioggia dell’ultimo fotogramma di Blade Runner.

Piove, dentro la musica dei Tuxedomoon, come sugli zigomi di Roy Batty.

E i nostri cuori ne raccolgono.

Come grondaie sotto cieli di piombo. E di silicio.

 

 

 

Holy Wars, l’album che esce dopo due EP straordinari come Time to Lose e Suite En Sous-Sol, lascia tiepida gran parte della critica.

In effetti, viste le premesse inaugurali, Holy Wars delude per la sua compostezza e la sua disciplina. L’anarchia sonora che era stata prerogativa degli esordi della band di San Francisco viene immolata sull’altare di una musica elegante sempre più sofisticata ed accademica.

C’è pochissima follia sonora dentro Holy Wars eppure, ciò malgrado, non riesco a bocciarlo.

So di nuotare contro corrente ma confesso di averlo amato più di un disco agonizzante come Divine.

Perché è un disco di canzoni. Un disco di canzoni tristi.

Ha il fascino di certe vecchie eleganti signore ormai in decadenza, chiuse dentro ermellini leggermente ingialliti dal tabacco e solcate da rughe profonde che tuttavia non riescono a deturpare la bellezza che è passata su quella stessa pelle in una giovinezza sempre più lontana e inafferrabile.

The Waltz allenta delicatamente le imposte lasciando passare piccoli fasci di luce nella camera piena di fiori appassiti e piante avvizzite dal peso della polvere.

A dispetto del suo titolo, nessun tempo ternario la deturpa. Procede sdrucciolosa e liquida, come le lacrime.

Fortemente ritmica è invece la successiva St-John, sciancata mini-sinfonia dove tutto l’armamentario sonoro dei Tuxedomoon ha modo di trovare i suoi dieci secondi di gloria.

Bonjour Tristesse è invece un melanconico volo d’uccello tra i balconi liberty dei viali parigini.

Hugging the Earth è una carambola ritmica che ricorda il Peter Gabriel scimmia-mutante dei primi album e sulla quale diluviano grumi sintetici di tastiere, clarini e organi ecclesiastici, voci esanimi.

In a Manner of Speaking è un refuso da Theoretically Chinese di Winston Tong, una  afflitta composizione dove la voce del cantante giapponese viene doppiata dalla chitarra sbilenca di Luc Van Lieshout e ulteriormente raggelata dalle stalattiti che sgorgano dal flauto polare di Bruce Gedulging.  

La seconda facciata si apre invece con le sfericità orientali di Some Guys prossime al gusto esotico e dandy dei Japan, tuffandosi quindi nelle atmosfere da strade bagnate della title-track e nel flagello meccanico per sovrapposizione sonora di Watching the Blood Flow per andare a morire poi sulla spiaggia egiziana della mortifera e appannata Egypt.

Holy Wars col suo carico di malinconia mitteleuropea è il ritratto di una band che ha trasformato le sue maschere di cuoio e metallo in bigiotteria pregiata adatta ai portagioie dell’Europa borghese e conservatrice, Fronte Ovest del muro di Berlino. Dipingendo il ritratto esclusivo del suo fascino decadente e del suo elegante, inevitabile declino.

 

 

L’opinione più comune è quella che vuole il successivo Ship of Fools uno dei peggiori episodi della saga Tuxedomoon. Le ho lette anche io quelle recensioni che lo descrivono come un disco poco coraggioso, addirittura accademico.

Un album talmente poco considerato, che se provi a comprarlo su Amazon finisci per acquistarlo tutto sbagliato (The Train al posto di Atlantis, An Afternoon With N al posto di Reeding, Righting, Rhythmatic, A piano solo al posto di Break the Rules, e così via fino alla fine) generando confusione su confusione malgrado a nessuno nell’era del digitale interessi cosa stia ascoltando, tant’ è che quella scaletta sbagliata è ancora lì, su quella pagina dove la musica va a morire, dodici anni dopo.  

A me piace da morire invece, nonostante la sua ricercatezza un po’ snob possa sembrare in incompatibile antinomia con le fastidiose trame avanguardistiche dei primi dischi della band americana.

È un disco volutamente ambivalente, diviso tra una prima facciata piena di funky mutante e una seconda side che invece è una placida distesa di pianoforti a coda,  fiati sordinati e chitarre mute, nell’abbagliante chiarore di una stanza candida come la camera da letto di Lennon o Ono. Una ripresa al rallentatore sul pube finalmente rasato di Yoko e sul corpo glabro di John. Fino a che l’ensemble non torna, ubriaco, ad intonare la melodia alticcia del jazz di The Train.

In contrapposizione con i movimenti cameristici della seconda facciata, le tre canzoni del lato A del vinile indulgono invece in quella frenetica e cervellotica babele di suoni, voci e ritmi che sono uno dei tratti distintivi della musica dei Tuxedomoon. Epilettica (Break the Rules), robotica (Reeding, Righting, Rhythmatic) e decadente (Atlantis), avamposto di una world music creata dalle macchine per educare gli uomini alla contemplazione del bello, attraverso l’elaborazione psicologica del goffamente mostruoso.     

Qualcuno rimarrà per sempre fermo al porto di ormeggio, salutando con la mano questa nave di folli, credendo di essersi salvato. Poco prima di affondare.

  

You, il disco chiamato a celebrare il decennale della formazione di San Francisco,  indugia in una lambiccata fusion (Roman P., The Train, l’orientaleggiante Never Ending Story, la languida e fiacca dance di You) e mostra una discutibile propensione per climi da thriller che sconfinano in un horror di bassa lega (i tre movimenti di Boxman, i sospiri evanescenti di 2000 e la spettrale Stockholm che sembra una ridicola partitura sulla ghost house di Mario Bros.).

È un goticismo da videogame che non rende giustizia alla storia di una delle band più innovative della new-wave americana, una grottesca ed innocua caricatura del gelido jazz elettronico degli esordi che sembra ormai scivolare sempre più verso un intrattenimento sofisticato ma completamente disinnescato dal punto di vista emotivo.

Musica per ascensori.

Musica per aeroporti. 

Musica per obitori. 

 

Per la sua sesta edizione, quella del 1982, il Festival del teatro contemporaneo di Polverigi ospita sul suo palco i Tuxedomoon per uno spettacolo a luci basse. Il titolo è An Opera Without Words, pubblicata su disco quasi dieci anni dopo a band temporaneamente collassata e su DVD nel 2007, a fenice tornata a battere le ali.

The Ghost Sonata, assurto ad album ufficiale, viene reinserita adesso in questo box come sesto disco del cofanetto.

Morte e vizio sono le protagoniste che si rincorrono sul palco, rese su video con immagini sgranate, gotiche e nebbiose alternate a fotogrammi di altri dolori e musicate con piccole partiture per orchestra, pianoforte e gingilli elettronici con  accenni alla musica concreta e qualche sparuto dialogo che ha il compito di dare un senso narrativo all’opera, qui purtroppo amputata delle immagini. Dopo le eleganze esibite lungo la trilogia Holy Wars/Ship of Fools/You, The Ghost Sonata è dunque un (ovvio) deja-vu dei torbidi e decadenti musical per vampiri degli esordi. Musica per camere sgombre di affetti e fantasmi di amici avvolti dentro un sudario, incapaci di riempirle.      

 

                                                                                 

Nonostante estemporanee e parziali reunion, il rientro ufficiale nel mercato discografico dei Tuxedomoon avviene soltanto sedici anni dopo la pubblicazione di You. Per l’occasione la band di San Francisco, sebbene geograficamente separata (Reininger vive da tempo in Grecia, Principle a New York, Steven Brown ha trovato una seconda o terza patria in Messico mentre Geduldig e Van Lieshout hanno messo radici a Bruxelles, NdLYS) si riunisce presso il Teatro Comunale di Cagli   ristabilendo il suo assetto originale nonostante le porte vengano aperte a numerose collaborazioni esterne (dai Tarwater a Dj Hell passando per Ian Simmonds, John McEntire e Marc Collin a testimoniare di quanto la musica del gruppo sia stata un’influenza determinante e trasversale per la musica degli anni Novanta, sia essa quella della dance, del post-rock, del downbeat o della lounge). Il favoloso trittico inaugurale A Home Away/Baron Brown/Annuncialto sembra riportare i Tuxedomoon ai fasti dei primi anni Ottanta salvo poi rivelare una qualità via via più scostante e dispersiva man mano che ci si inoltra nel lunghissimo imbuto del disco che comincia a perdere la sua magia con l’esercizio in lingua italiana su Diario di un egoista che si avvicina a quanto tentato, e con risultati migliori, dai nostri La Crus con la Dragon di Paolo Conte strappandoci però qualche sorriso (forse più di quanto riesca il siparietto “stradale” de La più bella) per l’accento maccheronico di Mr. Brown. L’impressione è che il gruppo voglia scrollarsi l’aria sofisticata che le è propria per cucirsi addosso un abito più mondano sfiorando in alcuni casi la superficialità delle musiche da anti-camera più che quelle da camera che ha frequentato sovente (The Island, Cagli Five-0, Misty Blue) o provando l’ebrezza dello stupro nei cessi dei club (Luther Blisset, con McEntire che si aggiunge al branco in calore), finendo per cannibalizzare volgarmente se stessa.                         

 

Il rientro in patria successivo alla pubblicazione di Cabin in the Sky alimenta nuovamente la sete di improvvisazione che i Tuxedomoon hanno sempre privilegiato sul palco come in studio e la realizzazione/sonorizzazione di film immaginari o immaginifici. Le riprese, invero modeste, realizzate dal loro amico George Kakanakis durante gli spostamenti del gruppo sono così il pretesto per la realizzazione di Bardo Hotel, realizzato in totale libertà espressiva e catturando piccole perle di suoni “casuali” registrate negli aeroporti, lungo le autostrade e negli alberghi che ospitano la band.

Sono i Tuxedomoon nella loro dimensione più onirica ed astratta, cittadini di quel “non-luogo” dove l’anima cerca di colmare la distanza con il corpo, inseguendolo in quel vuoto temporale chiamato jet-lag che è in realtà una porzione di vita che ci viene sottratta e a volte mai più restituita.  

Violini, pianoforti e fiati che si librano in correnti ascendenti o che piovono in verticale come lacrime su un terreno ritmico poroso e deforme su cui fioriscono o appassiscono anche piccoli fiori estirpati dalle aiuole dei giardini pensili di Half Mute, Desire e Cabin in the Sky (i tre movimenti di The Show Goes On), spioncini che si aprono su piccole ma fastose rappresentazioni operistiche, improvvisazioni drammatiche (Vulcanic Combustible) e vertigini cameristiche (Tryptich) stipate in novanta ore di registrazioni di cui Bardo Hotel Soundtrack offre solo lo squarcio che il formato commerciale gli impone.   

 

 

Interamente composto in Grecia, Vapour Trails arriva a coronamento di trenta anni di carriera dell’ensemble californiano e dopo più di un centinaio fra dischi collettivi, solisti, collaborazioni e comparsate varie. A celebrazione dell’evento la Crammed lo pubblica separatamente ma anche integrato dentro un cofanetto intitolato 77o7 Tm assieme a una raccolta di inediti, un live dello stesso periodo e un DVD di video e installazioni visive. Nonostante il “vapore” respirato durante la realizzazione del disco sia quello dell’antica civiltà ellenica, Vapour Trails si apre con un omaggio a quella che è la nuova patria di Steven Brown, ovvero il Messico già “esplorato” su Joeboy in Mexico esattamente dieci anni prima. Mucho Colores si poggia infatti su un languido tappeto mariachi e sui vocalizzi in lingua spagnola di Reininger che è invece l’unico componente del gruppo ad aver fatto della Grecia la sua fissa dimora. Il suono si sporca e si contamina nella successiva Still Small Voice, finendo per assomigliare curiosamente ai “mostri spaventosi” di Bowie (altra curiosità, a disegnare la copertina è Jonathan Barnbrook, autore delle peggiori copertine dell’ex-Duca Bianco, NdLYS). La lunghissima piece strumentale Kubrick riporta la band nel suo habitat più naturale, sospesa come polvere siderurgica su una musica che flirta col jazz, l’astrattismo colto della musica contemporanea, l’elettronica impalpabile. L’epica ellenica ispirata dal Partenone diventa invece influenza tangibile nella quiete con cui viene descritta Atene su Big Olive, nel paludoso e anfibio dispiegarsi di Dark Temple e nel mantra in greco antico di Epso Meth Lama che si piega alle ricerche trascendenti di Lygeti e Bartòk.                                             

             

“Appendice” al box vinilico pubblicato dalla Crammed e probabile invito all’acquisto del medesimo, Appendix raccoglie per l’ennesima volta una serie di “scarti” di trent’anni di lavorazione Tuxedo. Demo e versioni alternative spesso sovrapponibili totalmente al prodotto finito (Boxman, Spirits and Ghosts, Bitter Bark). Un disco dunque un po’ feticista, proprio come tutta l’opera che lo contiene e come il gruppo che ne è protagonista, in grado di salvaguardare per decenni il suo status di formazione trasversale ed elitaria, capace di guardare in cento luoghi diversi con la simmetria ottica di uno strabismo di Venere, cercando posto fra le tribune di pietra degli anfiteatri greci come fra le poltrone di velluto dei teatri dell’opera, tra le impalcature metalliche dei circoli new-wave o fra le stalattiti di azoto compresso del minimalismo elettronico, visitando Nazca, Atene, New York, l’Egitto, Atlantide, il Messico, l’Italia, la Turchia, Parigi, Bruxelles prima che il mondo venisse blindato. E noi con lui. 

                                           

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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FUAD AND THE FEZTONES – Beeramid (Ricochet Sound)

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Non vi illuda il loro albero genealogico (Bobby Beaton e John Davis ovvero 2/4 dei Gruesomes): i Feztones non sono un gruppo di garage-punk sboccato ma uno ione impazzito di boogaloo-music con tanto di iconografia e non-sense di grana trash. Ricordate Sam the Sham e i suoi Faraoni coperti da turbanti e tuniche da sceicchi? Be’, siamo da quelle parti, esattamente all’ombra conica delle piramidi egizie con tanto di fez sul capo e miraggi di cammelli che ballano il twist. Un album da festa in maschera, tra strumentali carichi di sassofoni e tastiere vintage, cori inzuppati nel Margarita e covers delle Ikettes. Tra gli originali sono il tappeto volante di Soul Camel, lo yè-yè da escursione sul Nilo di San Josè e lo shake di Cairo Twist, vicina ai Gruesomes di Hey! a fare la differenza. Beaton conserva la solita, intatta insolenza dei tempi della teen trash e continua a marcare il territorio, come il gatto di Cleopatra. Walk like an Egyptian……

 

                                                                                    Franco “Lys” Dimauro