NO STRANGE – Universi e trasparenze (Area Pirata)

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No Strange è, ancora una volta, il punto dove Oriente ed Occidente si annodano, corteggiandosi senza ferirsi. Mirabile esempio di dedizione e coerenza, il gruppo torinese arriva a celebrare il trentennale del suo debutto discografico con un nuovo viaggio psichedelico di mistico fulgore ed elevazione sensoriale che è parimenti un omaggio ai maestri che ne hanno in qualche modo ispirato l’avvio.

Le particelle cosmiche di Popol Vuh, Nice, Le Stelle di Mario Schifano, Terry Riley, La Monte Young vengono incamerate nel serbatoio e rilasciate nello spazio dopo un trattamento reverente ma a tratti anche personale (come nelle rivisitazioni di Dawn e Susan Song) che ne restituisce l’essenza accarezzandone le forme e preservandone la memoria. La sensazione, rinnovata ancora una volta, di trovarsi all’ interno di un circolo esclusivo ogni qualvolta si poggi la puntina tra i solchi di un disco dei No Strange fa ovviamente parte del gioco di scrematura naturale che sono necessarie a certe musiche per filtrare con abilità sciamanica le orecchie predisposte a varcare la soglia da quelle obbligate ai giochi dei pudori formali, proprio come fu per i grandi esploratori della musica degli anni Sessanta e Settanta.

Un approccio del tutto antitetico a quello ammiccante suggerito ad esempio dai “viaggi organizzati” del bhangra pop che tanti turisti traghettò sulle rive del Gange un ventennio fa. La musica dei No Strange è disadorna di quella modernità abbagliante e lavora su una concezione di espansione e di immersione che è del tutto dissimile da quello di fusione e sovrapposizione che fece l’effimera fortuna di quel movimento musicale e di meteore baluginanti come Kula Shaker o Cornershop.

Universi e trasparenze è dunque l’ennesimo capolavoro che verrà incensato (in quale altro caso potremmo usare questo termine in maniera più appropriata? NdLYS) dalla critica e celebrato come un rituale esoterico da chi preferisce non galleggiare in superficie. Mai. Gli altri si arrendano pure alle correnti come corpi che hanno già deciso di essere sarcofagi in balia delle onde.         

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro     

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SIMON & GARFUNKEL – The Complete Albums Collection (Columbia/Legacy)

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Cinque dischi in studio, quattro album dal vivo, una colonna sonora, una raccolta. Tutto quello che potieva essere costruito attorno a una sessantina scarsa di canzoni sta qui dentro, in questo cofanetto che la Legacy mette insieme a poche settimane dal Natale del 2014 e che perpetua la storia e il ricordo di quelli che mia moglie, non sbagliando poi di tanto, si ostina a chiamare Simon & Garfield. Perché in effetti, quando Paul Simon e Art Garfunkel decidono di far sentire per la prima volta il blend delle loro voci nel lontano 1957, decidono di affidarsi a un rassicurante ed innocuo moniker fumettistico come Tom & Jerry sotto il cui nome incidono un paio di singoli che portano un bel po’ di soldi in tasca al loro manager ma non a loro. Al disinganno segue una prima separazione durante la quale Paul Simon ha modo di frequentare la frizzante scena del Greenwich Village e di innamorarsi del folk irrequieto di Bob Dylan. Cinque anni dopo, quando i due decidono di riprovarci, è proprio Mr. Tom Wilson, il produttore che lavora fianco a fianco con Dylan, a notare il loro talento e a volerli portare in studio dando vita, forse senza rendersene neppure conto, a una delle più celebrate icone pop-folk della storia.

“Exciting new sounds in the folk tradition”.

Così viene venduto nell’Ottobre del 1964 il disco di debutto di Paul Simon e Art Garfunkel. Perchè è vero che i Beatles sono già arrivati.

Ma a quell’epoca è ancora Bob Dylan il più forte di tutti.

Soprattutto per la Columbia.

Eppure la timidezza gentile e autunnale di Wednesday Morning, 3 AM non riesce a confrontarsi ne’ con l’angst giovanile dei primi ne’ con il vocabolario forbito del secondo.

Il folk del duo newyorkese è ancora fin troppo educato, e lo rimarrà per gran parte della lunga carriera. Ma su questo disco di debutto è addirittura sommesso e, causa la scelta di un repertorio tradizionale fin troppo legato ai canti spirituali, la musica di Simon & Garfunkel sembra quasi parrocchiale.

Un rigurgito da sagrestia mentre tutto intorno si agita una rivoluzione di costumi senza pari. I tempi stanno cambiando insomma. E Simon e Garfunkel se ne rendono conto solo alla fine, quando il minutaggio del loro primo disco volge quasi al termine.

Il pubblico invece se ne accorge subito, lasciando i due a suonare in quel terminal della subway newyorkese situato sotto la Fifth Avenue. Passando loro accanto senza però avere la voglia e il tempo di fermarsi ad ascoltarli.

Certo, in un pezzo come Sparrow ci sono già dentro tutti i Kings of Convenience e i Turin Brakes che verranno. Ma questo ancora nessuno può saperlo.

E dentro The Sounds of Silence (al plurale, in questa sua prima versione) si affronta il tema dell’incomunicabilità che verrà sviscerato da schiere e schiere di musicisti di ogni estrazione per interi decenni. Cantata con le pattine ai piedi, per non turbare la quiete di chi ci è vicino ma ugualmente irraggiungibile.

A profanare quell’ode al silenzio ci pensa, all’insaputa dei due, Tom Wilson che, sull’onda emotiva devastante creata dall’elettrificazione del folk operata da Byrds e Dylan, ripubblica in forma meno vulnerabile il pezzo nel Settembre del 1965 richiamando alle armi non solo deejay e pubblico ma i due stessi soldatini armati di chitarra acustica che avevano regalato al mondo quel sospiro. Simon & Garfunkel si rimettono in gioco, affidando a quel brano il titolo del loro secondo album e usandolo come un richiamo per le allodole.  

Le gracili cartilagini di quel disco verranno schiacciate da un concerto al Central Park più grande del mondo stesso. Eppure Sounds of Silence è ancora lì, fragile e croccante come una foglia d’autunno. La faccia pulita degli anni Sessanta.

A chi possono fare paura due che si fanno chiamare Tom & Jerry?

Borghese e garbato, il folk-rock di Simon & Garfunkel arriva senza voler uccidere nessuno. Senza nessuna targhetta politica appiccicata sulle chitarre. È un truciolo di legno che si stacca dal tronco robusto della canzone di protesta americana, un carezzevole abbraccio che ti accoglie quando hai paura delle ombre, il più delle volte accartocciato su se stesso, con le ginocchia che toccano il petto come dentro un poema suicida di Leonard Cohen (Kathy‘s SongHomeward BoundApril Come She Will), altre volte appeso all’uncino del fingerpickin’ di Davey Graham (Angie e la sua metamorfosi in Somewhere They Can‘t Find Me), disteso sul tappeto raga dei Byrds (Blessed) o sui copridivani di Dylan (Leaves That Are Green). Capace di trasformarsi in un sordinato beat da fare invidia ai Monkees e agli Zombies (Richard CoryI Am a Rock ma soprattutto We‘ve Got a Groovey Thing Goin’).

Maturato nella consapevolezza tenace di aver scritto una delle più belle canzoni del secolo e nell’attesa cosciente ed ambiziosa che il mondo prima o poi dovrà fare i conti col silenzio, nonostante tutti si sforzino di fare rumore per tentare di soffocare quell’eco dove è solo il nostro cuore e il nostro respiro a misurare l’affanno del mondo.

 

Prezzemolo, salvia, rosmarino e timo.

Con queste quattro spezie si ripresentano al pubblico Paul Simon e Art Garfunkel sul fare dell’autunno di quello che è l’anno decisivo per la coppia di folksingers newyorkesi.

Due album e cinque singoli in classifica, per festeggiare degnamente il Natale del 1966. Magari cantando sulle note di Silent Night mentre la radio passa il suo notiziario. Perché lo spettacolo atroce della vita non si ferma neppure durante la magia del Natale.

Parsley, Sage, Rosemary and Thyme.

Ripetuti all’ossessione, nell’inaugurale Scarborough Fair. Come fossero erbe magiche che possono portarti nel paese incantato degli Elfi. Dunque lontano da qui.

Sono questi i “porti sicuri” che Paul Simon concede stavolta al suo pubblico.

Il resto, ora che il successo di The Sounds of Silence gli ha ridato quella sicurezza che aveva vacillato, è tutta farina del suo sacco. Scritte spesso in porti che sicuri non sono come la stazione Londinese dove scrive, di getto, Homeward Bound o come il Queensboro Bridge che proietta la sua ombra di asfalto e metallo sulla Welfare Island e che ispira The 59th Street Bridge Song.

Oppure recuperate, come per il precedente album, dal “libro di canzoni” soliste dell’anno prima, il nido sicuro dove Paul si ritira in attesa che il silenzio di cui ha cantato con tanta convinzione ma senza troppo successo ad inizio carriera, si trasformi nel rumore che poi sarebbe diventato grazie all’intuizione di Tom Wilson di elettrificarne lo scheletro.

Ignoro il perchè lo storico Bud Scoppa che si occupa, come del resto sul sito ufficiale di S&G, di redigere la succinta biografia del duo americano indichi PSR&T come il debutto di Simon e Garfunkel in veste di produttori visto che sarà di fatto necessario aspettare il successivo Bookends per salutare il Bob Johnston che per la seconda volta in quell’anno è invece fattivamente impegnato al banco di produzione per la coppia di folksingers. Le cui melodie e i preziosi arrangiamenti vocali non si discostano molto da quanto hanno già regalato nei due dischi precedenti con un’appena più marcata suggestione fiabesca a soffiare su questi accoglienti abbracci acustici.

Senza spine, il soffice cespuglio di Simon & Garfunkel.

Nessun aculeo minaccerà il piede degli ignari turisti.

Solo foglie di prezzemolo.

E di salvia.

E di rosmarino.

E di timo.

                                     

La colonna sonora de Il Laureato chiude finalmente in misura definitiva l’apparentemente interminabile operazione di riciclaggio del primo canzoniere di Paul Simon. Alternate alle musiche di Dave Gruisin, Simon la volpe e Garfunkel il gatto offrono alla CBS un mazzo dei loro piccoli classici (The Sound of SilenceScarborough FairApril Come She WillThe Big Bright Green Pleasure Machine) prima di calare l’asso. Che si intitola Mrs. Robinson e che però mostrerà le gambe per intero solo sul successivo Bookends. Qui, si limita a mostrarne solo una parte, come nel famoso scatto di copertina con un Dustin Hoffman che guarda il polpaccio di Anne Bancroft con le mani dentro le tasche. Due frammenti, uno strumentale, uno cantato, di quello che è destinato a diventare il nuovo tormentone del duo più famoso d’America, dopo Gianni e Pinotto. Musicalmente insomma, niente di rilevante. Una semplice sega da voyeur in attesa della grande orgia che i due stanno per regalare al mondo.  

 

La visibilità che la celluloide dà alla musica di Paul Simon proietta il duo americano nell’Olimpo dello star system. Alimentato dalla febbre de Il Laureato e dall’assalto discreto ma deciso al carrozzone di Monterey, Bookends è un successo annunciato e confermato. Il disco ribadisce l’adesione al modello folk ma ne rielabora la forma con una scelta di arrangiamenti, vocali e strumentali, molto più elaborati. È, per la prima volta, un disco di “ricerca” anche se preferisce tenersi fuori da ogni sommossa, come nella tradizione del duo, tutto sommato tra i più conformisti tra i “rivoluzionari” degli anni Sessanta. Paul Simon è un esistenzialista che predilige guardare dentro lo specchio piuttosto che fuori dalla finestra. I maglioni a dolce vita agli striscioni.

Eppure…

Eppure una sorta di strisciante e amara disillusione sembra affiorare tra le pieghe di un disco che si svincola in maniera decisa dalle influenze dei primissimi anni (gli Everly Brothers su tutti) e che sembra una presa di coscienza sull’inevitabile scorrere del tempo. Un disinganno che sembra avvolgere anche quella che dovrebbe essere (e lo è) una bella canzone da “mondo dietro i finestrini” come America. Come se quel mondo lì fuori non avesse più un posto accogliente per accoglierci. Come se si cercasse altrove quello che non riusciamo a trovare dentro.

Sono vuoto e ho paura. E sto contando le auto sulla New Jersey Turnpike” confessa il protagonista della canzone. Viaggiare scorrendo le crune di un rosario.

Partiti per cercare un’America. Sperando di ritrovare se stessi.

Il ritorno a casa è a fianco di Mrs. Robinson, che qui svela quello che su The Graduate lasciava solo intravedere. Ed è davvero di una bellezza incantevole.

Tanto da schizzare in vetta alle classifiche e di trascinarsi dietro un disco che di commercialmente appetibile ha in realtà quasi nulla.

L’ingresso di Simon & Garfunkel nel nuovo decennio è sottolineato dalle note di un pianoforte che non è ne’ dell’uno, ne’ dell’altro. È Larry Kenchtel, il bassista aggiunto dei Doors oltre che pregiatissimo session man aggiunto per un nugolo di artisti, dai Byrds (sarà lui assieme alla sua Wrecking Crew a suonare quasi per intero sul primo album della formazione di Los Angeles, NdLYS) ai Beach Boys passando per Chet Baker ed Elvis, ad aprire quello che diventerà l’ultimo lavoro discografico del duo americano. Il disco che li consegna definitivamente alla storia della musica moderna non come folksingers ma come autori di raffinatissimo pop. Bridge Over Troubled Water, il pezzo che intitola e apre il loro quinto album, è una struggente ballata gospel che simula speranza ed ottimismo ma lascia intuire che qualcosa ha intorbidito le acque su cui Paul e Art scivolavano veloci fino a pochi mesi prima.

Il segno dissimulato che forse quel treno della metro che passava veloce sulla copertina di Wednesday Morning, 3 A.M. è arrivato alla fine della sua corsa.

Nessuno tuttavia, a parte le persone coinvolte in quelle sparute ma pesanti sedute di registrazione, sembra averne la reale percezione. Perché Bridge Over Troubled Water, nella sua complessità che non è più artigianale, è un disco che porta a compimento le ambizioni creative che Simon & Garfunkel hanno già manifestato sul precedente Bookends. Un album che si riaffaccia sul passato remoto (lo skiffle di Why Don‘t You Write Me, la cover dei sempiterni Everly Brothers) e prossimo (il folk autunnale di The Boxer) dei due ma che si apre anche alle contaminazioni con la musica etnica (la reinterpretazione del classico andino El Condor Pasa con il supporto dei Los Incas, i pattern ritmici di Cecilia) che faranno la fortuna, anni dopo, di un disco come Graceland. Un album che nella sua complessità risulta molto più confidenziale e diretto rispetto all’introverso Bookends.

Tutto questo con l’aggiunta del prezioso ma, in questa sede, trascurabile Greatest Hits ufficiale, riguarda tutta la produzione in studio della coppia newyorkese.

La sezione “live” del cofanetto comprende invece le riedizioni dello storico The Concert in Central Park, di Old Friends-Live, di Live 1969 e di Live in New York, 1967.

Registrato il 19 Settembre del 1981 nel cuore di New York e pubblicato nei primi mesi dell’anno successivo, The Concert In Central Park è il meno rumoroso dei dischi live del 1982. L’unico dove il rumore che giunge dal pubblico fa più chiasso di quello che arriva dal palco.

Non è la prima volta che Simon e Garfunkel si rincontrano, dopo la separazione artistica avvenuta ormai più di dieci anni prima. Ma è quella che fa, assecondando i piani di Gordon Davis (all’epoca sopraintendente per la custodia e la promozione delle aree verdi dell’area metropolitana newyorkese), più audience.

Quella sera, in quella vigilia di autunno, il Central Park accoglie tutte le anime che è capace di accogliere. Senza chiedere un prezzo d’ingresso. Perché le anime non hanno un tariffario. Non qui. Non a New York. Non per ricambiare a Paul Simon e Art Garfunkel il sorriso che ci avevano donato anni prima.

Diecimila persone o forse qualcuna in più, cantano Tom e Jerry, all’unisono.

Ma i fari che li illuminano come scoiattoli in fuga sorpresi dai fanali dei rangers, in quell’immensità di rami e foglie che si preparano a lanciarsi già dai rami come riccioli di corn flakes li traggono in inganno. Perché quella sera, davanti a loro, c’è un mare di 500.000 persone. Un mare effervescente che produce un boato che sommerge tutta New York mentre Simon & Garfunkel, più vulnerabili del solito, snocciolano tutto il loro repertorio migliore: Mrs. RobinsonOld FriendsThe BoxerAmericaHomeward BoundApril Come She WillThe 59th Street Bridge SongBridge Over Troubled Water e quella The Sound of Silence che torna fragile e nuda così come era stata quando era stata partorita. Alla scaletta vengono aggiunte alcune sortite dai cataloghi privati dell’uno e dell’altro. Perché non ci sia solo nostalgia, in quella lunga serata newyorkese che allunga le mani al cielo salutando l’Estate. Cinquecentomila mani in alto per Simon. Cinquecentomila in alto per Garfunkel. Prima che arrivi l’alba a strappare via l’ennesimo sogno.

 

Nel 2003, quarantotto anni dopo il primo incontro e a trentatre anni dalla prima separazione, i “vecchi amici” tornano insieme per trenta date su e giù per gli Stati Uniti, facendo il tutto esaurito ovunque decidano di imbracciare la chitarra. Il documento di quelle serate, Old Friends – Live, viene impacchettato e rivenduto esattamente un anno dopo, ravvivando un mito che ormai è tale solo per i cinquantenni. Un mito che si chiama nostalgia, resa ancora più vibrante dallo scongelamento degli Everly Brothers che interpretano se stessi su tre pezzi (il loro mini-show verrà pubblicato però solo sulla versione DVD mentre qui, sul doppio CD audio, trova posto solo la Bye Bye Love già omaggiata da S&G su Bridge Over Troubled Water, NdLYS). Per l’occasione, Tom & Jerry ripercorrono per intero la loro storia, accennando addirittura al loro minuscolo primo singolo del 1957 e scrivendo un nuovo ordinario inedito in studio intitolato Citizen of the Planet

 

Poco prima della pubblicazione di quello che sarebbe diventato il loro ultimo album in studio, Simon & Garfunkel avevano portato in giro per gli Stati Uniti e per l’Europa le loro nuove canzoni, alternandole ai classici del loro repertorio. Sono attorniati dai musicisti che proveranno a sostenere una frattura che diventerà presto insanabile.

Le date del tour sono quel tripudio di folla che nelle registrazioni di Live 1969 (carpite dai concerti di New York, Detroit, Carbondale, Long Beach, Toledo e St. Louis e pubblicate ufficialmente per la prima volta solo nel 2009) si può avvertire tra la fine di un pezzo e l’inizio di quello che lo segue. Qualcuno, col senno di poi, interpreta quelle poche parole che i due si scambiano sul palco come il trailer della crisi che sta per abbattersi sulla loro storia artistica. E invece chi è lì, in quei giorni di Novembre, cede alla gentile grazia di una musica che è gracile e solenne allo stesso tempo.                                        

 

Una chitarra acustico e due voci. Questo erano Simon & Garfunkel prima dell’arrivo prepotente del successo de Il Laureato, sorta di spartiacque tra le due fasi della carriera del duo folk americano. Prima di passare il guado della sperimentazione dei due album conclusivi della propria carriera, Paul e Art portano sul palco la fragile efficacia di canzoni costruite su pochi arpeggi di chitarra e un’armonizzazione vocale che ha del miracoloso. Live from New York City, 1967, pubblicato nel 2002 e registrato nel Gennaio del 1967 al Lincoln Center della loro città è la cristallizzazione di quel preciso momento. Con la folla già vociante e le loro canzoni che sono larve acustiche che si tardano a lasciare il bozzolo. Una buona metà del Songbook di Simon, che a quell’epoca è ancora il libro liturgico da cui i due estraggono i propri salmi. Il resto pescato un po’ qui e un po’ là dai tre album registrati in coppia e dal fortunato ultimo singolo A Hazy Shade of Winter

Ventidue mesi dopo il rimissaggio elettrico di The Sounds of Silence. Diciannove mesi dopo l’assalto alle classifiche dei Byrds. Diciotto mesi dopo il concerto di Newport in cui Dylan uccide, per la terza volta il folk acustico, Tom & Jerry si prendono la loro rivincita. 

Adesso voi riprendetevi il piacere.

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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PATTI SMITH – Horses (Arista)  

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Come Joan Baez per la stagione folk e Janis Joplin per quella psichedelica, anche la generazione immediatamente successiva, quella che vive i giorni inquieti del punk, adotta la sua musa. Si chiama Patricia Lee Smith ed è nata a Chicago. Ma quando arriva a New York nel 1967, tutti la chiamano Patti. Non sa suonare nessuno strumento. E non imparerà mai. Ma ha un fiume di parole dentro. Le prime le regala agli amici dei Blue Öyster Cult. Poi, decide di metterci oltre al nome, pure la faccia. Un viso che non esprime alcuna sessualità, sotto quel cespuglio di capelli malpotati e incorniciato da un abbigliamento tipicamente maschile. In un bianco e nero rubato ai fotoritratti degli scrittori esistenzialisti. Così la consegna al pubblico americano e alla storia Robert Mapplethorpe.

È lo scatto di Horses, il disco con cui Patti debutta nel mondo della discografia incidendo su vinile le sue poesie sbilenche. Dietro di lei ci sono Lenny Kaye, Ivan Krahl, Jay Dee Daugherty e Richard Sohl. Davanti a lei, dall’altra parte del vetro degli Electric Lady Studios, John Cale. All’occorrenza, ci sono pure Tom Verlaine e Allan Lanier a dare man forte a questa poetessa che non paventa nessuna carnalità ma che in realtà elargisce dosi di sesso e amore a molti di loro.

Quando Horses si affaccia sul mercato nel Dicembre del 1975, non esiste ancora uno scaffale dedicato al punk malgrado sia stato proprio Lenny Kaye a sdoganare il termine cinque anni prima, sulle liner-notes delle sue Nuggets, raccolta-chiave per celebrare le minuscole garage-band degli anni Sessanta. Esiste però tutto il fermento che farà esplodere la scena di lì a breve. Il CBGB’s è già attivo da due anni esatti e il Max‘s Kansas City, sotto la direzione di Tommy Dean Mills, vuole Patti Smith e la sua band come ospiti fissi accanto a Mink DeVille, Television, Suicide, Ramones e Talking Heads, per dare dimora artistica a chi, partendo da arterie diverse, sta facendo coagulare in grumi la nuova musica della città. Fra di loro, è proprio il gruppo di Patti ad esordire per primo su disco, consegnando alla Arista otto reading di quella che viene da subito definita come la “poetessa punk” su una base strumentale che flirta col reggae (Redondo Beach) e col rock (Free Money, la rendition stravolta di Gloria) ma che, fondamentalmente, lavora su strutture molto aperte e sperimentali, su crescendo nevrotici e rivolti dai toni quasi drammatici che creano un mantra disarticolato perfetto per la liturgia intellettuale e fuori dagli schemi della signorina Smith. Che deciderà poi di diventare Signora Smith, lasciando al destino l’ingrato compito di farla diventare vedova Smith a soli 48 anni.   

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

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RICK RIVETS BAND – City Rockers (Captain Trip)    

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Rick Rivets è un pezzo di storia del rock newyorkese. Fondatore prima delle New York Dolls struccate nel 1971 e quindi di altre rock ‘n roll bands “di base” come Brats e Corpse Grinders. Gente che continuava a suonare Chuck Berry mentre tutt’intorno scoppiava l’ inferno. Tenuto fuori dalla reunion delle Dolls dello scorso anno

Rick sputa in qualche modo la sua rivincita chiamando a se altri reduci di quelle sue creature e dedicando questo disco ad Arthur Kane e alla sua amata città.

City Rockers suona esattamente come vi aspettereste da veterani di quella stagione: pub-rock elementare, che odora di una New-York un po’ arrugginita, sporca e romantica. Nessuno ucciderebbe più per canzoni come queste ma pezzi come Valley of Fear o Frozen Alive sprigionano quell’odore familiare che hanno certe muffe di casa che io trovo ancora irresistibile.

 

                                                                                      Franco “Lys” Dimauro

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THE YOUNG PLAYTHINGS – Pick Up with… (Dionysus)

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Un’idea zuccherosa e leggera di vintage pop è quella professata dagli Young Playthings, quartetto misto bello da vedere (nel senso puramente estetico del termine) un po’ meno da sentire perlomeno per chi da una band power-pop oriented reclama suoni più crudi e sozzi o melodie a presa pronta. Penso al disco dei Charms per esempio che di recente ha messo il pepe al culo al circuito pwr-rock. Pick Up è invece un botto bagnato, di quelli che fanno solo fumo. Senza grinta ma anche senza canzoni, vien da dire. Valga come esempio un pezzo come Jeffri: una bruttura da invecchiare la pelle, con l’organo Farfisa costretto a fare il ruolo della pianola Bontempi. Un po’ di cantina in più e qualche vezzo da poseurs in meno potrebbe essere il giusto flagello per ricordarsi che, a differenza del Monte dei Paschi, qui non è sufficiente vestire la camicia giusta.

             Franco “Lys” Dimauro

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JACK LONDON AND THE SPARROWS – Jack London and The Sparrows (Radioactive)    

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Molti lo conoscono come Mars Bonfire, ma anche quello è un nome falso. Mars nasce Dennis Edmonton il 24 Ottobre 1946 a Toronto e, prima di scrivere uno degli evergreen più conosciuti e suonati al mondo, ovvero Born to Be Wild, era stato chitarrista per gli Sparrows, gruppo che affiancherà Jack London prima e John Kay dopo alla ricerca di un briciolo di successo nelle charts del dopo-Beatles. Questo serva giusto come nozione storica, perchè gli Sparrows di questo album uscito per la Capitol nel 1965 non hanno neanche un’oncia dello spirito heavy-soul e hard-blues degli Steppenwolf. Il gruppo di Jack London sbarcava il lunario con questo zuccheroso pop cheek-to-cheek di matrice inglese che allora furoreggiava in classifica e tra i teenagers ma che ben poco smalto ha conservato col passare del tempo. Per storici e archeologi della mitologia rock.

           

                                                                                              Franco “Lys” Dimauro

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AA. VV. – Sleepless in Seattle – The Birth of Grunge (Livewire)

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Il morbo del grunge non fa più paura. Filtrato dai canali mediatici che hanno lasciato passare solo il “commerciabile” dopo il fenomeno Nirvana, il grunge venne istituzionalizzato e canonizzato come musica di tendenza buona per gli spot, reso inoffensivo, banalizzato.
Ecco perché è importante rivalutare il ruolo destabilizzante dei suoi primissimi passi e perché dovete ficcarvi in casa questo disco. Una vera orgia di primitivo grunge-sound, una matassa di punk squamoso, hard rock fuzzato, nuclei di sleazy rock bombardati di stricnina rubati dai dischi ormai introvabili dei vari Malfunkshun, Gruntruck, Tad, Coffin’ Break, Skin Yard, Love Battery, Calculators (la prima band di Mark Arm, NdLYS), 7 year Bitch, ecc. il cui morso non uccide più ma stordisce ancora. Provate a sparare In ‘n Out of Grace dei Mudhoney nelle orecchie moribonde dei vostri amici supertrendy e bruciategli i timpani.

 


Franco “Lys” Dimauro

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THE LONG STRIDES – The Long Strides (Off the Hip)

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Associo sempre l’idea del feedback rock con quella di una serpe nera che agitando la sua coda emette frequenze elettriche dissonanti e catalettiche. Una vipera fuggita dal Vox valvolare di Lou Reed durante un Exploding Plastic Inevitable Show e mai più tornata a casa, un rettile strisciante che ha passato quarant’anni della sua vita mettendo paura a tutti (ricordate le reazioni a Metal Machine Music o a  Psychocandy?) e di cui da un po’ di tempo tornano a girare voci di avvistamenti sempre più frequenti. Addirittura in Australia, dove però non è la prima volta che la serpe depone le sue uova (Burn Your Fingers to the Sun docet, NdLYS). Da lì arrivano i Long Strides e il loro rock immerso in una densa melassa fuzz scura e pastosa, sull’asse J&MC/BRMC.

L’album non regge per intero e va detto. Ma appuntatevi il nome: vi faranno friggere le casse per benino.

 

                                                                                                Franco “Lys” Dimauro

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IVANO FOSSATI – Lindbergh (Lettere da sopra la pioggia) (Epic)  

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Chissà se Charles Lindbergh era un uomo felice.

Chissà se era più felice di tutta quella gente che si agita sotto il suo aliante. Sotto la pioggia.

Chissà cos’è poi, la felicità. Chissà se la si raggiunge, nonostante la si insegua per una vita intera. Fradici di pioggia salata.

Lindbergh è dunque un disco di gente che si muove. Per scelta o per necessità. Per passione o per obbligo. Un album di anime che si agitano inseguendo un sogno di felicità fino a naufragare dentro un mare di fango, come quella Madonna Nera che non c’è verso di salvare.

E poi ci sono barche.

E aerei.

E processioni infinite di genti e viaggiatori solitari.  

E soldati. E disertori.

Vento e controvento.

Correnti e controcorrenti.

Un album che si apre con una marcia trionfale, con una invocazione all’adunata e che si chiude nell’estrema solitudine di una planata in solitario.

Lindbergh buca le nuvole in picchiata e si rende conto di aver attraversato l’Atlantico solcando un cielo infinito inseguendo e raggiungendo il suo sogno.

E di aver guardato ogni stella dell’emisfero boreale fino a chiamarle per nome.

E di aver setacciato miglia e miglia di acque.

E che non avrà nessuno cui raccontarlo.  

Scende dal suo velivolo e alza gli occhi al cielo. E si accorge che adesso è anche lui permeabile alla pioggia.

 

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro

 

Ivano Fossati - Lindbergh - Front

ELEVENTH DREAM DAY – Lived to Tell (Atlantic)    

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Qualcuno si ricorda ancora degli Eleventh Dream Day?

E cosa ricordate di loro?

Io ricordo che mi resero meno amaro il lento declino dei Gun Club e dei Dream Syndicate, ad esempio. Oppure che, quando uscì Lived to Tell, li avevo già barattati per un Nevermind. Come un amico ingrato pronto a sorridere ad una amicizia più nuova e vivace.

Lived to Tell usciva dopo Praire School Freakout e Beet che avevano già dato il meglio della band di Chicago in termini di energia e ha un passo più garbato ma non per questo meno trascinante. E infatti si apre di corsa. Con una Rose of Jericho avida di chitarre che tracimano su un treno di basso e batteria, lasciando una scia polverosa che pare rincorrere quella dei Long Ryders. Ingannandoci. Perché Dream of a Sleeping Sheep, a ruota, ci mostra che sono ancora i Gun Club i fuorilegge che gli 11th Dream Day sognano di catturare, da sempre. Il passo è ancora quello di prima ma le lapsteel sbrodolano scivolose e supersature come piccoli demoni che infestano l’aria mentre Rick e Janet duettano come John e Exene.

I Could Be Lost è retta da uno di quei riff e da quei refrain da antologia Paisley.

Il clima si distende con It‘s Not My World, allineata al filone d’oro che da Neil Young portava ai Dream Syndicate con le chitarre di Baird Figi e Rick Rizzo che amoreggiano. Il muso di Lee Pierce e l’elegante silhouette di Tom Verlaine prendono forma nel blues epico e sinistro che chiude la prima facciata (scritto da David McCombs, il futuro “genio” dei Tortoise, NdLYS) , mentre Strong Up and/or Out riaccende il ritmo prima dell’ altro bagno di sangue swamp di North of a Wasteland. Il freight-train boogie torna con Trouble, epilettica e saltellante mentre Daedalus avanza a tempo di valzer come dei Jefferson Airplane vestiti da coloni per lasciarci in mano ad una ballata per armonica e chitarra acustica carica di ricordi e di nostalgia.

Perché nulla è così incredibilmente bello finchè non è andato via.

          

                                                                                  Franco “Lys” Dimauro   

 

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